Tanti i racconti nelle strade che portano ai frantoi
Per una antropologia dell'olio/2
di Natalino Piras
Una scena di un frantoio con le varie fasi della lavorazione, dalla frangitura, alla spremitura, alla chiarificazione, fino alla conservazione in orci di terracotta. Commissionata a Giovanni Stradano (Jan Van Der Straet) da Luigi Alamanni (1558-1603) tra il 1587 e il 1589, questa tavola è incisa e pubblicata da Philip Galle nella raccolta «Nova Reperta».
6' di lettura
10 Dicembre 2022

«Ma, signor albergatore», si lamentò il passeggero, «nelle olive ci sono le mosche». E l’albergatore, senza scomporsi: «E lei levi le mosche e manzi le olive». Capitò in uno dei nostri paesi di Barbagia negli anni bui del dopoguerra quando la mosca olearia, stretta parente di quella del pasto del passeggero, infestava le campagne un anno sì e l’altro no. I frantoi non macinavano. Negli anni di abbondanza invece la spremitura delle olive era come uno spettacolo.  

Una volta, da ragazzo, ho visto in quel di Bancali come macinavano le olive. Le collocavano a strati su dischi di canapa e giunco mescolati, inseriti dentro un perno di metallo. Poi una pressa, un disco d’acciaio, spingeva i dischi dall’alto verso il basso. L’olio, di verde smeraldo, colava dai lati dei dischi e andava a raccogliersi in un anello posto nel basso che lo versava da un’apposita apertura dentro orci di terracotta, pentole di alluminio e bagnarole di plastica. L’antico e il moderno. Una volta finita la spremitura, nei dischi restava la sansa. Tutto l’ambiente emanava un odore forte, come inebriante. «De s’olia vona no’ si nch’imbolat nudda»» diceva a faccia contenta mio zio Juannantoni che poi avrebbe fatto scambio di un fiasco del suo olio vergine con un altro di abbardente, altrettanto virgine, proveniente da Bitti.

Riti e miti dell’olio, tante le strade, popolate in anni di buona raccolta da gente normale oppure strana. C’era sempre un frantoio come meta e i frantoiani dalla diceria popolare erano tutti considerati capaci di imbroglio, artefici di chi sa quali trucchi e artifici per far deviare a loro profitto, in maniera occulta, una parte dell’olio spettante al cliente. La resa era sempre inferiore alle aspettative e ai calcoli. A controcanto, di questi personaggi ce ne erano pure di veri esperti nella pratica dell’olivicoltura, autentici maestri di scuola impropria. Hanno il loro archetipo in signor Manno, padrone del frantoio più importante di Norbio, nome di finzione di Villacidro, nel romanzo Paese d’ombre di Giuseppe Dessì. Il frantoio di signor Manno, padre di Valentina che diventerà la moglie del protagonista Angelo Uras, funziona a vapore, una macchina idraulica che ha sostituito il cavallo oppure l’asino bendato che giravano la mola per far funzionare le macine. Siamo, al tempo del signor Manno, in pieno Ottocento. Anche allora, la mosca olearia era la peggiore nemica delle olive, quanto rovina il raccolto e abbassa di molto produzione, qualità e resa. Il signor Manno spiega, fa vedere ad Angelo e alla madre Sofia Uras venuti al suo frantoio com’è che «il piccolo verme bianco», venuto dal nord dell’isola, annidato sotto la buccia dell’oliva, si mangia la polpa. Una volta compiuta quest’opera, il verme esce dall’oliva, si trasforma in mosca e depone migliaia e migliaia di uova che diventano poi milioni e milioni, tutte divoratrici. Le olive si seccano negli alberi. La mosca olearia divora intere estese di uliveto e ne salvaguarda altre. Dice signor Manno che a lui la mosca olearia ha mangiato quell’anno trentamila alberi.

Sembra un paradosso di ieri ma così non è. Lo spiega Dario Capelli, nuorese, agronomo, che ha iniziato gli studi universitari alla Cattolica di Milano, ai tempi di padre Agostino Gemelli. Una trattazione che sembra essere il prosieguo del discorso di signor Manno.

Dario Cappelli ha 400 olivi a Jacu Piu, in un terreno che ha ottenuto dai Mannironi in cambio di lavoro di ripartizione, da probomine.  A Jacu Piu, Cappelli ha impiantato principalmente la nera di Oliena e la nera di Villacidro, sintomatico il ritorno di Norbio come totale paese d’ombre. Le olive, quando iniziano a maturare, Cappelli le irrora con solfato di zinco o di rame, «attenti al veleno!», per salvaguardarle dalla mosca olearia. Dice: «La crescita dell’oliva avviene per impollinazione. La mosca olearia impedisce all’oliva di maturare quando nella seconda metà di maggio fa caldo eccessivo, fuori stagione, come quest’anno che è durato quindici giorni. La mosca si mangia la polpa».

Le strade che portano ai frantoi continuano a essere popolate di racconti. Il discorso di Dario Cappelli sulla mosca olearia era iniziato con note a margine sull’olio vergine di oliva, s’ozzu ghermanu.  «Ghermanu: i fratelli germani figli di uno stesso padre e di una stessa madre. De unu latu: così come possono essere di una stessa madre e padre diverso. Figli dello stesso germe. Come fratelli uterini nel ventre della madre. Perciò genuini. Da qui la genuinità del vero olio, quello d’oliva, per differenziarlo dae s’ozzu de ozzastru dae s’ozzu de listincu, ottenuto dalle bacche del lentischio, sa chessa.   Serviva tra l’altro ad alimentare i lampioni, quelli che da Nuoro, lo racconta anche Salvatore Satta nel Giorno del giudizio, passeranno poi a Oliena quando la luce elettrica arriva nel capoluogo. Ozzu ghermanu dal tempo della dominazione spagnola. Venivano le donne da Oliena a vendere mirto, murta pi’aes? e poi olio: oggiu, ermanu,  pi’aes?» Il colpo di glottide e ermanu come fratello: c’è del fascino nel racconto. (2. Continua)

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