Una vita vissuta nel segno di San Giuseppe

«Negli ultimi due giorni, rimanendo sempre lucido, aveva una consapevolezza anche del giorno e persino dell’ora in cui sarebbe morto». Durante l’omelia per il funerale di don Giovanni Giuseppe Delogu, tenutosi nella chiesa parrocchiale di San Giovanni in Siniscola dove egli era residente in questi ultimi nove anni, il Vescovo Antonello ha riportato la testimonianza raccolta dalla sorella Maria e dal Parroco don Tuvone, il quale ha amministrato i sacramenti dell’Unzione degli infermi, della Confessione e dell’Eucaristia. Stanco e particolarmente provato fisicamente, il sacerdote nato a Bitti il primo giorno di primavera del 1932, con un’esemplare serenità d’animo, nel pomeriggio dello scorso lunedì 12 ha affermato che avrebbe lasciato questo mondo tra qualche ora perché il suo funerale fosse celebrato mercoledì, giorno della settimana tradizionalmente designato per la Messa votiva in onore di San Giuseppe, di cui portava il nome, come la comunità di Nugoro novunel capoluogo da lui servita dal 1964 al 1982 prima e dal 1991 al 2012 poi.
In nome del suo grande affetto per il padre putativo di Gesù e patrono della Chiesa universale, nell’anno giubilare a lui dedicato per volontà di Papa Bergoglio, il Vescovo ha scelto per la Liturgia della Parola il racconto matteano della chiamata di Giuseppe e non avrebbe potuto fare diversamente, «conoscendo quanto don Delogu lo amasse, lo invocasse e lo ritenesse suo amico. Era talmente convinto di questo – ha continuato monsignor Mura – che nulla faceva né voleva fare senza sentire prima viva e presente questa protezione».
Come il giovane falegname chiamato dall’angelo, anche il sacerdote defunto ha saputo contare durante il suo pellegrinaggio terreno su un sogno, «un sogno rivelatore, capace di ispirare coraggio per passare dal timore alla fiducia su quanto Dio gli chiedeva». «Quante volte raccontava simili passaggi nella sua vita, quante imprese vedeva firmate dall’alto e quanti investimenti faceva con desiderio, sicuro di non rimanere solo», ha raccontato ancora il Vescovo, testimone diretto della sua tenacia da quando fu animatore del Seminario maggiore della Sardegna guidato, appunto, da don Delogu per sette anni a partire dal 1982. «Ho conosciuto le sue sofferenze e le sue delusioni mai nascoste, comprensibili nella sua storia di padre che vede gli altri sempre come suoi figli; sentimenti che lo hanno portato a diventare più coraggioso, forte e tenace: l’essere “babbo” è stata l’unica cosa che ha cercato di fare».
L’omelia, infatti, è iniziata con una citazione della Lettera apostolica Patris cordedel Santo Padre: «Padri non si nasce, lo si diventa […]. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti». Don Delogu, incarnando questo ideale, è stato volutamente battagliero, generoso nei piccoli o grandi combattimenti, puntiglioso nel parlare e nello scrivere, con la passione di un uomo e la fede di un credente divenuto sacerdote». Tutto questo sino alla fine, nelle sue convinzioni irrinunciabili e nei suoi propositi inattaccabili, «che rendevano straordinario anche bisticciare», ha detto verso la conclusione il Vescovo, costringendo i presenti a lasciarsi scappare un benevolo sorriso.
«Impossibile dimenticarti, impossibile non volerti bene!». Così ha concluso sempre monsignor Mura, interpretando l’affetto dei parenti, dei vescovi della Sardegna, tra cui monsignor Corrado Melis e monsignor Pietro Meloni che hanno partecipato alle esequie, dei tanti confratelli, non solo del nuorese e molti dei quali suoi alunni nel cammino di formazione al presbiterato, dei seminaristi di oggi, dei neocatecumenali e dei laici provenienti dai paesi legati alla storia del nostro sacerdote.

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