In kaminos de bannìtos karvonàjos
Transumanze nel cuore dell’inverno, il racconto dello scolaro di Bitti e il Diario in pitture e versi di Nico Orunesu
di Natalino Piras
Una delle opere di Nico Orunesu dedicate alla transumanza (particolare)
6' di lettura
19 Marzo 2023

La seconda parte inizia con una traduzione-sintesi del racconto fatto in bittese da uno scolaro delle elementari nel 1983. Nel racconto, a tratti, il figlio si identifica con il padre che visse lui sa turvèra. «L’anno 1957, 12 dicembre, abbiamo affittato pascolo a Sant’Antonio di Calangianus. Una sera da cani, io e due miei fratelli abbiamo deciso di fare transumanza. Avevamo con noi 400 pecore e due cavalli. Dovevamo attraversare 120 km con i disagi delle tempeste, l’acqua e la neve. I cavalli trasportavano le bisacce piene di provviste, salsicce, pane, formaggio, vino e acquavite per riscaldarci dalle gelate della notte. La strada che dovevamo fare partiva dal campo di San Giovanni poi Buddusò, Alà dei Sardi, Monti, Telti, Calangianus, Luras e altri 40 km per arrivare all’ovile. Abbiamo avuto molte perdite di agnelli, nel mentre che le pecore partorivano certi li mettevamo dentro le bisacce vuote, altri morivano per il freddo. Mio zio, che era ancora giovane, nel mentre che camminava si è addormentato da quanto era stanco. A un certo punto, mio padre ha sentito delle urla.  Si è girato ma non ha visto nessuno. Fa qualche passo indietro e ha trovato il fratello caduto dentro una pozzanghera piena d’acqua. Lo tira fuori tutto fradicio. Dopo molta strada siamo arrivati alla stazione di Monti, stanchi, fradici e pieni di sonno. C’erano molte case e ci abitavano molte famiglie. Nessuno voleva darci ospitalità, perché temevano la gente della montagna. Abbiamo visto un capannone militare, abbiamo osservato in giro, era tutto chiuso.  Siccome pioveva molto le pecore erano stanche. Abbiamo rotto il cancello, abbiamo messo le pecore nel cortile e noi ci siamo riparati dentro un affossamento. Siamo entrati in una vigna e abbiamo portato radici secche per fare il fuoco. Prima ci siamo asciugati, poi abbiamo ammazzato un agnello bello e grasso e lo abbiamo cotto. Quando stavamo mangiando si sono affacciati quelli che non avevano voluto raccoglierci prima quando hanno visto che mangiavamo la carne arrostita e tutto quello che avevamo dentro la bisaccia. Si sono pentiti, perché loro erano troppo poveri e non ne avevano. Però noi gliene abbiamo dato lo stesso. Quando ci siamo ben riposati ci siamo rimessi in cammino e in mezzo a molti disagi, dopo sei giorni di cammino, siamo arrivati. Perlomeno abbiamo avuto il conforto dell’affitto e del trovare molto pascolo e caldo».

Tredici anni dopo un’altra transumanza. Molte le situazioni somiglianti a quella del 1957 nel racconto Turvèra in pitture e versi di Nico Orunesu, anche lui bittese, classe 1953, uomo di scuola, architetto e pittore. È un racconto autobiografico scandito sin dall’immagine di copertina da acquerelli che trasformano in poetica del colore il paesaggio attraversato. Come un incantamento degli occhi, del cuore e della mente. Diario di transumanza22-24 dicembre 1970, anche qui nel cuore dell’inverno ma con un tempo mite, di sole, inizia come poesia, versi «composti e recitati per gli alunni della Scuola Primaria di Bitti in occasione della mostra TélosKàmposKélos, nel gennaio 2020». Così un passaggio: «Tùppas brujàtas pòstas in umbrìnas/kaminos de bannìtos karvonàjos/ghetan a sas puntas astragàtas». Significativo il cammino dei banditi carbonai. Per aspre montere, forre, rilievi collinari, territori asperrimi e distese di verde, acque, rive. Dolce e salato il mangiare nelle soste, coconeddu ‘e s’isula e salsicce arrosto, ristoratore il vino. Il racconto di Nico aggiunge un personaggio narrante nella cronaca della transumanza, Pitzinnìa, un famigliare. In realtà, sa turvèra vera e propria la fecero il ragazzo Nico, allora studente al Liceo artistico di Cagliari, e suo padre Batore Madèo. Partirono dae sas Molas, nell’estensione dell’altipiano di san Giovanni, per arrivare a su kuìle de PretuEna, in quel di San Teodoro. Nella plaquette Turvèra tutti gli attraversamenti, il camminare e le soste sono rivissuti con l’esperienza del padre, che molte transumanze ha conosciuto, abituato alla durezza del pastorikàre, e l’apprendere del figlio. È un aspetto importante della pedagogia dell’ovile. 

Si parte il 22 dicembre, alle 5 di mattina, col pullman di Zeleddu, direzione Mamone. Alle 5, 30 fermata a Kìkili. «Ci inoltriamo nella sughereta e giungiamo all’ovile, dove facciamo il fuoco e arrostiamo una salsiccia. Prima selliamo e carichiamo il cavallo della bèrtula con i viveri, i cappotti e una roncola. Poi raduniamo il gregge già figliato» Il resto, «i bidoni per il latte, su lapiòlu, le fuscelle ecc.» sarà portato sino a San Teodoro da una macchina presa a noleggio. Il viaggio riprende verso le 6 e mezza. Da Mamone, il Mont’Albo in orizzonte ravvicinato, i detenuti della colonia penale che «ci guardano con un po’ di malinconia nel vederci muovere in libertà», giù attraverso la valle dell’Annunziata sino al «versante che da Lodè fronteggia la bassa Baronia». Si sono fatte le nove di sera. Alle tre di notte nuovamente in marcia. Alle 7, gli occhi trasognati del ragazzo vedono «la nebbia che copre le colline e la bruma in basso lungo i fiumi». Di fronte gli stazzi di Sa Preta Bianca, Piras e Concas. Poi un succedersi lungo un intero giorno di altre camineras nascoste da corbezzolo e mirto, ascese, costeggiare di macchia mediterranea, ridiscese per tratti perigliosi quanto la passerella in ferro vicino alla diga di Torpè. Pupasanimas. Nessuno scoramento in Batòre Madèo. Altri stazzi e frazioni, Su Cossu, Brunella, Talavà, Tamarispa. Il secondo racconto della transumanza si conclude all’imbrunire della vigilia di Natale con la gente che si saluta con il senso di una profonda emozione. La stessa di oggi a rileggere questa cronaca dove molti di noi del paese portatile ci riconosciamo.

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