Sfilata di un carnevale estivo (Photo by Gigi Olla)
Una festa popolare e festival qualunque
di Francesco Mariani

13 Luglio 2023

4' di lettura

Tutto attorno a noi sta cambiando. Non si tratta di un cambiamento qualunque cui ogni stagione va incontro. C’è un mutamento sociale e culturale di quelli che un tempo avvenivano in un secolo ed ora prendono corpo in periodi brevissimi, da un anno altro. Sotto il segno della programmazione, della globalizzazione nuovi mondi prendono forma. Ma nel cuore del progresso, del benessere generalizzato, del consumo ostentato, “dello sciupio vistoso”, resta sempre un’ombra: l’uomo continua ad avvertire la necessità del “meraviglioso”, di scoprire quel “qualcosa d’altro”. Continua ad avere fame di leggende, magie, miracoli: fame del sacro. Non è vero che il sacro è scomparso: ha assunto altre sembianze, altre immagini e azioni comportamentali, magari selvagge ed imprevedibili. Il conflitto tra l’idolo e il Dio vero prosegue e permane. Ci sarà sempre “la scimmiottatura di Dio”, per dirla con sant’Agostino. La festa è un accadimento che il popolo riconosce o crea per rispondere a questi bisogni. Nell’epoca della crisi delle certezze, dello sradicamento dell’uomo, essa è testimonianza di vitalità, è la rivincita sulle quotidiane proibizioni. Scioglie le preoccupazioni e le ansie che il quotidiano accumula nella nostra memoria; realizza un mondo a metà tra sogno e bisogno.

Capire la festa vuol dire capire la cultura ed i valori di un paese: in essa una società si riconosce, si rinnova, si ricompone. Nella festa si esprime “una visione del mondo, la memoria delle cose”, una filosofia dell’esistenza. 

Le feste aprono degli spiragli sui motivi spirituali, sociali, economici e politici che in esse si innervano; illumina sui conflitti di classe, tra dominanti e dominati, tra inclusi ed esclusi. Per meglio capire distinguiamo due tipi di festa: quella popolare, contadina, pastorale, e quella “moderna”, borghese, globalizzata. I due modelli spesso sono mescolati, si sovrappongono e non è facile distinguerli.

Nel nostro linguaggio di tutti i giorni, nella cultura borghese, festivo è tutto ciò che è diverso dal feriale (“dae sa die attorja”). Festivo è il tempo del non lavoro, il tempo improduttivo della libertà (che poi non sempre è vero perché anche “il tempo libero” è sempre più organizzato e programmato in funzione dell’industria). Festivo è il tempo da dedicare al consumo, in cui si può spendere, mangiare bene, divertirsi. E ogni giorno è festa per chi ha soldi.

Nella cultura popolare invece il festivo non è separato dal feriale lavorativo. La vendemmia, la mietitura, la tosatura delle pecore, la festa del Santo Patrono sono tutti momenti della vita lavorativa ed altrettanti momenti di festa. La festa popolare era (ed è in qualche misura) un legame diverso da quello quotidiano. Per un momento scompaiono le differenze tra ricco e povero, tra l’amico e lo sconosciuto, tra il vecchio ed il giovane.

Negli ultimi decenni tutti questi aspetti sono stati compressi e le feste sono diventate dei festeggiamenti, festival, una sommatoria spesso caotica di eventi, una liturgia dello spettacolo, un tributo all’industria del turismo, del commercio, del mercato. La preparazione non è più atto comunitario ma compito demandato ad apposite società, ad esperti. Si passa da protagonisti a spettatori, da comprimari a figuranti, da soggetti ad oggetti. La realtà è ridotta a folklore privo di contesto; e l’identità comunitaria svenduta per un piatto di lenticchie. Una sommatoria di individualismi che sostituisce un sentire comunitario. E continuiamo a chiamarla festa.

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