Recuperare parole responsabili

Gorgia, filosofo presocratico, era dotato di una irresistibile eloquenza. Lui sapeva che la parola è una grande risorsa per l’uomo, capace di produrre grandi e inverosimili effetti. La parola incanta, ferisce, convince e, infine, “finge”, creando e dando senso anche al nulla. Saranno Socrate e Platone ad aggiungere una qualità supplementare alla parola. Non basta che essa sia persuasiva e innamorata – la seduzione è parola fatta arte – ma deve essere anche “responsabile”. Una parola cioè ha sempre un padre che la difende e ne risponde. Altrimenti è una parola irresponsabile. Queste considerazioni arrivano in un tempo ricco di parole spesso irresponsabili.
Nel linguaggio comune e mediatico, persino in quello istituzionale – ma sarebbe meglio dire partitico – le parole non si misurano per il loro contenuto di verità, ma per l’effetto più o meno distruttivo che suscitano. Quanto più fa male tanto più la parola sembra opportuna. Non conta il contenuto delle parole, ma il disorientamento che sa generare nel campo avverso.
Ricordo con simpatia il capo indiano dei fumetti che sottolineava la serietà e la responsabilità della parola, pronunciando un perentorio: “Augh, ho detto!”. Come a dire che la vera parola “non torna indietro”, ed è irreversibile. Sarà per questo che le parole vere sono rare, come “rari” sono purtroppo coloro che le pronunciano.
Nelle ultime settimane, ma non solo, mi è tornata in mente una frase dello scrittore Raffaele La Capria in Esercizi superficiali: “Governa male chi si esprime male”. Il linguaggio scadente ha sempre alcune caratteristiche: il turpiloquio che diventa sistema di comunicazione; il soprannome reso nome; l’epiteto insultante divenuto merito; il tutto esaltando l’orgoglio del triviale e osannando la semplificazione etichettatoria (a scapito sempre dell’argomentare). Aggiungo che fa paura (e pena) il consenso ampio che ne consegue, perché “quel politico parla come me”. Un imbruttimento che dura da anni, fino a constatare che nell’epoca della velocità, l’ignoranza è divenuta una virtù. In realtà parlare bene significa ragionare bene e ragionare bene, per chi ha compiti di governo, di amministrazione e di guida, significa governare bene. Per questo non dobbiamo rassegnarci e dobbiamo dire che la parola deve essere un valore, da custodire, difendere e proteggere come un bene prezioso. Nessuno di noi tollererebbe una parola bugiarda dalla persona amata. Perché la falsità distrugge e siamo fatti per la verità.
Un proverbio arabo recita: “Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare attraverso tre porte. Sulla prima c’è scritto: È vera? Sulla seconda c’è la domanda: È necessaria? Sulla terza porta è scolpita la scritta: È buona?”. Soprattutto noi cristiani abbiamo un obbligo in più: non siamo uomini che hanno sperato in una Parola? Che ascoltano una Parola, che credono in una Parola? Per questo il nostro Dio è un Dio che parla, e tutta la Bibbia è una testimonianza di questa Parola rivolta all’umanità in tempi e luoghi diversi fino a farsi “carne” in Gesù, uomo che ha parlato e vissuto con noi. Non è un caso che in ebraico verità-sincerità, significhi anche fedeltà? Nella Scrittura la fedeltà è la verità sincera, e la verità sincera è sempre fedeltà! Essere sinceri è firmare ogni giorno un patto d’alleanza con l’altro, con gli altri: io sono io, davanti a te, che sei te stesso! Questo sì che è un bell’impegno quaresimale!

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