Yevgeny Prigozhin (Ph Ansa/Sir)
Le incognite di un golpe quantomeno surreale
di Francesco Mariani

28 Giugno 2023

3' di lettura

Il mese scorso scrivevamo che la storia è impastata di ribellioni e cambiamenti di casacca da parte di compagnie di ventura, ossia di truppe mercenarie ingaggiate da re, nobili, banchieri, da chi ha soldi e possibilità di bottino e razzia. E parlavamo proprio di Yevgeny Prigozhin, capo della Wagner, con 50 mila mercenari in Europa, braccio armato di Putin per le sue scorribande militari in mezzo mondo, specie in Africa. Ufficialmente non è inquadrato nelle file dell’esercito russo, è a capo di un’organizzazione privata e quindi non risponde delle sue nefandezze ad alcuna entità sovranazionale. 

Prigozhin, un uomo d’affari, un oligarca miliardario, si lamentava per le «pallottole che non arrivano”, per “la condotta di alcuni ufficiali e del ministro della Difesa russo» definiti «un branco di bastardi che aveva bisogno della guerra per mettersi in mostra». Sabato 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, ha lasciato di stucco il mondo intero: con 25mila suoi uomini, in buona parte ex-carcerati, combattenti in Ucraina, ha marciato su Mosca. Putin, in un messaggio alla nazione, ha parlato di «pugnalata alle spalle» annunciando che «tutti coloro che hanno scelto la via del tradimento saranno puniti e saranno ritenuti responsabili». La Wagner, senza colpo ferire, arriva a duecento chilometri dalla capitale russa. E qui accade la sorpresa nella sorpresa: il capo annuncia che «adesso ci fermiamo, non vogliamo spargere sangue russo». Per tutta la giornata il capo della Wagner e il presidente della Bielorussia, Aljaksandr Lukasenko, per conto di Putin, hanno trattato in segreto e alla fine hanno raggiunto un accordo. 

Pochi giorni prima della rivolta, il ministro Shoigu aveva imposto a tutti i membri delle milizie private di firmare un contratto con la Difesa e di finire quindi sotto i comandi militari ufficiali. Prigozhin aveva subito replicato che i suoi non l’avrebbero mai fatto e che avrebbero continuato a combattere per conto loro. Per lui era scattato un ordine di arresto.

In base all’accordo raggiunto, le accuse contro Prigozhin sono state ritirate e lui stesso «andrà in Bielorussia» (leggi esilio).

Putin e il suo regime, al momento, sono salvi. Ma ne esce ammaccata la sua immagine di leader saldo al potere e padrone della situazione. Come nella famosa dialettica servo-padrone il capo è stato quantomeno eguagliato dal suo subalterno, è sceso a patti con lui, ha dimostrato che l’apparato militare, indispensabile per stare al potere, non lo ama più di tanto. Onestamente, nessuno in Occidente conosce il vero motivo della rivolta e dell’accordo e nessuno può immaginare quello che può accadere nei prossimi giorni e quali riflessi ci potranno essere in Europa. Forse si è trattato di un semplice regolamento di conti tra Wagner e Difesa? O forse di un rude ammonimento a Putin da parte di oligarchi scontenti? Rimpasto di governo? Aiutino alla Wagner da parte degli Usa? Una messinscena per stanare camerieri ed aspiranti anfitrioni? Staremo a vedere, consapevoli di quanto i russi contino in Sardegna e negli equilibri politici italiani. E sapendo che nessun potere terreno è eterno.

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