Fino alla morte amici dell’umanità

Ogni tempo ha le sue incertezze, i suoi sconvolgimenti che interrogano e mandano all’aria obiettivi e progetti. Questo tempo, segnato dal contagio del coronavirus, ci sta consegnando pagine tristi, ansiose e traballanti, perché si avverte la mancanza di punti fermi che diano speranza per il futuro. Per questo abbiamo grande ammirazione per tutti coloro che mostrano con la loro vita segni tangibili di fiducia, che lottano perché alle persone sia riconosciuta non tanto la sopravvivenza ma la vita, ricevuta in dono e sempre da salvaguardare. Ospedali, case di riposo e per anziani, comunità di disabili sono gli avamposti di questo sguardo di cura e di sensibilità.
Tra i tanti luoghi che meritano di essere ricordati come fonte di speranza e di fiducia, collochiamo anche le nostre parrocchie, le comunità religiose, gli ambienti ispirati al servizio verso i più deboli e bisognosi. E quindi, senza nessun senso di inferiorità, la vita dei sacerdoti. Il Covid non ha risparmiato, anche in Sardegna – anche nella nostra Diocesi e in quella di Lanusei presbiteri pronti a servire gli altri, generosi dispensatori non solo della Grazia di Dio ma anche di energie e di tempo. Sono morti sul campo, con la generosità più grande: non pensare a se stessi.
Nomi e volti li conosciamo quasi tutti. Sono anziani della vita, anziani nel servire, ma giovani nel cuore, perché dotati di una ricchezza che non ha eguali e che non ha stagioni, per questo più forti del coronavirus, più forti della morte. In mezzo alle difficoltà dei nostri giorni, scorgere anche queste testimonianze dà fiducia, offre ragioni di speranza, anche di speranza contro ogni speranza. Grazie a voi, cari amici dell’umanità. Grazie per il dono della vostra vita in questo tempo. Senza di voi ci sentiremo ancora più fragili, senza di voi saremo meno umani.

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