Una chiamata da vivere nella fedeltà
Vocazioni. Verso le ordinazioni sacerdotali del prossimo 4 giugno: le parole dei parroci di Orgosolo e Lodè
di Luca Mele

31 Maggio 2023

6' di lettura

Intervista a don Salvatore Goddi, parroco di Orgosolo.

Si dice che un nuovo sacerdote è anche figlio di una comunità: in che modo Orgosolo esprime la sua paternità nei confronti di don Rosario?
«Anzitutto attraverso la sua famiglia. Don Rosario è nato qui ed è cresciuto nell’amore dei genitori, dei fratelli, secondo i sani principi del rispetto, della disponibilità e della fede. In casa è stato accolto anche dai suoi zii speciali e dal loro esempio con la stessa semplicità ha imparato pure lui a prendersi cura dell’altro quando più piccolo e bisognoso. Poi attraverso la parrocchia, dove grazie ai parroci susseguitesi negli ultimi anni e le varie realtà pastorali ha potuto godere dell’attenzione che Dio gli riserva sempre, rivelando il suo progetto. Sono tanti gli esempi che il futuro sacerdote ha raccolto e fatto suoi per rispondere generosamente alla sua chiamata».

Attualmente i preti orgolesi sono più di dieci, l’ultimo sacerdote è stato consacrato due anni fa: come si spiega tanta grazia?
«La grazia è aprire a Dio che bussa, come ha ribadito recente il Papa nel suo viaggio in Ungheria quando commentava il vangelo dove Gesù si presenta come la “porta”. C’è sempre l’iniziativa del Signore, ma è fondamentale collaborare e permettergli di “entrare”. In questi giorni del tempo pasquale, è significativa l’immagine dei discepoli di Emmaus, i quali riconoscono il Risorto solo dopo averlo invitato a “restare” ancora per cenare insieme».

Quali sono i sentimenti, l’attesa, l’orgoglio dei compaesani?
«Orgosolo vive questi momenti senza straordinarietà. Attenzione, non parlo di abitudine; dico che parlare di vocazione, di seminaristi, di futuri preti non è un discorso nuovo o lontano. Me ne accorgo soprattutto come insegnante e noto come gli alunni conoscano i loro seminaristi o giovani sacerdoti compaesani. Come accennato nella precedente domanda, dieci preti, un diacono, tre seminaristi rappresentano quasi una quotidianità di cui, sia chiaro, non ci si stanca di meravigliarsi e di ringraziare». 

Cosa impara una parrocchia dalla scelta vocazionale come quella di don Rosario?
«Ogni comunità riconosce che Dio è presente e agisce per il bene dei suoi figli. Il sacerdozio è soddisfazione e orgoglio per il candidato ed è un dono per il mondo. Altresì, la gente impara quanto sia bello interrogarsi, saper ascoltare e rispondere all’opera divina, per trovare la felicità propria e altrui».

Che cosa augura il paese al “suo” novello sacerdote?
«Augura di vivere questa chiamata nella fedeltà, la fedeltà di Dio sul quale si confida sempre. E di esprimerla annunciando la forza e la grandezza di questo incontro, con la naturalezza e la sincerità che caratterizzano don Rosario».

Don Salvatore Goddi

Dieci preti, un diaconoe tre seminaristi,una quotidianità di cui non ci si stanca
don Salvatore Goddi


È bello vedere comeancora ci siano giovani che ascoltano la vocedi Dio che chiama
don Emanuele Martini

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Don Emanuele Martini

A colloquio con don Emanuele Martini, parroco di Lodè.

Si dice che un nuovo sacerdote è anche figlio di una comunità: in che modo Lodè esprime la sua paternità nei confronti di don Celeste?
«Naturalmente ogni sacerdote è figlio di una comunità, la comunità che l’ha accolto il giorno del battesimo, comunità che lo ha aiutato a crescere nella vita fisica e spirituale. Lodè prima di tutto esprime la paternità nei confronti di don Celeste con la preghiera, soprattutto nell’adorazione eucaristica. In questi giorni imminenti al 4 giugno sono varie le proposte per prepararsi spiritualmente alla consacrazione di don Celeste e accompagnarlo verso tale traguardo».

L’ultimo sacerdote diocesano di questa terra è stato consacrato almeno mezzo secolo fa; di recente due giovani lodeini hanno intrapreso la strada dei consigli evangelici e ci si prepara alla consacrazione presbiterale del 4 giugno: come interpretare questi doni?
«L’ultimo sacerdote diocesano originario di Lodè fu Don Giovanni Farris, ordinato nel 1948; prima di lui don Francesco Contu, nel 1946. Dopo qualche decennio, ultimamente la comunità parrocchiale ha avuto una primavera di vocazioni: don Celeste Corosu, fra Matteo Peddio e fra Mario Mele. Possiamo interpretare questi doni come una grazia che il Signore sta concedendo non solo al paese, ma alla Chiesa universale. È bello constatare come ancora ci siano giovani i quali ascoltano la voce di Dio che chiama». 

Quali sono i sentimenti, l’attesa, l’orgoglio dei compaesani?
«Per la comunità di Lodè, attaccata alle radici cristiane, i sentimenti per l’ordinazione di don Celeste sono prima di tutto di gratitudine al Signore, che si eleva nella preghiera. L’attesa di questo giorno la comunità la vive con trepidazione, il clima di festa e di gioia si percepisce in tutte le persone, vicini e lontani, credenti e non credenti. L’orgoglio dei compaesani è quello di avere un figlio, un amico, un fratello, nato e cresciuto in questa terra e che si dona totalmente al Signore».

Cosa impara una parrocchia dalla scelta vocazionale come quella di don Celeste?
«Da una scelta vocazionale come quella del sacerdozio, una parrocchia impara prima di tutto che abbiamo sempre bisogno di ministri santi e disponibili che si donino con cura al popolo di Dio. Un’altra cosa che apprende è quella di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Infine, non per importanza, è quella di non avere paura di dire il proprio sì al Signore».

Che cosa augura il paese al “suo” novello sacerdote?
«La comunità di Lodè augura a don Celeste un ricco e fecondo ministero sacerdotale, prendendo come modello il Sacro Cuore di Gesù. Il paese auspica che il novello sacerdote sia capace di ascoltare, di capire, di guidare le persone che gli verranno affidate. Tutti desiderano che don Celeste sia ricolmo sempre di quell’amore che il Signore dona a tutta l’umanità, immedesimandosi sempre di più a Cristo servo e pastore».

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