Oliena, ballu tundu in piazza San Lussorio, 2 aprile 1956
Toni Schneiders e la Sardegna tra nostalgia e futuro
Un’esposizione che spinge a riflettere sul rapporto tra la società, l’identità e la storia isolane
di Claudio Lasperanza

13 Marzo 2023

5' di lettura

Nuoro - Inaugurata lo scorso 28 gennaio allo Spazio Ilisso, la mostra propone 110 scatti del fotografo tedesco, Toni Schneiders, il quale nel 1956 passò poco più di un mese nell’isola, girovagando da Nord a Sud con la speranza di cogliere alcuni tratti distintivi della società e della storia di Sardegna. 

L’esposizione catapulta chi la visita in un’atmosfera differente, in una realtà isolana ormai quasi del tutto scomparsa o fortemente mutata: costumi, riti religiosi e comunitari che riempiono piazze o paesi, il tutto in bianco e nero. Tuttavia, si tratta di immagini in cui chi ha vissuto o vive in Sardegna si imbatte spesso. A livello pubblicitario, ormai, è uno schema assodato: dalla “anima sarda” secondo l’Ichnusa al video promozionale della Regione, “Sardegna un mondo straordinario”. Il ritratto dell’isola che ne fuoriesce, un po’ stereotipato un po’ idealizzato, segue questa stessa trama con immagini già note: l’anziano signore con il volto segnato dalle rughe, i costumi, le maschere tradizionali. 

Lo spunto più interessante che emerge dalla mostra può essere riassunto in una parola: nostalgia. La si legge tra le mura dell’Ilisso, quando si viene avvertiti che questa raccolta di scatti è priva di «accenti nostalgici». La tentazione della nostalgia, che colpisce appena ci si tuffa in questi scenari di Sardegna del passato, si può tradurre, ad esempio, nell’esaltazione della Sardegna “di una volta”, del come si viveva “una volta” nei paesi, e del come “una volta” certe usanze fossero praticate, rispettate e vive. I 101 ritratti di Sardegna – dal ballo tondo di San Lussorio alla sfilata di Sant’Efisio, dai pescatori di Oristano, Cabras e Bosa – immortalano una forma di “antichità”, uno spaccato di isola precedente alla globalizzazione, che non la vede ancora aperta alla grande «industria internazionale del turismo» come «paradiso di vacanze». 

L’idealizzazione del passato, l’immaginarselo come luogo sicuro, come Età dell’Oro a cui sia sempre possibile fare ritorno per risolvere le faticose sfide che l’oggi ci pone, simboleggia, per il sociologo Zygmunt Bauman, la nostra difficoltà a riporre lo sguardo altrove, verso il futuro. Per Bauman, il passato della nostalgia è un ventre materno e accogliente da cui siamo stati espulsi e nel quale, nonostante i nostri sforzi, ci è ormai impedito di rientrare. Fino a qui tutto bene, verrebbe da dire. Se non fosse che, da diverso tempo ormai, ha fallito anche un altro atteggiamento verso la storia: quando Francis Fukuyama, col crollo del comunismo sovietico, decretava la Fine della storia e paventava la prossima diffusione globale di governi ispirati ai principi democratico-liberali e capitalistici, egli fondava la sua previsione su un’idea unilineare di futuro. La parabola del genere umano era destinata a un costante e progressivo miglioramento sociale, culturale ed economico. Gli ultimi trent’anni, intanto, hanno fornito a Fukuyama sufficienti prove per rivedere questa sua tesi.

Ciò che ci interessa, tornando all’Ilisso, la Sardegna e le foto di Schneiders, è capire cosa ne è del passato e del futuro di questa terra. A ben vedere, se la mera riproposizione di modelli del passato non è una strada percorribile, lo stesso si può dire per un approccio unilaterale al futuro, che giudichi negativamente quanto ci ha preceduto per questo semplice fatto. D’altronde, si potrebbe obiettare, quel passato non è poi così passato se gli istituti culturali, le aziende multinazionali e le istituzioni politiche, basandosi su un’idea di Sardegna non lontana dagli scatti di Schneiders, continuano a insistere sui temi dell’autenticità e della “Sardegna genuina” per promuovere soprattutto, altra costante storica, quelle zone centrali dell’isola che da decenni conoscono maggiori difficoltà nell’affrancamento economico. 

La direzione per il futuro, piuttosto, passa anche per il passato, senza però impantanarsi in un’esaltazione nostalgica, idealizzata o imposta di quello. L’antico e il nuovo devono convivere, coesistere. Un esempio lampante della fecondità di questa interazione è dato dalla vicenda oranese del paese pergola, il progetto ideato da Costantino Nivola che ha ripreso vita negli ultimi anni con il coinvolgimento di nuove figure professionali. Nivola immaginava di intrecciare e connettere l’intero centro abitato per mezzo del pergolato, in modo così da creare spazi pubblici vivibili dalla comunità e da questa animabili secondo le esigenze e le volontà del momento. In ciò, egli era sì spinto dalla necessità pressante del suo tempo a ripensare l’architettura urbana in una maniera che favorisse l’interazione umana, ma era altresì ispirato dal ricordo (forse un po’ nostalgico e idealizzato) della realtà paesana in cui era cresciuto. 

Ecco, infine, un sentiero: slancio utopico, visione del futuro e conoscenza attenta del presente; memoria, storia da riscattare, ricordo del passato come fondo da poter re-interpretare e da cui poter attingere.

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