Suor Lucia Pala (in basso a sinistra) nella sua missione in India
Suor Lucia Pala e la cura dell’amore
Angeli bianchi. La missionaria dell’Immacolata, originaria di Bitti, e il suo impegno nel lebbrosario in India
di Luca Mele

11 Febbraio 2023

6' di lettura

Bombay - Suor Lucia Pala è una Missionaria dell’Immacolata originaria di Bitti e da 40 anni svolge la sua missione nelle corsie del Vimala Dermatological Center, il lebbrosario che la diocesi di Nuoro, in occasione della vicina Giornata Mondiale del malato 2023, ha deciso di sostenere dando un segno concreto di attenzione a chi soffre. Le abbiamo posto qualche domanda, per conoscerla meglio e per preparaci anche spiritualmente all’11 febbraio prossimo.

Suor Lucia, come è arrivata in India? Come ha scoperto la sua vocazione?
«Sono nata in una famiglia meravigliosa: mamma era una donna di fede e papà era molto generoso. Da piccola facevo orgogliosamente parte dell’Azione cattolica, attivamente presente nella “mia” Bitti, e con l’Associazione ci impegnavamo tanto a servizio dei poveri, che allora in paese non erano pochi. A 16 anni, grazie a mio zio don Pala, che per il nostro gruppo propose la visione del film Molokai di padre Damiano, la premura e la dedizione per quei “dimenticati” mi affascinava e mi chiamava a dare il mio contributo. “A mimme mi piachet azzudare sos lebbrosos”, confidai a mia madre (la quale quasi nemmeno sapeva chi fossero questi ammalati) e già mi sentivo convinta di poter partire per offrire loro un aiuto. Penso che tanta determinazione si spieghi ancora oggi con l’esempio coraggioso di un mio compagno di scuola che decise di fare altrettanto: padre Battore Carzedda, ucciso nelle Filippine. Ma tanti altri sacerdoti hanno illuminato il mio discernimento e il mio cammino, in particolare don Cugusi, mio direttore spirituale…».

Quindi, come ha lasciato la sua terra?
«Concretamente parlai con il mio parroco e con la mia famiglia. A 23 anni sono stata accolta dall’Istituto e, dopo i diversi percorsi formativi – ho studiato medicina anche in Spagna! –, sono arrivata in India, pagandomi il biglietto. In questa decisione è stato determinante l’incontro con padre Romolo, missionario del Pime: i primi 7 anni ho fatto apostolato tra i villaggi e l’ospedale di Andhra Predesh; dopodiché sono arrivata qui a Bombay. Era il 1977 e mio papà stava molto male. Feci un atto di totale abbondono a Dio: partendo, ero sicura che non sarebbe stato solo e credevo che per lui sarebbe arrivato un miracolo… e così è stato».

La realtà è apparsa un po’ diversa da come l’aveva immaginata dopo quel famoso video?
«Ricordo un’esperienza forte. Andai in un villaggio per effettuare le medicazioni, nonostante gli inviti delle consorelle le quali mi dicevano di non andare con loro. Dalla sua capanna uscì una donna che, levate le bende, mi mostro il suo moncherino pieno di vermi: volevo quasi scappare, ma mi sono fatta ancora più coraggio e ho imparato a non avere più paura.
Oggi è difficile continuare la nostra missione: non ci sono più i sussidi che arrivavano da altri paesi, anche perché ufficialmente lo Stato nega l’esistenza della lebbra. Così gli aiuti sono diminuiti del 60% e i farmaci sono costosi. Resiste la solidarietà di chi ha potuto vedere con i propri occhi. E poi non bisogna dimenticare l’altro male: la sofferenza sociale dell’ammalato di lebbra, escluso e abbandonato dalle istituzioni e dalla gente».

Come fate, allora?
«La vera cura è l’amore! Le medicine risolvono appena un quinto della malattia; quello che porta sollievo e conforta è davvero la presenza compassionevole e premurosa. Adesso qui siamo dieci Angeli bianchi: con me c’è un’altra italiana, suor Bertilla; le altre otto sono indiane. Il nostro compito è curarli gratuitamente, sostenute dalla grazia del Signore e dalla generosità dei benefattori, e far sentire i nostri pazienti “persone”, nella loro dignità, destinatari di amore e rispetto».

Le manca la sua terra?
«Io mi sento sempre “bithichesa”: quando telefono ai miei familiari o rientro in Italia e vedo i miei parenti in aeroporto, subito parlo in sardo! In tanti anni, ho dovuto imparare diverse lingue parlate in India… sono più indiana che italiana, ma il mio cuore è sempre legato a voi, perché voi mi avete mandato qui! In varie occasioni abbiamo potuto beneficiare dell’aiuto della diocesi (penso, ad esempio, all’operazione Un euro al mese). Però abbiamo bisogno di rinforzi: come sono partita io, credo e spero che altri o altre possano come noi condividere questa missione per gli ultimi».


Il segno.
Le proposte dell’Ufficio diocesano di Pastorale della Salute

L’ufficio di Pastorale della salute propone in occasione della Giornata del malato un gesto da compiere nel corso della settimana, quello di far visita a un malato, secondo le possibilità e le sensibilità di ciascuno. L’altra iniziativa volge lo sguardo verso coloro che affrontano la malattia in paesi che vivono costantemente la dimensione della povertà e spesso dell’emarginazione: essere malati e non avere accesso alle cure costituisce una doppia condanna. Le offerte raccolte nella celebrazione eucaristica diocesana nella Giornata del Malato (l’11 febbraio alle ore 16 nella chiesa di San Paolo a Nuoro) saranno devolute al lebbrosario di Vimala, in India, nel quale da quarant’anni è impegnata Suor Lucia Pala, missionaria dell’Immacolata. Chi, non partecipando alla Santa Messa, volesse contribuire con un’offerta, pouò inviare un bonifico entro il 15 marzo intestato a: Diocesi di Nuoro Banca: Unicredit Spa, Iban: IT34N0200817302000004299287 indicando nella causale «Missione Suor Lucia in India».

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