Sono il volto più autentico della Chiesa

A un anno ormai dal debutto ufficiale del virus in Italia sappiamo che i medici contagiati e uccisi dal virus sono 300, un dramma che non cessa di consumarsi in corsie di ospedali e in ambulatori, un supplemento di pena per una categoria che – con infermieri e operatori socio-sanitari – ha dovuto sopportare sacrifici e prove di ogni tipo, fino a dover dare la vita per effetto del suo stesso prodigarsi. Di una fibra assai simile, a ben vedere, è un’altra strage passata quasi del tutto sotto silenzio: quella dei sacerdoti, che sin dai primi giorni della pandemia hanno avvertito il dovere (il bisogno per la natura della loro stessa vocazione) di farsi accanto ai “nuovi poveri” creati dal diffondersi di un nemico infido che approfitta della relazione e si infila proprio nella porta lasciata aperta da chi vive dell’incontro con l’altro, specie il più bisognoso. E chi se non i malati di Covid, i parenti delle vittime, le comunità sgomente spazzate dal virus come da una tempesta misteriosa e orribile ha più bisogno del sostegno del sacerdote?
Marzo 2020 è stato il mese nel quale il clero italiano è salito sul calvario del contagio, condotto dalla sua stessa fedeltà alla chiamata i farsi prossimo di chi era evitato da tutti. E da allora non è più sceso, crocifisso alla malattia insieme a chi la patisce, tenendo la mano di chi muore, consolando, accogliendo, dando speranza, e quando necessario il proprio esempio.
Una condivisione senza sconti, come ha testimoniato persino il presidente dei vescovi italiani cardinale Bassetti, arrivato sulla soglia della vita eterna e tornato indietro quando tutto ormai sembrava perduto. Sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria decine di sacerdoti hanno condiviso la sorte dei sofferenti ai quali si erano accostati come avrebbe fatto il Samaritano, e con loro suore, religiosi, missionari ritornati in patria dopo una vita di avventure e pericoli mortali tra tutte le miserie del mondo e sorpresi dalla morte improvvisa proprio dove pensavano di essere finalmente al sicuro. Questo popolo di pastori, di sorelle e fratelli, di amici, di compagni di strada ha ritenuto la propria vita meritevole di essere spesa bene solo nella compagnia ai sofferenti per la nuova, terribile, angosciosa piaga.
E dopo marzo, con le prime decine di morti, sono venuti altri mesi di lutti, dapprima nelle diocesi lombarde ed emiliane dell’epicentro originario (Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Como, Milano, Cremona…), poi via via anche altrove, seguendo le misteriose rotte migratorie del Covid.
A giugno le vittime nel solo clero diocesano ammontavano già a 124, ma la morte del vescovo di Caserta Giovanni D’Alise il 4 ottobre faceva capire come il virus – che già stava mietendo nuove vittime ovunque in Italia dando l’avvio alla seconda e persino più drammatica ondata – non si era affatto dimenticato dei sacerdoti. Anzi. Da inizio autunno a oggi le vittime tra i preti “in cura d’anime” (o a riposo, ma spesso ancora impegnati a dare una mano come possono nella pastorale) sono raddoppiate, superando ampiamente quota 200, mentre si riaffacciano con frequenza notizie di focolai e morti nelle case di religiose, alle quali il Coronavirus presenta il paradossale conto della dedizione reciproca nella vita comunitaria.
È il sacrificio dei sacerdoti a parlarci con maggior chiarezza oggi di ciò che caratterizza la Chiesa italiana, quasi una manifestazione della sua stessa anima: lo specchio delle morti per Covid ci mostra un ritratto inevitabilmente sfrondato da chiacchiere e sovrastrutture. Nelle biografie dei preti piegati dalla malattia contratta per la vicinanza ad altri, e che sarebbe stata evitabile con una scelta di isolamento completo però più simile a una diserzione per un’anima sacerdotale, si coglie sempre il tratto della fedeltà al popolo affidato dal vescovo, un impegno personale con la propria gente che nessuno dei preti vinti dalla malattia ha voluto negoziare. È davvero commovente leggere le storie di sacerdoti per decenni nella stessa comunità, tolti a essa solo da un agente patogeno improvvisamente apparso sull’orizzonte dell’umanità, come se nulla potesse strapparli a quella vita consegnata a un paese, un quartiere, un villaggio, una città se non l’imponderabile.
Nei sacerdoti vittime del Covid, così come nelle suore e nei religiosi, la Chiesa italiana mostra il suo volto più autentico: Chiesa tra la gente, ricca di opere e di fraternità, custode di gioia e di relazioni, dispensatrice discreta di cura. Fedele a tutti, fino al sacrificio di sé.

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Quelle vite donate anche nel presbiterio sardo

La nostra diocesi è stata la prima a pagare un prezzo altissimo già nel marzo dello scorso anno con la morte di don Pietro Muggianu (nato a Orgosolo il 27 agosto 1936, ordinato presbitero il 9 luglio 1961). A pochi giorni di distanza la Chiesa di Nuoro ha accompagnato con la preghiera il ritorno alla casa del Padre di don Giovanni Melis (nato a Nuoro l’11 marzo 1948. Dopo il diaconato permanente, rimasto vedovo di Anna Maria è stato ordinato sacerdote il 16 ottobre 2004).
Nella diocesi di Lanusei hanno perso la vita a causa del virus don Luigi Balloi e don Vincenzo Pirarba. Cagliari ha pianto un sacerdote diocesano, don Giuseppe Cadoni, un religioso cappuccino (un altro apparteneva alla diocesi di Sassari) e un missionario morto in Brasile, Graziano Cirina. Un’altra vittima si conta nel presbiterio di Ales-Terralba, don Salvatore Pinna. La diocesi di Alghero Bosa ha dato l’addio a suor Lidia Ladu e suor Giovanna Congiu dell’Istituto delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia, suor Maria Sechi e suor Maria Agnese Angioni dell’Ordine di San Francesco d’Assisi. In generale è difficile avere il numero preciso per quanto riguarda le famiglie religiose sia maschili che femminili. Diversi sono stati i decessi tra i sacerdoti in altre diocesi ma non riconducibili direttamente al Covid.