Se la verità diventa segreto di Stato

Trent’anni di bugie, depistaggi, tentativi maldestri di nascondere la verità dei fatti. Che non è mai venuta a galla, perché si è deciso di sommergerla con 140 innocenti che dalla Toscana erano partiti per andare a Olbia, per riabbracciare i parenti, o per partecipare a un matrimonio. 140 persone che si potevano salvare e potevano raccontare cosa è successo realmente quella sera all’uscita dal porto di Livorno. Ma non hanno potuto farlo, perché la verità non è sempre bella, come dice la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer.

Una ferita aperta. Moby Prince è una ferita aperta nella storia giudiziaria italiana, perché fa ancora male, e neppure il tempo ha lenito il dolore. Tre anni fa la decisione di aprire una commissione parlamentare di inchiesta, presieduta dal senatore Silvio Lai, ha evitato l’insabbiamento. Grazie alla tenacia dei familiari e all’impegno dello studio Bardazza, la ricerca della verità continua. «La rabbia è tanta – scrivono alcuni di loro – perché non sappiamo ancora cosa è successo ai nostri cari». «Preghiamo ogni giorno i nostri morti, con la speranza che qualcuno non si dimentichi di loro» – aggiunge la sorella di una delle vittime. Tutti morti tranne uno, Alessio Bertrand, membro dell’equipaggio unico testimone della tragedia scampato per miracolo perché soccorso da una imbarcazione privata arrivata nella zona. Pur di non accertare le responsabilità dello scontro, diversi da subito sono stati i tentativi di depistaggio: la distrazione della partita in televisione tra Barcellona e Juventus, una nebbia che avrebbe impedito la vista della petroliera sullo sfondo, un errore nella rotta del traghetto.

Da Giuseppe a Giuseppe. Giuseppe Congiu porta il nome di suo zio che era sul Moby Prince. A Oliena, dopo la recente morte del padre Tonino, è un testimone vivente di chi ha pagato con la vita la negligenza degli altri. «Non sapremo mai tutta la verità – dice – ma è importante andare avanti con le ricerche che possano ricostruire se non tutta la storia, almeno alcune responsabilità. Il rimpianto maggiore è per il ritardo nei soccorsi, forse si sarebbero potuti salvare in pochi, ma almeno avrebbero potuto fornire una versione dei fatti». Per Giuseppe non è facile parlare dello zio, luiche è nato 4 anni dopo la sua morte, ma lo faperché «è giusto rinnovare la memoria, anche per chi non lo ha conosciuto». L’ultimo ricordo è una confidenza personale: «Porto con me la sua catenina, era tra i pochi oggetti che abbiamo recuperato, mio padre me l’ha passata».

Troppi perché. Restano troppi i punti oscuri di una vicenda che vede sul banco degli imputati lo Stato Italiano. Forse per non compromettere le relazioni militari con alcuni paesi stranieri coinvolti, per non rivelare che nel porto di Livorno avvenivano traffici illeciti, a distanza di 30 anni nessuno ha pagato per quella tragedia. Perché i passeggeri della petroliera Agip Abruzzo sono stati tratti in salvo mentre per soccorrere i passeggeri del traghetto si è atteso il mattino successivo quando non c’era più nulla da fare? Perché trenta minuti dopo l’incidente una nave chiamata Theresa si allontana dal luogo della tragedia? Perché dai rilievi scientifici sono state trovate a bordo della nave passeggeri tracce di esplosivo? Perché non stati acquisiti i tracciati radar che rivelerebbero l’esatta posizione delle imbarcazioni presenti nella zona al momento del disastro? Sono solo alcuni degli interrogativi in attesa di risposta. Intanto la verità continua ad essere un segreto di Stato.

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Giuseppe e gli altri. Il Carabiniere di Oliena tra gli angeli del Moby

Giuseppe Congiu aveva soltanto 23 anni e una vita davanti a sé. Nonostante l’infortunio alla gamba aveva deciso di tornare a casa con la sua auto e aveva chiesto ai suoi colleghi di accompagnarlo al porto di Livorno. Troppo forte la voglia di rientrare a Oliena, come quella di tanti giovani di allora che non avevano la tecnologia per sentirsi più vicini a casa. Giuseppe a Oliena non ci è mai arrivato, non ha potuto più ammirare le meraviglie del Corrasi e rivedere i vecchi amici.
Tra i 140 angeli del Moby Prince c’erano Ilenia e Sara le due figlie che Angelo Canu con la moglie stava portando nella sua Burgos, il comandante Ugo Chessa, giovani e anziani della Gallura e del Marghine, alcuni in viaggio per un matrimonio previsto pochi giorni dopo. Persone unite da un terribile
destino, in realtà punite da una serie di errori umani, perché in un porto di navi passeggeri in quella sera forse era in corso un traffico di merci pericolose (armi o materiale esplosivo), e il traghetto è andato a finire su una petroliera e ha preso fuoco. Soffocando la vita di Giuseppe e di altri 140 che ancora oggi attendono di sapere perché.

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