Quelle attività chiuse ma non per turno

In epoca pre-social un modo per far conoscere i propri prodotti era affidarsi al bando, e capitava o per distrazione o per noncuranza chesu bandidore volesse attribuire la qualità del prodotto al negoziante, converrete con me che dire: chie cheret caule ‘e frore a sa butteca de su tale, in sardo abbia un senso assai diverso da: chie cheret caule a sa butteca de su tale, ja est a frore su tale.
La piazzetta di Sant’Antonio era un po’ il centro di quel commercio paesano e familiare, lì arrivavano gli ambulanti a fare mercato, su baresu l’abbiamo conosciuto in tanti. C’era l’edicola con i giornali: prima solo NuovaUnione poi iniziarono ad arrivare quelli del continente fra i quali spiccava il rosa de La Gazzetta dello Sport e i fumetti di Tex, Topolino, Zagor. Tzia Annetta, la titolare, doveva stare attenta perché ogni tanto c’era qualche ammanco. Una volta il mano lesta fu beccato, e si giustificò alzando le mani, ma nello stesso momento gli scivolò dal giubbotto non so che rivista.
Il negozio di tzia Chicca Pittalis, la quale non negava un sorriso a nessuno, veniva frequentato la mattina dalle pie donne che uscivano di chiesa, e anche se si erano da poco riconciliate col Signore, qualcuna non ci metteva molto a cadere nuovamente in tentazione diffondendo qualche maldicenza fresca di giornata.
Vicino si trovava la latteria di tziu Gavinu e tziu Mario Lunesu, i quali avevano il loro daffare a regolare il traffico delle gavette all’ora di punta; e succedeva anche che qualcuna, evidentemente aveva corretto un po’ troppo il caffè, si presentasse col colabrodo.
Sempre in quella zona si trovava il tabacchino di tziu Mario, con quello di tziu Marzeoro riforniva i fumatori: i sigari toscani erano acquistati più che altro dai vecchi che avevano imparato a fumare a focu a intronelle trincee della Grande Guerra, le Alfa e le Nazionali venivano accese dalle mani callose degli adulti nei minuti di pausa delle lorozorronadas, le Ms erano preferite dai giovani, le Marlboro da quelli un po’ più sofisticati, e le Muratti da quelli che ora si definirebbero fighetti.
Altro luogo frequentato era il macello, tziu Gantine, sarulese trapiantato a Orotelli per amore, decantava la bontà della carne dando vigorose manate alla mezzena attaccata al gancio, faceva i conti nella carta usata per avvolgere, la colonna non era proprio in ordine ma il totale, misteriosamente, risultava giusto.
Vicino al macello: sa butteca de sas de tzia Antioca, in periodo invernale sentivi il profumo del pepe e delle altre spezie vendute per cunfettare su mannale, tzia Juanna con i pesi e contrappesi della vecchia bilancia poteva sfidare la precisione di qualsiasi aggeggio elettronico, il negozio col bancone di legno ti dava il senso dell’antico, non del vecchio, e chissà da quando si trovavano, nell’angolo del mobile, quei quaderni che nessuna penna aveva avuto il privilegio di riempire. E non mancava nemmeno il bazar, da tziu Pascale toppuc’era di tutto: funi, trappole per topi, campanacci, tegami, portafogli; il pavimento in legno e la grata sulla quale dovevi passare mettevano un po’ d’inquietudine, lui col sorrisetto furbo si rendeva conto del disagio.
Tziu Fidelicu Buseddu, era stato valente fabbro, ogni pomeriggio si recava, con una borsa nera chiusa con una fibbia, al negozietto vicino San Giovanni dove vendeva chiodi, antiparassitari per i quali gli insetti facevano la ola – il principio attivo era svanito da un bel po’ – e i Supertele, quelli che quando davi un calcio il pallone prendeva una traiettoria inversa a quella desiderata. Le scarpette si compravano datziu Titinu Carta, dove trovavi anche le calzature Canguro con tatuato sulla tomaia il marsupiale.
Gli articoli elettrici da tziu Gavinu, vecchio camerata dalla lingua sempre pronta a dare… la scossa.
Il bar di tziu Bobbore Buseddu, al centro della piazza, d’estate rinfrescava anche solo ad avvicinarti ed in quei pomeriggi torridi Francesca e Giovanna, le figlie, sempre disponibili e gentili, ti fornivano il cornetto Blob o la coppa Rica, oggi nel ricordo mi pare ancora più ricca.
Si potrebbero ricordare tante altre attività con le loro storie e con le vite di chi a quelle storie ha dato un’anima.
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L’immagine: Guido Guidi, In Sardegna (foto museo Man)