Quel ragionevole dubbio

Il COVID-19, il famigerato Coronavirus, potrebbe essere tra noi. Il condizionale, più che un obbligo è casomai una speranza e non potrebbe essere altrimenti. Viviamo un tempo in cui la mobilità delle persone è una costante e non si arresta. Viaggiamo ogni giorno dalla Sardegna al Continente e all’estero – e ritorno – per motivi di lavoro, di studio, di svago, di fede e non c’è ragione che ci porti a escludere in maniera categorica che il contagio sia arrivato a Nuoro o quantomeno il rischio che ciò sia avvenuto. Mentre scriviamo siamo a conoscenza di almeno un caso, due persone, in città, con obbligo di quarantena.
Posto che questo possa essere nell’ordine delle cose per i motivi di cui sopra, ciò di cui siamo venuti a conoscenza dimostrerebbe se non la sottovalutazione del rischio quantomeno un elevato grado di impreparazione e pressapochismo.
Ma proviamo ad andare con ordine raccontando la vicenda che ha come protagonista Valentina. Collaboratrice di ricerca presso una università sarda, vive a Nuoro. Nei giorni 20 e 21 febbraio deve seguire a Udine un convegno che vede coinvolti numerosi professori e ricercatori. In aereo raggiunge Treviso – in Veneto – prima di spostarsi verso il Friuli, luogo del convegno. Venerdì 21 febbraio riparte da Venezia, in Veneto ha passato alcune ore anche prima della partenza. Rientra con un volo per Cagliari. Una volta a casa, nella notte tra sabato e domenica compare la febbre «più alta del solito» accompagnata da tosse, fortissimi dolori al petto e alla schiena, respiro corto e affannato.
Un inciso: il 23 febbraio è la data del decreto numero 6 del Governo che introduce «misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019». In quella notte, solo per fare un esempio, alcune classi di Nuoro in procinto di partire per la gita scolastica sono bloccate si potrebbe dire quasi sulle scale del pullman che le avrebbe portate in aeroporto. A tutt’oggi non si può dire non sia stato un bene per i giovani studenti.
Ma torniamo a Valentina e arriviamo a lunedì 24 febbraio. Lei stessa fa fatica a rimettere ordine nella memoria al pensiero di una giornata passata interamente al telefono «per cercare di capire ». Chiama innanzitutto il numero di pubblica utilità 1500 (quello attivato dal Ministro della Salute Roberto Speranza il 27 gennaio per rispondere alle domande dei cittadini sul nuovo Coronavirus ndr) senza però ricevere alcuna risposta. «Ho chiamato per senso civico – racconta – ero stata in Veneto e volevo capire cosa avrei dovuto fare». Chiama dunque il 118 ma si sente dire che deve rivolgersi al suo medico di base, nonostante non sia a Nuoro. Il medico però assicura a Valentina che avrebbe richiamato lei il 118 per segnalare il caso come da prassi, «probabilmente, anzi sicuramente, sono stata schedata, e ne avrei avuto conferma più tardi – racconta –. Ho sentito (perché alcune le ho chiamate io, altre mi hanno chiamato) tante persone, dal Centro Igiene di Sassari, pare che inizialmente fosse loro competenza tenermi sotto controllo ma a fine giornata, intorno alle sette di sera, mi comunicano che la competenza non è di Sassari ma di Nuoro. Mi dicono comunque che il mio caso era stato segnalato immediatamente ma che non era sospetto perché non ero passata nelle città della cosiddetta zona rossa».
La giornata di lunedì 24 febbraio, tenete a mente la data, si conclude tra rimpalli di competenze e nessuna certezza ma solo con una generica rassicurazione sul fatto che sarebbe stata contatta nei giorni successivi per essere monitorata. Nessun obbligo di quarantena dunque. Valentina è sconsolata: «Io non volevo creare allarmismi – racconta – si sapeva che un giovane senza problemi di salute poteva resistere, ma il problema è che dal rientro a Cagliari sono venuta in contatto con altre persone, mi interessava dirglielo, e se mi avessero fatto un tampone la cosa si sarebbe eventualmente contenuta, io ho visto mia sorella, mia suocera, il mio compagno e la zia, la mia paura era per loro».
Martedì sera, e siamo al 25 febbraio, anche al compagno di Valentina vengono febbre e tosse, ma lei – sottolinea ancora – non viene più contattata da nessuno. «Sono stata a casa per coscienza, non solo perché sono stata molto male. Pensavo “fatemi questo tampone o se non altro datemi una cura adatta”, ma non mi ha risposto più nessuno al telefono, neppure il numero regionale. Nel frattempo anche la zia e la mamma del mio compagno hanno preso l’influenza e ho saputo, perché ci siamo sentiti, che anche diversi professori che erano con me al convegno stavano male».
Arriviamo a sabato 29. «Dopo una settimana – racconta ancora Valentina – stavo un pochino meglio, sono uscita a fare la spesa, infondo mi avevano detto “ti facciamo sapere” ma nessuno mi ha fatto sapere, mi dicevano solo chi stai a casa qualche giorno, chi una settimana». Lo stesso sabato Valentina riceve due chiamate da Nuoro che la informano che più di due persone che erano con lei al convegno sono risultate positive al Coronavirus: «Dal 118 mi chiamano per dirmi che avevo la quarantena obbligatoria di 14 giorni, sia per me che per il mio compagno, e per chiedermi i dati delle persone con cui ero stata in contatto. Poi ricevo la telefonata della dottoressa Marras della Asl che mi ha chiesto spostamenti, sintomi, contatti, le stesse cose che sono certa aveva saputo già dal lunedì precedente». La quarantena, ci spiega, decorre dalla data di rientro in Sardegna e terminerà sabato 7 marzo. Sappiamo però purtroppo cosa è accaduto prima che la decisione venisse presa. Per questo Valentina chiede alla dottoressa se può essere sottoposta al tampone ma la risposta è che «ormai era troppo tardi per farlo e che non era previsto dal protocollo. Non saprò mai che cos’ho e il problema io ce l’ho ancora. La mia non è ipocondria – afferma – ma ho parlato chiaro fin dal lunedì. A quel convegno eravamo in tanti per tante ore in un ambiente chiuso, in molti abbiamo avuto gli stessi sintomi, bisognava immediatamente escludere che potesse essere il virus ma non è stato fatto» – accusa Valentina. E poi sostiene: «Lunedì in Sardegna non c’era una situazione critica, era un momento in cui si poteva decidere di fare il tampone. La cosa più assurda di questa storia è che mi è stato detto ancora lunedì 24 che la competenza fosse del medico di base, ma dire che lei poteva venire sapendo che non aveva gli strumenti è grave. Domenica primo marzo, in serata, la seconda telefonata dalla Asl nuorese: «mi ha dato una cura diversa, spero funzioni » – incrocia le dita Valentina.
Concludiamo la telefonata, scandita come un metronomo dai colpi di tosse, chiedendo a Valentina cosa le sia rimasto, anche solo dal punto di vista umano, dopo una settimana come questa: «Mi sono sentita un po’ abbandonata – confessa – ho chiamato le autorità sanitarie per un profondo senso civico e non per me, l’ho detto subito a tutti, ho chiamato perché avrei voluto monitorare le persone che ho incontrato, tra le quali una donna di 70 anni diabetica. Sono stata malissimo, chiedevo che mandassero qualcuno per farmi una visita ma non mi ha assistito nessuno se non il medico del mio compagno, l’unico che si è interessato, oltre che il mio medico di famiglia, per quanto possibile telefonicamente ». In attesa di sviluppi positivi per Valentina e per le persone che sono entrate in contatto con lei quello che ci resta davanti dopo questo racconto è un quadro desolante. E si inserisce in una stagione anomala, inutile negarlo. Chi ha figli piccoli sa quanto l’influenza di quest’anno sia stata lunga e aggressiva, chiedere per conoscenza alle pediatre o alle maestre d’asilo che hanno visto le loro classi decimate come mai prima d’ora. E che dire di come le non risposte o le risposte tardive al caso di Valentina possano avere nel breve periodo conseguenze per le persone più esposte? pensiamo a chi è a contatto con il pubblico in uffici o alle farmacie, solo per fare due esempi. Valentina forse non saprà mai se è affetta da Coronavirus ma quante altre Valentina ci sono oggi in Sardegna?
Lungi dal voler cavalcare l’onda delle paure e degli allarmismi ingiustificati è bene non sottovalutare il rischio a cui tutti siamo esposti e comportarci di conseguenza, seguendo i semplici dettami del buon senso oltre che i consigli degli esperti ma anche pretendendo decisioni univoche e rapide da parte delle autorità preposte alla salute pubblica.

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