Qui e in basso la conversazione al teatro San Giuseppe (photo by Aurelio Candido)
Politica e speranza per la Sardegna
di Redazione

20 Febbraio 2024

17' di lettura

Il Vescovo Antonello ha condotto una conversazione nella quale Lucia Chessa (R-esiste), Renato Soru (Coalizione sarda), Alessandra Todde (Campo largo) e Paolo Truzzu (Centrodestra) sono stati chiamati a rendere ragione della loro speranza, «facendo riferimento alle proprie motivazioni più profonde» per «far emergere visioni e orizzonti». Se il precedente appuntamento organizzato dalla Diocesi si chiedeva “Politica quando e dove ti sei persa?”, in questa occasione la politica è stata rimessa al centro, richiamata al suo valore più alto.
Da qui la scelta dei temi, dalla disaffezione degli elettori al modo di intendere la leadership, dal peso del mercato e delle multinazionali al necessario coinvolgimento delle giovani generazioni. Ma è su questioni molto concrete che la Chiesa ha “dettato l’agenda”.
Le riportiamo in questa pagina.


Zone interne e spopolamento: si può verificare, secondo voi, una nuova forma dell’abitare in Sardegna conciliando la casa, il lavoro, la cura, l’educazione, la cultura?

Soru. In Sardegna quasi due terzi della popolazione vive nei paesi. Occorre dare una prospettiva, il nodo essenziale è il lavoro. Come portarlo è stata in passato una missione quasi impossibile, soprattutto nell’economia che abbiamo visto fino a oggi, però credo ci sia un cambiamento profondo che sta accadendo nel modo di produrre, di lavorare, di vivere e che possa invertire questo andamento anche grazie alle tecnologie digitali.
Poi c’è il tema della nuova considerazione dell’ambiente, del valore del patrimonio forestale, della qualità dell’aria, di un’agricoltura fatta di qualità, prossimità, trasformazione vicina, di controllo dell’intero processo produttivo che va a favore di una nuova rinascita dei paesi e delle zone rurali.
È vero, in Sardegna abbiamo case vuote, terre abbandonate, lavori che non vogliamo fare, c’è il pericolo che le aziende agricole e di allevamento non trovino passaggio generazionale. Abbiamo il lavoro di cura che quasi esclusivamente è affidato a persone, donne soprattutto, che vengono dall’estero. È l’ora che la Sardegna pensi seriamente a una politica di accoglienza, per fare in modo che le case si possano riempire anche dalla capacità di accogliere dall’esterno, che le terre possono tornare a vivere anche grazie al lavoro altrui, che le scuole si possano riempire anche di bambini con gli occhi o con la pelle di diverso colore. Credo che la comunità sarda e gli abitanti dei paesi siano molto più aperti e più attenti a questo tema di quanto non lo sia la politica regionale.

Todde. Bisogna rendere facile la vita di chi vive in una piccola comunità e per questo occorre avere la sanità vicina, un lavoro che possa essere accessibile o raggiungibile in tempi che siano compatibili con la vita familiare, avere accesso all’istruzione per i figli. Sono diritti fondamentali manchevoli in questo momento. Bisogna cercare di fare in modo che l’accesso alla casa anche nelle piccole comunità venga pianificato con i sindaci, con gli enti locali, perché spesso si pensa a livello centrale, penso quello che fa e soprattutto non fa un ente come Area che si dovrebbe occupare di edilizia pubblica e invece lascia spesso gli alloggi sotto la soglia della dignità privi di manutenzione. C’è la necessità
anche che le giovani coppie e le famiglie possano avere accesso alla casa, quindi agire sugli affitti calmierati e soprattutto, una cosa a cui tengo particolarmente, sul fondo per gli studenti fuorisede. Per dare speranza alle nostre comunità bisogna fare in modo che si ritrovi quel senso di coesione e di conoscenza che c’era prima. Ricordo che mia nonna mi diceva che i ragazzi erano normalmente considerati fizzos e anima della comunità, bene comune di tutti e quindi tutti si occupavano della loro educazione, della loro crescita. Ecco, mi piacerebbe tornare soprattutto nelle comunità a questo, ad occuparci tutti, chiunque ne abbia possibilità, dei figli che non sono solo degli altri ma sono anche nostri.

Truzzu. Se una persona vuole decidere di andare fuori deve essere libero di farlo, ma non deve essere costretto. Se vuole vivere nella comunità in cui è nato, deve avere questa possibilità. Il tema è come gestire questo straordinario patrimonio di case che oggi non sono abitate e che nel 99% dei casi sono private, non di proprietà pubblica. Noi abbiamo solo due strade: la prima è avere più figli, avere comunità in cui ci sia un’opportunità di lavoro, dove si possa crescere, dove ognuno di noi possa formare una famiglia, possa avere la possibilità di farla crescere e di dare ovviamente un futuro, un’opportunità ai ragazzi. La seconda è pensare a strategie per poter attrarre nuove persone. E una di quelle che abbiamo, importante in particolare per le zone interne e per il Nuorese, è la grande sfida dell’Einstein Telescope. Penso sia uno strumento che possa aiutarci a rigenerare quel patrimonio edilizio che spesso è abbandonato, di difficile gestione per i privati e di difficilissima gestione anche per i comuni.

Chessa. Io ho visto questi territori, nello specifico il Nuorese, morire velocemente. So che siamo in una civiltà urbana ed è difficile vivere in aree rurali in un’epoca come questa, ma verso le piccole comunità c’è stato un vero e proprio accanimento negli ultimi vent’anni. È stato criminalizzato ciò che è piccolo: la piccola scuola, il piccolo ospedale, la piccola azienda, tutto andava chiuso velocemente perché non garantiva qualità e il risultato è che la distribuzione della popolazione in questa regione è estremamente problematica, non solo per le aree interne ma anche per quelle dove poi esplode la presenza demografica. La questione è l’ingiustizia che è stata operata verso chi ha avuto fiducia, ha investito in questi territori decidendo di vivere qui e di allevarci la famiglia. La gente va a vivere in un posto perché ci sono le scuole, il medico, l’ospedale, il lavoro, perché le piccole aziende possono vivere, perché c’è il piccolo negozio e non le città-mercato. E allora le case, se ci sono le condizioni, si riempiono.


Tema sanità: i Livelli essenziali di assistenza non sono stati raggiunti. Come affrontare questa situazione?

Truzzu. La prima cosa di cui non abbiamo bisogno è sicuramente una nuova riforma sanitaria. C’è una riforma fatta nell’ultima consiliatura che ha luci e ombre, cercherei di concentrarmi su quello che va bene e di intervenire su quello che non funziona, in particolare sul coordinamento
tra l’azienda regionale, tra l’Ares, la centrale di committenza e le singole aziende territoriali per evitare che ci siano sovrapposizioni. L’altro tema importante per poter garantire servizi di qualità o comunque le prestazioni essenziali è avere una nuova classe di medici, nuova nel senso che purtroppo i medici che ci sono nel sistema sanitario regionale non sono sufficienti per garantire tutti i servizi ai nostri concittadini. Qualcosa si è fatto perché si è ottenuta la deroga sul numero chiuso e sono state aumentate le borse di specializzazione dei medici. Aggiungo che su questo dovremmo fare una trattativa col governo perché sono pagate con risorse dei sardi, ma essendo concorsi nazionali vedono la partecipazione
di giovani di tutte le regioni che una volta formati molto spesso ritornano nella regione di provenienza. Dovremmo cercare di stabilire che
la maggior parte di quelle borse di specializzazione siano destinate a ragazzi sardi perché in questo modo potrebbero rimanere all’interno del sistema regionale.
E l’altro lavoro che dobbiamo fare sulla sanità è rinforzare la rete territoriale. Quello che è successo in questi anni è che ci siamo concentrati molto sugli ospedali e la conseguenza è che ci sono sempre più persone che per avere quelle prestazioni che prima assicurava il territorio finiscono in pronto soccorso e in ospedale. Quindi ripartire dal territorio per avere una medicina di prossimità, per garantire servizi migliori per i nostri concittadini e sfruttare anche le tante risorse che ci sono oggi sul Pnrr per realizzare percorsi di telemedicina.

Chessa. Occorre una totale riforma del percorso di formazione dei medici e di accesso alle scuole di specializzazione. I giovani medici che si stanno specializzando reggono i reparti negli ospedali e hanno delle retribuzioni discutibili. Molti quando si specializzano, non solo i medici di base, non trovano in Sardegna le condizioni di lavoro che li inducano a stare qui. Molti di quei pochi che si laureano e specializzano preferiscono andarsene perché qui sono precari. Ci vuole sicuramente un migliore ed equo utilizzo dei medici specializzandi e un piano di stabilizzazione per fare in modo che rimangano. Vorrei rivedere anche il rapporto tra la parte pubblica della sanità e quella privata perché la sanità privata si è ritagliata una parte estremamente remunerativa a danno dell’altra. La medicina territoriale poi deve partire dai bisogni da una popolazione che sta invecchiando e che ha maggiore bisogno di cura. Quindi medicina territoriale e assistenza domiciliare, cura degli anziani nel territorio dove hanno vissuto, presso le famiglie dove hanno vissuto, per evitare che a fine vita vengano presi e internati in strutture sanitarie o di altro genere. Anche su questo si misura la civiltà di un popolo.

Soru. La mobilità sanitaria che oggi incide per 70-80 milioni l’anno è sintomo di un crollo della qualità del servizio sanitario in Sardegna negli ultimi anni. La spesa sanitaria in Sardegna non è più bassa rispetto ad altre regioni, anche tenendo conto delle specificità della dimensione della nostra regione, della numerosità di piccoli comuni, della popolazione che invecchia. E come mai allora abbiamo una sanità così inefficiente che ci costringe a scappare appena necessario? Evidentemente è il costo della disorganizzazione di un sistema che pur avendo buone qualità, prese singolarmente – buoni medici, a volte anche delle eccellenze –, è un sistema che non funziona. La disorganizzazione
non bisogna farla pagare ai cittadini, quindi innanzitutto bisogna decidere che si deve spendere quello che occorre per garantire immediatamente il diritto alla salute a tutti. Per questo serve un grande investimento nei medici, infermieri e tutte le professioni sanitarie
che mancano. Si può iniziare, per superare l’emergenza, a richiamare i medici che sono andati in pensione, volontariamente, laddove si sentono e hanno ancora la forza per farlo. Bisogna lavorare sugli specializzandi. In alcune regioni si è iniziato a portare al lavoro gli specializzandi molto prima del termine delle specializzazioni, si può fare anche in Sardegna.

Todde. Noi stiamo scontando due temi: uno è la centralizzazione che ha pensato che la Sardegna fosse fatta con un territorio pianeggiante dove i presìdi sanitari si potessero raggiungere in maniera veloce senza tener conto del disastro delle nostre infrastrutture stradali; il secondo, ancora più pericoloso, il fatto di dire che la sanità doveva piano piano diventare privata. Il problema sostanziale è che è venuta a mancare, proprio a causa della centralizzazione, la sanità territoriale. I presìdi territoriali sono stati smontati partendo dai medici di base che non sono stati sostituiti. Bisogna cambiare i concorsi perché se si continua a far scegliere dando la possibilità di andare a Cagliari e a Sassari o in un ospedale periferico, dove credete che possano andare? Bisogna invece incentivarli direttamente, pagarli di più perché in questo momento
il confronto con la sanità privata non regge. Hanno molte meno responsabilità e vengono pagati molto di più.
Bisogna ripartire dai distretti, fare in modo che le case della comunità, invece che scatole vuote, si possano riempire di strumenti e di medici. Visto che stiamo scontando una pianificazione che non è stata fatta negli anni precedenti, i medici vanno anche trovati facendo in modo di avere degli attrattori e delle eccellenze, come avveniva in passato. Bisogna liberare il tempo dei medici, organizzandosi in maniera tale che i medici di base riescano ad avere per esempio sostegno rispetto a tutta la loro burocrazia e i medici ospedalieri riescano a lavorare in équipe.
Non è vero che mancano i medici, sono mal distribuiti. Poi bisogna lavorare con la telemedicina, cercando di sviluppare tutto quello che può essere aiuto domiciliare, partendo dalle cronicità che possono essere gestite a casa.


Perché volare, spostarsi da e per la Sardegna è diventato ormai un lusso? Qual è il rimedio secondo voi immediato?

Chessa. La mobilità è un diritto e quel diritto viene prima delle esigenze del mercato e viene prima, dal mio punto di vista, del diritto delle compagnie aeree e delle compagnie di navigazione di fare profitto. Poi se ci sono norme europee nazionali che hanno un risultato diverso, allora sarà il caso di modificarle. Qui in Sardegna si sono avvicendati due modelli di mobilità. Ai cittadini interessa poco se gli incentivi vanno dati alle compagnie che vincono in bandi, come nel vecchio modello, o se vengono dati al cittadino che viaggia. Alle persone interessa esercitare quel diritto. Noto invece che la politica nei mesi scorsi si è molto attardata attorno alla storia del principio di insularità in Costituzione ma dopo quell’inserimento non è mai stato così difficile per i sardi entrare e uscire dalla Sardegna.

Soru. Siamo dentro le norme europee e queste permettono di derogare dal principio di libera concorrenza e di dare degli aiuti di Stato alle compagnie in modo che si assumano degli oneri di servizio pubblico garantendo tariffe agevolate ai residenti nelle isole o nelle regioni ultraperiferiche perché esercitino il diritto alla mobilità. Questo principio ha permesso agli inizi degli anni 2000 ai sardi di sperimentare la continuità territoriale verso Roma e Milano, con una tariffa molto bassa e delle prestazioni di servizio ragionevoli. Quando sono stato Presidente, ho avuto la possibilità di migliorare la qualità del servizio e passare da due a otto città in continuità territoriale. Poi è arrivata l’idea originale, fantasiosa, che quello stesso diritto poteva essere esteso a tutti, anche ai non residenti: l’idea balzana della tariffa unica. Così la politica sarda si è andata a scontrare con l’Unione Europea con l’impossibilità di continuare a governare la continuità territoriale. Abbiamo iniziato a viaggiare di rinvio in rinvio in maniera precaria e non abbiamo più potuto avanzare nel diritto alla mobilità dei sardi. Se fossi presidente della Regione, consapevole che fra qualche mese scadrà finalmente l’ultima proroga, andrei a Bruxelles con molta pacatezza e spiegherei le esigenze dei sardi e la necessità del nostro diritto alla mobilità cercando di riportare le condizioni almeno dove le avevamo lasciate, anzi un po’ di più, e cioè garantendo la tariffa per i sardi e una tariffa ragionevole per i non residenti verso un congruo numero di città italiane e poi anche iniziare a sperimentare il nostro diritto alla continuità territoriale per alcune capitali straniere.

Todde. È evidente che bisogna cambiare modello perché la tariffa unica non funziona e non è accettabile per la Commissione europea. Cambiare modello significa intanto spendere i soldi che abbiamo a disposizione per la continuità territoriale. In assenza di costruzione della domanda di trasporto deve essere sussidiata e in questo caso bisogna spendere i soldi, non è una cosa scontata. Nel passato i soldi non sono stati spesi, per esempio abbiamo fatto dei bandi in cui avevamo a disposizione decine di milioni di euro che sono stati “risparmiati” con evidenti riscontri sul servizio. Volotea, per esempio, ha volato il tempo del bando e poi ha abbandonato andando via perché chiaramente il servizio non veniva pagato. Quindi bisogna stanziare denaro sufficiente.
Il tema dell’insularità è stato importante perché l’anno scorso è stato votato da tutte le forze di maggioranza e di opposizione un fondo
per Sicilia e Sardegna, finanziato direttamente dal governo, mentre invece in questo momento la continuità è totalmente a carico della nostra regione. Avere risorse aggiuntive è sicuramente un vantaggio che dobbiamo utilizzare. E poi ovviamente con la governance della regione, degli enti aeroportuali e dell’ente che gestisce e che regola il volo nazionale, dobbiamo mettere in concorrenza le compagnie aeree perché facciano le loro migliori offerte, magari con dei bandi pluriennali, non con un bando di 6 mesi in 6 mesi come viene fatto in questo momento. E poi è vero, la Commissione europea deroga in aiuti di Stato, ma deroga anche in aiuti sociali, dà la possibilità di avere delle tariffe calmierate ad esempio per chi viaggia per salute o agli studenti fuorisede. Soprattutto bisogna portare all’Europa i numeri corretti sui flussi e quelli che possono giustificare il dossier e non farci dare i numeri dagli altri come è successo fino a questo momento.

Truzzu. Una cosa che si potrebbe fare per cercare di aumentare i collegamenti aerei, anche in tempi relativamente brevi, ce l’ha appena insegnata il Friuli Venezia Giulia: hanno cancellato le tasse aeroportuali che vanno in parte infinitesimale al comune sede dell’aeroporto, e le compagnie aeree hanno aumentato l’offerta. Questo potrebbe portare nuovi collegamenti e portare le compagnie aeree a investire in maniera importante sulla Sardegna.
Un’altra cosa, che richiede un tempo sicuramente più lungo, è una trattativa con l’Unione Europea, dove io chiederei di essere accompagnato dal governo, per l’applicazione dell’articolo 349 del Trattato sul funzionamento economico- finanziario dell’Unione, che permette di utilizzare delle risorse particolari dell’Unione Europea per le regioni ultraperiferiche. Occorre poi lavorare sulla logica di concorrenza. Oggi il sistema prevede che le tratte siano fatte da una sola compagnia in un sistema sostanzialmente di monopolio. Un ragionamento da fare con Bruxelles è avere la concorrenza sui nostri aeroporti, in questo modo ci sarebbero prezzi ragionevoli per tutti coloro che vengono qua per motivi turistici o per lavoro e si potrebbero utilizzare gli oneri sociali per ridurre i prezzi dei biglietti dei residenti. È il modello che viene utilizzato nelle Baleari e in Corsica.


Come ascoltare la conversazione

La registrazione integrale della serata del 7 febbraio al teatro San Giuseppe di Nuoro è disponibile sulla pagina facebook de L’Ortobene
e sul canale YouTube di Telesardegna che ha curato la diretta dell’evento.

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