Nessun smarrimento può allontanare la benevolenza di Dio

Sabato 20 febbraio, in presenza dalla Cattedrale di Nuoro e in streaming su Tele Sardegna e sulle pagine facebook de L’Ortobene e di Ogliastra Web, oltre che su radio Barbagia, si è svolta la lectio del vescovo Antonello per l’inizio della Quaresima, incentrata sul brano di Luca, capitolo 15, versetti 1-10. Ne presentiamo alcuni passaggi.

«Gesù inventa tre tenere parabole, con l’intento di convertire coloro – come i farisei di ogni tempo – che credono che la benevolenza di Dio non riguardi i pubblicani e peccatori di ogni tempo. I farisei e gli scribi infatti, come i dottori della legge, scelgono di mormorare ogni volta che Gesù ascolta o mangia con gli inavvicinabili, ritenuti impuri e contagiosi e, quindi, non degni di stare vicino a lui. Ma Gesù, rischiando di essere deriso, insiste con diversi paradossi per annunciare la logica dell’amore del Padre.
Da notare subito la sottolineatura posta da Luca sull’ascolto: Si avvicinavano a lui tutti… per ascoltarlo. Forse non immaginiamo quante persone, per ritrovarsi, abbiano soprattutto bisogno di essere ascoltate. L’empatia che si crea tra Gesù e i peccatori, dimostra non solo che Dio è accogliente, ma anche che trovano in lui l’accoglienza non il disprezzo. Mentre infatti i pubblicani si sentivano esclusi, oltre che smarriti, per ragioni morali o fisiche, Gesù li attira perché sa ascoltarli, offrendo motivi di speranza per la loro vita. I farisei sanno solo mormorare, perché nessuno di loro vuole fare un “viaggio” umano con i peccatori, diversamente da Gesù che si fa trovare, senza fissare appuntamenti, da coloro che hanno bisogno di ricevere le parole giuste per ritrovarsi. 99 pecore da custodire… che colpa ne ho se una si perde? La provocazione più grande è non voler calcolare il tempo per cercarla, per trovarla. Finché non la trova la cerca, dice la parabola, perché trovare esige molto tempo. E l’amore ha bisogno di tempo e anche di chi ha voglia di perderne. Il pastore sa mettere in conto tutto il tempo necessario. Penso con gratitudine ai genitori che sanno perdere tempo con i figli, agli educatori e ai docenti, a chi si occupa di altri. Ognuno di noi è così, perché qualcuno ha “perso tempo” per me, per te. E quando leggiamo che “ritrovatala, se la mette in spalla”, mi piace pensare a ogni sacerdote, a ogni ministro del sacramento del perdono, ma anche a ogni genitore, ogni educatore, tutti chiamati a prendersi cura, sulle spalle, le persone loro affidate. Tra l’altro, altro passaggio bellissimo, il pastore non si dimostra stanco della ricerca, come non si conosce il tempo che è stato necessario per trovare la pecora. Ad essere stanca è forse quest’ultima, stanca di essere smarrita… non vedendo l’ora di essere recuperata. È certo invece che il pastore non sottovaluta nulla, ed è così felice che chiama altri a festeggiare, a celebrare. Perché non c’è nulla da nascondere, non c’è niente del quale vergognarsi.
L’esperienza del recupero va vissuta, messa in evidenza. Quante volte in comunità non sappiamo gioire del recupero delle persone? Perché celebriamo così poco il ritorno di chi si era smarrito? Come avviene all’inizio dell’Eucaristia, il motivo per cui siamo chiamati a celebrare è quello di essere stati recuperati alla festa, perdonati perché amati. Dio è felice con noi quando qualcuno riconquista il senso della vita. E va celebrato. Vi sarà gioia in cielo… e sulla terra? Per questo mormorare è il contrario di gioire e ogni volta che lo facciamo non permettiamo a Dio di dare vita a chi l’ha perduta».

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