Le periferie di Lisetta Carmi esposte al Man

Il direttore del Man Luigi Fassi non aveva nascosto l’emozione nell’inaugurare, poche settimane fa, la grande antologica dedicata alla fotografa Lisetta Carmi Voci allegre nel buio. Fotografie in Sardegna 1962-1976 curata dallo stesso Fassi e da Giovanni Battista Martini. Un’occasione – ha affermato – per «riannodare i fili del ruolo del museo, una istituzione che produce welfare sociale, utilità sociale, aggregazione, comunità e riflessione sul territorio». Una emozione durata pochi giorni, data la nuova chiusura per l’ingresso dell’Isola nella cosiddetta Zona Arancione.
Ora la ripartenza.
La mostra, dunque. A beneficio di quanti non hanno avuto la fortuna di visitarla negli appena quattro giorni di riapertura e come auspicio per quella che si spera prossima.
Lisetta Carmi è figlia della borghesia genovese, nasce in una agiata famiglia di origine ebraica nel 1924. Dopo una carriera fulminea, intensa ma breve come pianista, sente la volontà di entrare nel vivo dei problemi urgenti della società. Inizia così la sua seconda vita, avvicinandosi alla fotografia da autodidatta. Scritturata dal teatro Duse di Genova come fotografa di scena decide di uscirne per raccontare prima di tutto la sua città. Racconta gli ultimi, gli emarginati, senza un filo di retorica – sottolinea Fassi – si butta nei volti, negli occhi, nei suoi scatti c’è l’attimo, il momento, l’intuizione.
Nel prezioso catalogo monografico edito da Marsilio che accompagna la mostra, lo stesso direttore del Man introduce il suo saggio con una citazione di Iosif Brodskij: “La periferia non è il luogo in cui finisce il mondo – è proprio il luogo in cui il mondo si decanta”. Ciascuno può trovarci dentro la eco che più gli si addice, fino alle “periferie esistenziali” richiamate da Papa Francesco, ma sicuramente sente nelleimmagini della prima sezione dell’esposizione i versi di Fabrizio De Andrè che cantano gli scartati.
Al primo livello del museo ecco infatti le foto dei camalli – gli operai del porto di Genova, ritratti nelle loro disumane condizioni di lavoro – e dei travestiti, come in maniera dispregiativa venivano allora appellati. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, la Carmi vive la sua storia di passione con la Sardegna, terra che scopre dai racconti di Maria Giacobbe su Il Mondo. Sull’onda delle sottoscrizioni nate da quegli articoli, Lisetta Carmi intraprende un rapporto epistolare con la famiglia Piras di Orgosolo fino a decidere di recarsi in paese di persona. Tra andate e ritorni, tra il 62 e il 76, racconta quel territorio – un quindicennio, detto per inciso, in cui fa anche molto altro, raggiungendo altre periferie, dal Sudamerica all’Afghanistan sino all’India – attraverso in particolare il lavoro femminile e la semplicità dei bambini, come quelle “allegre voci nel buio” – sono parole della Carmi stessa, tratte dai suoi diari – che vibrano nella festa della Candelaria. Scatti per lo più inediti recuperati grazie a un lavoro negli archivi della fotografa durato oltre un anno e mezzo. Non mancano lefotografie di paesaggio ma è il racconto di una società in evoluzione tra marginalità e sviluppo a catturare lo sguardo mentre alle immagini dei piedi scalzi per le vie dei paesi dell’interno fanno da contraltare quelle dei principini di Monaco in vacanza nella nascente Costa Smeralda. Testimonianze di una contraddizione mai del tutto superata.

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L’immagine: Lisetta Carmi, Orgosolo festa della Candelaria, 1966.