La vocazione ad andare oltre

L’intervento del direttore di Avvenire Marco Tarquinio al convegno organizzato dai media diocesani.

Quando un mezzo di comunicazione compie un compleanno significativo è una gran cosa, soprattutto nei tempi procellosi in cui viviamo in cui sembra che tutto sia in discussione. Il tempo complicato che stiamo attraversando, quello della pandemia che noi siamo stati bravi ad affrontare, oso sperare con una gran carica di intelligenza, di solidarietà ritrovata, di buona informazione al di là della caciara che nel nostro Paese si presenta nei momenti di prova. Nella discussione di questi giorni sentiamo mezze verità o bugie tutte intere, che sono la stessa cosa dagli effetti che portano, il disorientamento, il non credere a niente e il non capire più niente. Il complottismo è uno dei mali di questo tempo, esistono i complotti certo, il male esiste, ci sono interessi, calcoli, cose storte, insufficienze che si accumulano nella vita delle nostre comunità però si può discernere il grano dal loglio, si può capire il bene e il male, capire ciò che serve davvero alla vita della gente e capire ciò che invece la rende peggiore, più brutta.
Radio Barbagia, è stato detto, è una radio che va oltre il proprio territorio, questa è la vocazione di tutti gli strumenti che sono germinati dall’esperienza e con la vocazione cristiana, tutti hanno voglia di andare oltre in senso geografico e in senso esistenziale, direbbe Papa Francesco. Oltre i limiti che appaiono insuperabili.
Se Avvenire oggi è il quarto quotidiano italiano è perché siamo un giornale che ha una identità, ha qualità e scelte di informazione ma si rivolge davvero a tutti. Facciamo una informazione che è buona per tutti, una informazione generale mettendo in chiaro le nostre opinioni su tanti fatti anche in maniera sorprendente per chi ci legge, sbaragliando tutti i luoghi comuni che è possibile sbaragliare, con molta fermezza nel restare ancorati ai valori che rendono migliore potenzialmente la vita della gente e nei fatti lo dimostrano le buone pratiche che ci sono nel nostro paese. Se l’Italia e il mondo fossero solo come certi tic informativi ci portano a raccontare sarebbero già finiti da un pezzo.
Nonostante le difficoltà non sono finiti perché nelle prove che stiamo sperimentando e che si vanno addensando di più in questo cambiamento d’epoca che stiamo attraversando, ci sono tante cose buone che accadono. Sono quelli che fanno la cosa giusta, come chi fa impresa come si deve, servendo i territori.
Lavorare bene significa avere una buona relazione con il territorio in cui si ha base, servire la vita della gente e fare qualcosa che è oggettivamente buono perché il bene e il male esistono sulla faccia della terra e a quelli che ci dicono che tutto è uguale, tutto grigio, l’importante è che ci sia sviluppo, chiedo quale sviluppo? In quale direzione? Verso un mondo che è più armato… Preferisco che circolino i vaccini, le medicine, che si costruiscano ponti che rendono migliore la vita delle persone e mettono in comunicazione. I paesi, e voi da isolani lo sapete, prosperano, sono ricchi e vivi quando sono in relazione seria con gli altri, quando ci sono vie di comunicazione salde, presidiate e garantite. Quando si è isolati si rischia di deperire, non c’è una civiltà – e i cattolici lo sanno meglio di chiunque altro perché sono stati messi in mezzo a tutte le strade del mondo dall’inizio – che abbia trionfato se non in relazione con gli altri, assumendo anche elementi da ciò che altri offrivano, elaborandoli e facendone cultura propria, lavoro proprio, intelligenza delle cose. Gli italiani sono stati sempre nella loro diversità maestri in questo, piantati come siamo in mezzo al Mediterraneo. Questo è un tempo complicato ma l’Europa mette a disposizione tante risorse per l’Italia e lo sta facendo perché ha capito che la religione dei bilanci in ordine a prescindere dalla vita in disordine della gente non porta da nessuna parte. L’Europa sa che l’Italia torna al centro del tempo che viene nel bacino euromediterraneo, è un paese ponte. Ci raccontano con ossessione un futuro nel quale l’Africa avrà 4 miliardi di abitanti, l’Europa 400 milioni, le proporzioni sono queste se non mettiamo al mondo figli e non sosteniamo giovani famiglie, ma in una situazione come questa abbiamo di fronte una realtà che non è minacciosa se noi costruiamo una partnership seria, quello che è accaduto spesso nel passato, una relazione feconda.
Il bacino Mediterraneo non è più quello che è stato in passato ma ci sarà comunque il rapporto fra la nostra parte del mondo e il continente più giovane quindi con più futuro. Dovremo saper rispondere diventando anche noi più giovani, non avendo paura della vita da mettere al mondo, da custodire, da rispettare ma anche costruendo un rapporto proficuo con gli altri. La nostra tecnologia, intelligenza, il nostro modello di vita per tanti aspetti affascinante e buono dovrà essere spendibile con intelligenza in unarelazione forte. Il grande problema dell’Italia sarà
convincersi a rendersi consapevoli di questo, avere politica all’altezza e classe dirigente capace di far ridiventare attraente questo nostro paese.
Oggi noi pensiamo che la forza di un paese sia nell’essere respingente, la forza di un paese è nell’essere attraente, che la gente venga qui e viva qui. Raccontiamo che 350 mila italiani se ne vanno, un quinto sono cervelli in fuga, altri sono braccia attaccati ai cervelli, gente che sa fare tante cose e qui non riesce a farle bene, con lavoro regolare. Il tempo della pandemia è come un evidenziatore, ci ha aiutato a vedere i punti di forza e quelli di debolezza di ciò che noi viviamo. Dobbiamo farne tesoro. C’è una coazione a ripetere gli errori e tornare al punto dove eravamo su tante cose, se lo facessimo non avremmo capito niente. Papa Francesco ce lo ha detto in maniera indimenticabile già da quel 27 marzo che Sandro Veronesi ha definito delle parole blu in piazza San Pietro. Ci ha fatto capire, vedere anche plasticamente nella solitudine della sua preghiera e adorazione eucaristica che nessuno si salva da solo, è una pretesa assurda. Qualcuno ha imparato, l’Europa ha cambiato marcia, l’Italia deve saper cambiare marcia, dentro l’Italia i territori devono saper essere all’altezza della sfida. Dobbiamo saper usare le risorse che abbiamo che sono prima di tutto le persone.
Le persone non sono mai il problema sono la soluzione del problema, portano problemi con sé perché ognuno li vive nella sua vita ma noi uomini e donne siamo la soluzione dei problemi se siamo comunità, se sappiamo dove guardare. Pensate un po’, persino un giornale può aiutare a fare questo e io continuo a sperare cheAvvenire, la sua resilienza, la sua capacità di essere in campo e di servire da giornale nazionale anche tanti territori del nostro Paese nel quale mettiamo gli occhi e avviciniamo il cuore funzioni perché è capace di questo grazie agli uomini e alle donne che lo fanno. Sono un direttore di un giornale che è stato pensato da un grande Papa Santo – Paolo VI, Giovanni Battista Montini, figlio di un giornalista – come un luogo del laicato cattolico italiano e i Vescovi italiani custodiscono questo mandato, questa fatica quotidiana. Ne sono grato. Avvenire è un giornale fratello e amico dell’Ortobene e di Radio Barbagia, al sevizio della vita di tutti, questo lo confermo come impegno.

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