La verità, vi prego, su Menotti Gallisay
di Lucia Becchere

11 Luglio 2020

12' di lettura

«Tanto di cappello al grande Salvatore Satta illustre giurista-scrittore, ma su mio padre ha raccontato la sua verità, non la verità». Questo l’amaro sfogo di Antonietta Raffaela Gallisay figlia novantenne di Menotti Gallisay il Ricciotti Bellisai de Il giorno del giudizio, che nel parlare sprigiona la stessa schiettezza del padre e molto lo ricorda nei lineamenti e nelle espressioni del volto.

«Non cederò mai di fronte a nessuno nel sostenere la verità – chiosa ancora la donna – perché Satta ha consegnato alla storia un Menotti non corrispondente al vero e poiché la sua storia è la mia storia, voglio che la verità venga detta fino in fondo».

Quale è la verità? «Mio padre è scomparso nel 1937 quando io avevo sette anni e lo ricordo bello, buono e affettuoso. Fra Satta padre e Menotti c’era stato un problema, la vendita all’asta di un bene, Loreneddu-Lolloveddu e al riguardo posso affermare che, da un punto di vista giuridico mio padre aveva ragione da vendere nel pretendere la restituzione di quel bene allo stesso prezzo che era stato pagato. Il notaio Satta aveva concorso quando l’asta era andata deserta parecchie volte acquisendolo ad un prezzo direi irrisorio e questo è vero, mentre non è vero che nonno Gavino, il Missente de Il giorno, sia andato a pregarlo di comprare quel bene che gli era stato sequestrato dallo stato in un momento in cui lui, esattore per la provincia di Sassari (comprendeva anche Nuoro), non era riuscito a riscuotere le tasse perché la gente era così povera, così tanto affamata e vessata che soldi per pagarenon ne aveva proprio. Stiamo parlando degli anni Settanta e Ottanta di fine Ottocento, del periodo della tassa sul macinato e Gavino non esigendo le tasse, non infierendo sui poveri e non schiacciando i più deboli ci aveva rimesso il suo patrimonio. Mio padre si presenta in casa Satta – non è dato sapere se risponde a verità – solo per riscattare quel bene, uno dei tanti sequestrati alla famiglia e senza altri fini come riportato nel testo che lascia intendere qualcosa di maligno ben lungi delle sue intenzioni». Antonietta Raffaela Gallisay Gavino Gallisay Chi era nonno Gavino? «Gavino Gallisay Serra è stato sindaco di Nuoro nel 1889, anno in cui era stata inaugurata la ferrovia e fu proprio lui ad accogliere il primo treno proveniente da Macomer. A lungo aveva coltivato l’idea, condivisa anche da Giorgio Asproni, di portare la ferrovia fino alla costa orientale, un vero precursore dei tempi perché parliamo di 130 anni fa. Purtroppo mai realizzata in quanto allora non si disponeva di moderni mezzi di comunicazione e pur vantando entrambi amicizie molto importanti su cui contare, forse non c’era un peso politico tale da convincere uomini di potere ad investire su di un progetto così innovativo». Chi era Menotti Gallisay? «Menotti ci racconta la sua infanzia e i suoi anni giovanili in un romanzo mai dato alle stampe e di cui i familiari hanno contezza. Il testo percorre non solo tutta la vicenda politica che precede e segue la sua candidatura del 1913, ma anche gli anni trascorsi a Badde ‘e Salighes (Bolotana) dove il padre Gavino si era stabilito per diverso tempo dopo circa dieci anni di permanenza in Uruguay dove aveva conosciuto Garibaldi e durante la guerra civile combattuta fra i Colorados e i Blancos dal 1839 al 1851 non aveva esitato a schierarsi con l’eroe dei due mondi a fianco dei Colorados. Nacque fra i due una profonda amicizia che si consolidò in seguito al loro rientro in Italia». Quale la ragione di questo nome non usuale in terra barbaricina? «Gavino chiamò il figlio Menotti come il primogenito di Garibaldi proprio per quella importante amicizia che li univa e che fu molto di più, fino a condividere con lui il progetto politico dell’Unità d’Italia. Nonostante fosse un aristocratico, mio nonno non era monarchico ma un convinto rivoluzionario repubblicano quanto Garibaldi, tanto da devolvere una parte del suo denaro per finanziare le azioni militari dell’“eroe dei due Mondi”. Non fu il solo a farlo perché altri aristocratici offrirono il proprio contributo e come lui si arruolarono nell’esercito meridionale. Fu lo stesso Gavino a chiamare alle armi una buona parte dei nuoresi che, rispondendo al suo proclama datato 26 maggio 1866, parteciparono alle imprese del generale patriota. Proprio a Badde ‘e Salighes, residenza campestre del conte Piercy – l’ingegnere gallese incaricato di progettare e dirigere i lavori dell’esecuzione della rete ferroviaria dell’isola – Gavino e Garibaldi si incontravano con tanti altri personaggi non solo per le battute di caccia ma anche per programmare la spedizione dei mille». Quale peso ha avuto Gavino sulla formazione del figlio Menotti? «Menotti ha condiviso le stesse idee del padre per averle respirate fin bambino, idee che hanno fatto di lui un fervente rivoluzionario e un sostenitore degli umili e dei poveri sempre a fianco del popolo e come nonno Gavino non aveva esitato a farsi protagonista dei moti di su connottu, episodio di ribellione verificatosi a Nuoro nel 1866, dove finì per essere arrestato e poi liberato per intercessione del suo grande amico Giorgio Asproni». Quindi siamo molto lontani da come vengono descritti nel romanzo? «Assolutamente sì, perché la statura dei due Gallisay è ben diversa da quanto raccontato. Salvatore Satta non li ha mai conosciuti e nel libro ha riportato quanto riferitogli dal padre. Gavino era anche molto altruista e generoso, lo testimonia il fatto di aver fatto dono di un intero palazzo al comune di Nuoro. Non so quanti come lui avrebbero corrisposto danaro a Garibaldi spogliandosi dei propri averi per un ideale quale quello dell’Unità d’Italia. Questo è un aspetto molto importante che nessuno ha mai messo in evidenza. Ecco perché non tutte le cose raccontate corrispondono al vero». Cos’altro ancora non corrisponde al vero? «Satta ha descritto Menotti Gallisay come il più screditato dei maestri, il maestruncolo, lo scioperato, un politico opportunista da strapazzo e Gavino come uno che ha dilapidato l’intero patrimonio con spacconate tipo quella di accendere il suo inseparabile sigaro con un biglietto da cento lire e con il vizio delle carte che lo vedeva sempre perdente. Tutto questo è falso. La candidatura di Menotti non parte da Loreneddu, ma ha radici molto profonde che albergavano nel suo animo perché lui, vissuto per oltre quarant’anni anni accanto al genitore, sua guida morale e politica, si collocava sempre dalla parte degli ultimi per quel senso di verità e di giustizia in cui ha sempre creduto e ha saputo tramandare a tutta la famiglia, me compresa. Che Menotti fosse un ottimo e brillante oratore capace di galvanizzare le piazze lo ha riconosciuto lo stesso Salvatore Satta. Durante le sue arringhe gli applausi erano solo per lui, non c’era storia per molti altri avvocati la cui professione era più affine alla dialettica di quanto non lo fosse la professione di insegnante. Colto e autorevole godeva di così grande stima che a soli 23 anni era stato nominato direttore didattico della scuola Normale Superiore appena istituita a Nuoro (1890)». Ma perse le elezioni! «Questo è vero, ma c’è anche un’altra importante verità da riscrivere, quella che riguarda la candidatura di Menotti alle politiche del 26 ottobre-2 novembre 1913 (XXIV legislatura), prime elezioni in Italia a suffragio universale maschile col tradizionale collegio uninominale a doppio turno. Con un programma assolutamente di sinistra nel quale già parlava di pensioni operaie, d’imposta progressiva, di salariati comunali e di ricostituzione della provincia di Nuoro (elevata nel 1927), mio padre si presentava col partito socialista riformista, lista F il cui contrassegno era un fascio di spighe con falce. Lo acclamavano tutti, sui muri delle case di Nuoro e dintorni campeggiava la scritta “Viva Menotti” e perfino il futuro premio Nobel Grazia Deledda, a suo tempo, aveva scritto un articolo in cui elogiava la sua candidatura e il suo programma politico. Satta era nato nel 1902 e non poteva certo sapere di quell’asta indetta alla fine dell’800 e neppure della candidatura di Menotti perché nel 1913 lui di anni ne aveva appena 11. Sono fatti non vissuti in prima persona che ha riportato solo per sentito e nel metterlo alla berlina ha consegnato alla storia un Menotti non corrispondente al vero. Satta ha scritto che a Menotti furono attribuiti solo 290 voti, ciò viene smentito da dati ufficiali inconfutabili che attestano come realmente sono andate le cose. Nel collegio di Nuoro le preferenze espresse a favore di mio padre furono ben 1692, lo collocarono al terzo posto dietro a Francesco Dore e Antonio Luigi Are, mentre nelle elezioni del 16 novembre 1919 ottenne 1323 voti di preferenza pari a quasi il 30% di un totale di 5705 voti che con quelli di lista e i voti aggiunti riportati in altre liste, ammontavano a 7091 tanto da collocare Menotti primo dei non eletti dopo il liberale democratico Diego Murgia del Collegio di Sassari. Un risultato enorme e straordinario che oggi sarebbe irripetibile perché nelle elezioni del ‘13 c’era stato lo sbarramento del patto Gentiloni fra liberali e cattolici che ottennero il 47% dei consensi a fronte del quale era difficilissimo poter vincere, se si pensa che al Partito socialista riformista in tutta Italia furono assegnati solo 19 seggi. Questi dati reali sconfessano quelli riportati da Satta e da altri che a lui hanno attinto e gettano altra luce sulla verità rendendo giustizia ad un uomo onesto e generoso, a su babbu ‘e sos poverosche non si è arricchito perché educato allo spirito di servizio».

I contrassegni delle Liste alle elezioni generali del 1919

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I risultati delle votazioni nel collegio di Nuoro alle elezioni generali del 2 novembre 1913

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I risultati delle elezioni nel collegio di Nuoro alle elezioni generali del 16 novembre 1919

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Fu a causa di questo insuccesso che abbandonò l’agone politico? «Non lo penso proprio. Menotti non si candidò più, ma la ragione non credo fosse dovuta al risultato elettorale che tra l’altro fu di grande pregio e ciò spiega il ricordo tramandato dalle persone che lo hanno conosciuto: un intellettuale vivace, eccentrico, rivoluzionario a tratti anarchico, franco e autorevole che non aveva timore di nessuno, ma di grande umanità. Suo il detto “in taverna con i beoni e signore con i signori” in quanto si trovava bene in ogni contesto». Cos’altro vorrebbe aggiungere? «Vorrei ancora ribadire che Il giorno del giudizioresta un grande straordinario capolavoro, un’opera d’arte in assoluto, ma la verità merita di essere acclarata. Per meglio comprendere l’uomo e il politico che mio padre è stato, basta leggere quanto scritto su di lui persone autorevoli come Gavino Pau: “Uomo probo che aveva creato un partito per difendere i poveri” (Il mio paese è il più bello del mondo); Gianni Pititu: “L’intellettuale fra i maestri del convento. Coraggioso capopopolo che veleggiò fino all’ultimo controvento” (Nuoro nella belle époque); Enzo Espa: “tribuno di grande prestigio che faceva discorsi di socialismo tolstojano, un trascinatore di folle come non è più nato nessuno” (Nuoro nell’opera di Badore Sini e Peppino Rachel); Tina Marras: “Originale figura di rivoluzionario, socialista e anarchico insieme, paladino dei morti di fame” (Chi erano) e Mario Corda “colui che coltivava e proclamava il primato della cultura e della giustizia sociale” (La piazzetta). Don Menotti, così tutti lo chiamavano, non fu solo uomo politico ma anche poeta e scrittore. A lungo corrispondente del quotidiano La Nuova Sardegna- firmava con l’acronimo Sangally –  e autore di un romanzo inedito, del suggestivo racconto Frate sole e 7 fratellie di una raccolta di poesie dedicate a Sebastiano Satta pubblicata nel 1910 a cura degli studenti del tecnico di Sassari. Ma non tutto di mio padre è stato pubblicato, altri suoi scritti attendono ancora di vedere la luce». © riproduzione riservata

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