Don Luigi Ciotti a Nuoro (ph Gigi Olla)
La trascrizione dell’intervento di don Luigi Ciotti a Nuoro
Proponiamo una nostra trascrizione dell'intervento di don Luigi Ciotti dedicato a don Lorenzo Milani. Nuoro, 28 giugno 2023 teatro San Giuseppe
di Redazione

5 Luglio 2023

46' di lettura

Io non ho conosciuto direttamente don Lorenzo Milani ma indirettamente ma quando mi fu chiesto dalla Rai di fare un servizio per la trasmissione “A sua Immagine”, per commentare la parola di Dio, il Vangelo. Ho fatto una serie di puntate prima con persone non credenti, ma credibili, e secondo sono andato a scovare storie e volti per cercare di scendere in profondità e sono stato innanzitutto a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze, tra Prato e Firenze, dov’è stata la prima parrocchia quando a 27 anni sacerdote fu mandato don Lorenzo Milani. E quando don Lorenzo Milani arriva a Calenzano, lui era un tipo molto scontroso, sapete, aveva dei rapporti anche difficili coi suoi stessi compagni di seminario di studi. Un ragazzo di grande intelligenza. Proveniva da una famiglia ebraica molto borghese, il padre, quindi famiglia ricca, molto ricca, e fu un parroco molto anziano, molto dolce, che lo accolse e lo tutelò e lo accompagnò. 

Ed il mio servizio è cominciato proprio a San Donato di Calenzano. Perché lì don Lorenzo Milani si era accorto che quella gente molto semplice andava verso la parrocchia, andava alle celebrazioni, ma ne capiva una mazza e lui si è accorto di una cosa che può sembrare scontata, ma attenzione è fondamentale: che bisognava dare a loro le parole per riuscire a capire la Parola. Si rendeva conto che allora c’era la messa in latino, tra l’altro era ancora più complesso e più difficile ma anche il rischio che le nostre omelie a volte fossero lontane, a volte un po’ incomprensibili.

E quindi la scuola, lui la realizza la premessa di quello che sarà Barbiana dopo. Lui la realizza a San Donato di Calenzano. Lì comincia questa storia, la storia di una sfida per dare una mano a questi ragazzi e in quel caso anche uomini molto adulti che lavoravano nei cementifici vicino, nelle piccole imprese di vicine. Dare loro la conoscenza, le parole e nasce la scuola.

Comincia così questa storia. E quindi molte cose che porto qui le ho colte dal direttamente da quei ragazzi di allora, oggi persone adulte, alcuni non ci sono più, che hanno vissuto direttamente questa esperienza e non possono dimenticare. 

Don Lorenzo Milani facendo quell’esperienza scriverà un testo, un libro molto coraggioso, molto puntuale, molto vero, in cui fa emergere delle contraddizioni nella società. Ma fa emergere anche delle contraddizioni all’interno della Chiesa. Questo libro che aveva avuto la prefazione di un vescovo, il Vescovo di Camerino – quindi c’era l’imprimatur allora necessario che una persona di grande valore come quel pastore, quel Vescovo – ma quel libro è un libro scomodo perché inchiodava la Chiesa anche ad alcune sue responsabilità. E tempo dopo quel libro dal Sant’Uffizio, da Roma, dalla congregazione che si occupava di leggere e di accompagnare e di controllare quei testi fu bandito, fu bloccato e venne proposto di non essere più ristampato, di non essere neanche più distribuito. E per punizione. Perché don Lorenzo s’era permesso partendo dalla realtà, dal contatto, dal faccia a faccia con la gente più umile, più semplice e più emarginata. È da loro che Lui colse e fece la sua denuncia attenta ma sempre carica di amore, perché il suo è stato un grande amore verso la Chiesa. Un amore certamente scomodo nel dire delle cose che però Lui aveva accolto direttamente. Ma aveva anche sentito quella fatica sulla pelle di tante di tante persone. Fu punito per tutto questo e fu mandato poi, come voi sapete, a Barbiana. Io parto da qui.

Ho detto questa premessa per dirvi che ho avuto il privilegio – io, piccolo piccolo, fragile e fragile, con tutti i miei limiti, le mie fatiche – per quel servizio e per altri servizi di incontrare quelli che sono stati i protagonisti di quel percorso. Quegli uomini, quelle donne, quei ragazzi, quelle ragazze. L’esperienza di San Donato di Calenzano, quell’intuizione, di dare parole, di dare cultura, di dare conoscenze perché solo così erano in grado di capire la Parola, sarà quello che poi, arrivando a Bibiana, fa scattare in Lorenzo Milani la scuola che voi conoscete.

Ma c’è un altro passaggio che mi sta a cuore fare. Vi sono in momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. E voi trovate che in tutta la vita di don Lorenzo Milani lui non ha taciuto tutto quello che lui ha visto, che non andava bene, che ha toccato con mano, lui non l’ha tenuto tutto per sé. È stato anche scomodo.

Ci ha litigato col suo vescovo, ha litigato con tante altre persone. Ma le cose che lui è andato a dire, che oggi molti celebrano nel centenario della sua nascita, sono cose che l’hanno fatto molto soffrire, che l’avevano messo a ai margini, che l’avevano etichettato. Allora questo vale anche per noi, vi prego.

Questo vale anche per noi: vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa. Noi non possiamo tacere quando vediamo delle ingiustizie, delle violenze e delle oppressioni, quando siamo protagonisti di fatti di fronte ai quali sempre in modo molto serio, attento, documentato, noi non possiamo, non dobbiamo assolutamente tacere. E Lorenzo Milani un giorno non a caso aveva detto e poi avevo anche scritto che “finché c’è fatica, c’è speranza” perché la speranza nel costruire dei percorsi di ridare fiducia alla gente, nel dare una mano alle persone, a ritrovare la propria libertà, la propria dignità. Non è tutto semplice. A volte ci vuole tanta fatica, ci vuole coraggio, ci vuole impegno, ci vuole passione. 

Di Lorenzo Milani non possiamo solo leggere l’impegno di quella scuola, la Lettera a una professoressa, le sue denunce attente. Noi non possiamo rimuovere la dimensione spirituale e pastorale per fare del priore di Barbiana solo un alfiere dei diritti delle persone, dei diritti di cittadinanza. Se rimuoviamo quella dimensione spirituale, pastorale, significa non capire la verità della sua testimonianza.

Ecco la sua testimonianza. Lui è stato quindi un pastore di anime e anche un grande maestro di cultura. E soprattutto don Lorenzo Milani, non dimenticatolo mai, non ha fatto sintesi fra gli opposti, ma li ha abitati gli opposti in modo radicale. Non è mai stato un uomo di mediazione. Aveva una sua radicalità che emerge nel suo temperamento, nella sua vita, nei suoi gesti, una radicalità legata fortemente a una coerenza. È stato un sacerdozio radicale, vissuto in modo quasi estremo, come capiremo.

E soprattutto non possiamo dimenticare che in don Lorenzo Milani i no che lui ha detto nel percorso della sua vita, tutti i suoi no sono stati dei sì. Quando fa una critica della scuola in Lettera a una professoressa, costruita con alcuni suoi ragazzi, è una critica a quel modello di scuola di quel momento. Quel no è un sì ad un impegno migliore per il diritto più vero che è della cultura, dell’educazione che è generatrice di vita. Cultura che dà la sveglia alle coscienze. 

Quando dirà no ai i cappellani militari è un sì per la pace e un sì per la pace. 

Quando dirà un no alla Chiesa come apparato e lui denunciava in quelle Esperienze pastorali, quelle sue prime esperienze, i suoi conflitti, le cose che aveva visto, le difficoltà di molte persone -quel suo no alla Chiesa come apparato, è stato un sì pagato, sofferto, vissuto per una Chiesa dei poveri, degli ultimi di chi fa più fatica. 

Ma ci sono tanti altri no di Lorenzo Milani che sono dei sì perché non basta denunciare. E questo vale per noi anche oggi. Ma le nostre denunce devono avere sempre una proposta, un progetto la voglia, se possibile, di collaborare, perché ci possano essere di cambiamenti. 

Ecco don Lorenzo Milani comincia così e lui costruisce una scuola quando arriva dopo l’esperienza fatta con persone più adulte a Calenzano. Lui costruisce una scuola a Barbiana e dice con chiarezza e lo scrive – e lo dirà insieme ai suoi ragazzi che diventavano giorno per giorno, sempre più protagonisti – che una scuola che seleziona distrugge la cultura. E soprattutto diceva che la massa – sono le sue parole – non possiede la parola e chi possiede la parola è estraneo alla massa. E diceva, sono parole sue, la nostra scuola è un dono.

E parla della scuola con i suoi ragazzi, di quelle quattro case sperdute su quel monte. E lui disse la nostra scuola, quella scuola, è un dono che vi portiamo un po’ di vita nell’arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri. È un atto di denuncia forte. Quando dice c’è gente che legge solo libri, non conosce la realtà, non si è mai immerso nella realtà, non ha mai ascoltato in profondità la voce di chi fa più fatica. E lui dice a quelle persone che poi giudicavano, attaccavano, umiliavano, mormoravano, dice la nostra scuola, quella là lassù è un dono che vi portiamo perché è una scuola che ha provocato, che ha morso le coscienze. E soprattutto lui ci teneva a dire con i suoi ragazzi la scuola deve generare scuole altre e diverse.

Il suo sogno non è che quella impostazione terminasse lì, ma che quella testimonianza, quella esperienza, quei vissuti, quel metodo, potessero diciamo moltiplicarsi. E nel dire questo c’è una sottolineatura stupenda quando viene detto chi tra quei ragazzi, quelle ragazze, chi era senza basi, quindi più lento, più svogliato, si sentiva in quella scuola lassù preferito, veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Perché c’è un’altra scuola in cui l’attenzione è subito catturata dal primo della classe che ne viene elogiato, viene corteggiato e lui dice no, chi era più lento, chi faceva più fatica, più svogliato, nella nostra scuola era il preferito. Era il centro della nostra attenzione e ce l’ha regalata questo, tutto questo.

E lui diceva bisogna conoscere i ragazzi, i ragazzi figli dei poveri e amare. La politica è tutt’uno e quindi salta la dimensione politica e poi spiegherà perché all’attenzione alla conoscenza di quei ragazzi. Perché dice questo? Dice questo per dire che non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere gesti migliori. Leggi migliori e chiama in causa ragionando sempre dalla base con i suoi ragazzi che per trovare spazio in quella Lettera a una professoressa ma non solo in quella lettera che quell’attenzione, quell’amore per i ragazzi non vuol dire amare amarli, ma vuol dire anche chiedere alla politica come atto d’amore. Lui dice atto d’amore.

Chiedere l’amore per quei ragazzi e l’amore per una politica che diventa un tutt’uno. Ma dice anche non si può amare creature segnate da leggi ingiuste. C’è bisogno che quella politica faccia le leggi migliori.

E viene forte schierarsi dalla parte dei ragazzi più deboli ed emerge che schierarsi dalla parte dei ragazzi più deboli comporta che la scuola li ami. Per lui questa parola amore è vita, è carne. Un amore che porta l’educatore a scommettere nelle possibilità ancora inespresse dei ragazzi meno capaci e più deboli. E guardate che non è una storia solo di ieri, perché siamo negli anni 51, 52, 53, siamo nel dopoguerra. Siamo lassù in cima a un monte, quattro case poi tante altre case sparse, ragazzi che non avevano neppure la scuola. Lui comincia e li travolge e li ha resi veramente una cosa meravigliosa. E lui dice schierarsi dalla parte dei ragazzi più deboli comporta una scuola che li ami. Questo il discorso di ieri, ma diventa anche il discorso di oggi.

Ma sopra tutto emerge ancora nel dire se si perde i ragazzi difficili la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. È un’espressione tra l’altro che Papa Francesco quando ha parlato, che bisogna anche come chiesa andare è un ospedale che cura.  Deve essere capace di andare incontro alle persone più deboli, più fragili, chi è ai margini. E don Lorenzo Milani quest’ospedale che cura i sani e respinge i malati lo denuncia. Se perde i ragazzi difficili non è più una scuola. 

Ma quando il comincia quella scuola lui dirà i suoi ragazzi queste parole, le ha scritte e ci aiutano a riflettere sul lo Lorenzo Milani ma anche a guardarci un pochetto dentro noi oggi; dice ai suoi ragazzi: “Io vi prometto davanti a Dio che questa scuola – quella lassù – la faccio soltanto per darvi d’istruzione e che vi dirò sempre la verità di ogni cosa sia che faccia comodo alla mia realtà, alla mia coscienza, sia che le faccia disonore”. Ecco allora che promette questo, la verità di non fare sconti nel cercare la verità, anche quella difficile, anche quelle scomode e i suoi ragazzi ci hanno sempre detto – e io l’ho raccolto anche da quegli adulti i primi di Calenzano – che don Lorenzo c’insegnava a pensare con la nostra testa. Allora voi capite che quella scuola lassù, quel metodo che li coinvolgeva, quell’attenzione ai più fragili, andare con quel passo lento perché tutti potessero tenere il passo, quella scuola era veramente una finestra aperta al mondo. 

“I care”, mi sta cuore, me n’importa: sentire questa responsabilità ne abbiamo bisogno tanto oggi nel nostro Paese. L’Italia è il paese che noi amiamo e vi prego, dobbiamo amare il nostro Paese e se ci diciamo anche delle verità scomode, dobbiamo dircele con uno spirito di amore per migliorare, per impegnarci, per cambiare le cose che non vanno, per assumerci anche noi la nostra parte di responsabilità. La denuncia deve essere fatta anche di progetto, di proposta sennò diventa retorica. Vuol dire che anche noi dobbiamo sentire a cuore tutto questo ed è un atto d’amore e dirci quello che voi conoscete che questo nostro Paese è all’ultimo posto in Europa per la povertà educativa, l’Italia culla della civiltà.

Noi siamo gli ultimi posti per la dispersione scolastica, l’Italia culla della civiltà, e allora quella storia, quelle denunce, quel riflettere con i suoi ragazzi impone oggi anche a noi di riflettere. Da una parte cogliere le cose positive che ci sono e dobbiamo segnalarle riconoscerle, sostenerle ognuno nel suo paese, nella sua città, nei suoi territori, abbiamo il dovere la responsabilità di educarci e di educare a cogliere le cose positive che ci sono. Molti non fanno chiasso, molti non fanno rumore, non fanno notizia, ma ci sono, tocca noi scoprirle e valorizzarle ecco “stare a cuore”. E quando tocchiamo con mano cose che non vanno, avere il coraggio d’avere più coraggio, non solo la denuncia fine a se stessa, ma l’impegno per il cambiamento ecco.

E nella Lettera a una professoressa individua nella politica, nel sindacato, nella scuola i luoghi sociali per eccellenza dove può manifestarsi l’attenzione agli altri. Mette insieme tutti questi contesti come dobbiamo fare noi oggi nella continuità, leggendo la realtà di oggi, le fatiche di oggi le positività di oggi. 

Emerge da questa storia di Lorenzo Milani e poi allargata, condivisa coi suoi ragazzi, che la scuola assolve a una funzione nobilmente politica – quanto è bello, nobilmente politica – quando educa i ragazzi a diventare “cittadini sovrani”. Diventare cittadini sovrani in grado di comprendere e appassionarsi ai problemi della società per risolverli insieme agli altri. Guardate che meraviglia questo messaggio che è stato costruito insieme a quei ragazzi: appassionarsi, metterli in grado di comprendere, essere cittadini con gli strumenti per esserlo, quindi sovrani, e diceva don Milani la scuola è un dono che vi portiamo e lo ripeto: un po’ di vita nell’acido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri.

C’è questo rischio anche oggi sapete, che molte scelte vengono calate dall’altro, costruite a tavolino senza ascoltare la pelle, la vita, la carne, le fatiche delle persone. Ecco allora come diventa importante, come noi siamo chiamati a riflettere interrogarci. 

Ma Don Lorenzo Milani aveva attenzione anche per i suoi confratelli. Molti non l’avevano condiviso, l’avevano giudicato, l’avevano emarginato. Non avevano capito quello spirito, il coraggio. Ma lui aveva anche qualcuno che invece aveva condiviso con lui. E da lui un giorno è andato un giovane sacerdote la cui vocazione era entrata in crisi. E Don Lorenzo, così parlava con questo giovane sacerdote, oggi molto anziano, che ci ha detto queste parole – io ho conosciuto questo anzianissimo sacerdote anni fa che quel momento di crisi andò da Lorenzo – “Nel prendere atto delle cose proprie e altrui, non si deve aver paura. Un sacerdote non ha nulla da perdere.

Ovunque vada, troverà qualcuno da amare. Non a parole che sarebbe un mostruoso misfatto e una falsità, ma con i fatti”. Diceva a questo giovane sacerdote in difficoltà di non scoraggiarsi, di superare quel momento, ma qualunque scelta facesse andava com’è stato per lui. “Tu avrai sempre qualcuno d’amare, non a parole, ma nei fatti”. E così era stato nella sua esperienza che lui comunicava per dare forza, per dare coraggio al momento di crisi di un giovane sacerdote.

Lui era un sacerdote e nelle Messe adoperava un linguaggio diretto. E quei ragazzi, oggi adulti, hanno raccontato un linguaggio a volte tagliente. E per Don Lorenzo, sono parole sue, “Il Vangelo non è accomodante, è urticante”. Queste immagini forti però ci aiutano anche. Abbiamo bisogno, anche in un appiattimento, in tanti momenti in cui diamo per scontato tante cose che diventano di tran tran, il Vangelo non è accomodante, a volte urticante, provocante. E lui era capace di tenere insieme credenti e non credenti, rompendo steccati e abolendo consuetudini.

E vi devo anche dire che sia a Calenzano, dov’era di stato diversi anni e poi mandato lassù, perché aveva scritto quelle cose scomode in punizione, lui trasformò quel momento, quell’esilio, quella punizione in questo capitolo meraviglioso della vita che ha dato vita a tante persone.

Però la gente imparò ad amare questo prete, certamente eccentrico quanto generoso, pronto ad accorrere là dove ci sia stato bisogno di qualcuno, un prete convinto che solo la scuola, che il dominio della parola del sapere, in quel momento storico, in quel luogo riscatterà i figli dei poveri da un destino di sfruttamento. E lo stesso lui denuncia che non si può dire tutto questo delle istituzioni laiche, perché denunciava che non facevano quello che avrebbero dovuto fare in quel momento. E allora, ancora una volta, per don Lorenzo, solo il sapere, “la conquista della parola è – sono parole sue – la chiave fatata che apre ogni uscio”.

Il Concilio Vaticano II arriverà anni dopo, in quel momento don Lorenzo Milani vive una Chiesa assestata, spesso arroccata, su posizioni conservatrici giustificate con la necessità di contrastare allora l’avanzata, come si diceva, comunista. Lui vive quel momento storico e quindi queste sue posizioni scomode, questa sua visione che guarda in avanti, questo stimolare restituzioni assenti da modalità di creare degli strumenti per rispondere a quei bisogni veniva vista e lui ha via visto, etichettato, in un certo modo.

A un certo punto arrivano le elezioni amministrative, allora ho ripreso un passaggio. Don Lorenzo Milani sempre rispettoso vorrebbe denunciare e lo fa com’è capace lui l’ipocrisia ipocrisia – leggo testualmente – di quelle forze politiche che soltanto a parole si riferiscono al Vangelo. Lui fa questo riferimento a questi “ciccì cicciò” che si presentavano a tutte le funzioni ecc. E lui denuncia l’ipocrisia di quelle forze politiche che soltanto a parole si riferiscono Vangelo. Ma guardate cosa dice e cosa scrive: “Cercate il Signore quando ve lo dice il calendario, cercate il suo perdono quando avete da fare la comunione e mai quando la vostra anima ne ha bisogno”. Ha questa forza don Lorenzo anche pubblicamente a dire a certi esponenti della locale borghesia cattolica contraria alla scuola del popolo però che facevano tanti baci alla Madonna e a tutti i Santi. Ma quand’era ora di sporcarsi concretamente le mani questi non c’erano. E lui dedica a questa attenzione a questi politici preoccupati.

E quando disse queste parole questi politici sono andati alla Curia dal cardinale Dalla Costa ch’era il suo arcivescovo. Allora negli anni 50 è il cardinale Dalla Costa. Scriverà queste parole gli scrive una lettera. Gli scrive una lettera dandogli l’ordine di tacere. E Lorenzo Milani non la manda a dire, prende carta e penna e scrive tra le tante cose vi porto solo 3 righe: “Ben dolorosa e inaspettata fu per me l’improvvisa chiamata di Vostra Eminenza e l’ordine di tacere”. Ma don Milani scrive al suo vescovo ricordandogli anche e facendogli una domanda: “Ma è giusto il mio ragionamento?” e dalla Costa risponderà “Sì, è giusto il tuo ragionamento. Ma è dannoso”.

Voi capite che don Lorenzo Milani aveva la forza della parola e cercava di portare veramente il suo contributo. Ma lui era innamorato profondamente di Dio. È Dio che attraverso la volontà di chi non capì lo spessore umano e spirituale di quel prete, è Dio – e Lorenzo lo dice – in sostanza che lo mandò a Barbiana. Aveva trentun’anni quando arrivò lassù, uno di quei posti abbandonati da Dio, si dice. Ed era proprio così molto sperduto. Ma è proprio lassù, in cima a quel monte che Dio – che Lorenzo amava – permise a don Lorenzo di saldare lassù la terra è il cielo, il Vangelo e la giustizia sociale, l’essere cristiani e l’essere cittadini di questo mondo e per questo mondo questa sua profondità, questa sua fede, questo fidarsi affidarsi a Dio anche nei momenti di grande sofferenza.

I suoi ragazzi, quando fu mandato lassù per punizione, mi hanno raccontato quelli di San Donato di Calenzano, che son saliti con le biciclette. E che hanno pianto tutti, anche don Lorenzo, tutto il viaggio. Ma don Lorenzo Milani, quando arriva lassù 2 giorni dopo andrà andrà al comune a comprare la tomba, a comprare un pezzo di terra. Aveva deciso che da lì, in ogni caso, non se ne sarebbe mai andato. Non era ancora malato, verrà dopo la sua malattia che lo porterà via giovanissimo. Ma quel gesto, quel segno pone.

E quell’esilio lassù ha messo un risalto tutte le qualità umane, spirituali, intellettuali di questo sacerdote che trasformerà quella punizione in opportunità, che trasformerà quei ristretti confini in un punto d’infinito, nel dare dignità e speranza a quei ragazzi. 

E la mamma è preoccupata e lui cerca di tranquillizzare il suo madre. Ci sono delle lettere stupende che scrive a sua mamma. E da una di queste lettere vi leggo 4 righe alla mamma. “Non c’è motivo di considerarmi tarpato se sono quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose”. Che grandezza! E voi capite che in questa tensione etica spirituale nasce questa scuola. Va avanti per anni, accompagna questi ragazzi, li fa crescere e lui la definirà, pensate, definirà la scuola “un ministero sacro”. Don Lorenzo arrivò a definirla l’ottavo. Sacramento è una parola forte. Ma per dare la sacralità, la scuola credo in questo senso. Per lui era molto importante. La sacralità della scuola. 

Permettetemi di dire con affetto, vi prego, la sacralità delle istituzioni, perché le istituzioni sono sacre e dobbiamo diventare capaci oggi più che mai, di distinguere dalla sacralità delle istituzioni, da chi le gestisce, da chi le governa. Bisogna sempre distinguere e non fare confusione. E voi trovate che nella stragrande maggioranza di uomini, donne che vivono le istituzioni: la scuola, l’università è sacra. Le forze di polizia, la magistratura, la politica, chi amministra quell’alta del paese – qui ci sono dei sindaci, ho visto delle persone che arrivate con il ruolo che avete gestito e state gestendo – la maggioranza. Non dimentichiamolo sono veramente al servizio del bene comune. Si vive la dimensione etica di questo servizio, di questa responsabilità, di questo impegno è la maggioranza. Però c’è anche delle persone che non sono degne di rappresentare la sacralità delle istituzioni. Ma fanno più rumore, fanno più chiasso, fanno più notizia.

Ma il mio dovere e anche il nostro dovere e di far emergere le positività e poi nella chiarezza – e don Lorenzo non lo mandava a dire – inchiodare le persone e le proprie responsabilità. E ci vuole forza, ci vuole coraggio.

Ma vi leggerò poi un passaggio che diventa importante in tutto questo. Lui diceva proprio rispetto a noi preti – e quindi per me diventa un esame di coscienza – diceva un prete perché voleva spiegare anche ad altri che dicevano “Che cosa le sta facendo? Non è mica sacerdozio questo”. “Lei deve fare altro” e riceveva dei messaggi, ci sono delle lettere che vi risparmio di attacco, di denuncia, anche di quei mondi. Milani è stato un prete che non solo sta dalla parte dei poveri ma che deve vivere come loro. Perché “la sola parola credibile è quella che proviene – e lo cito di nuovo – dalla cattedra ineccepibile della Povertà”.

Se non ci mettiamo nei panni di chi fa più fatica – e quando ci diciamo oggi qui povertà non è solo la povertà materiale e culturale, certo che deve avere quelle grandi attenzioni come lui l’aveva avuta in quel contesto in quel periodo storico – cominciando dal basso per rendere i grandi autonomi dando loro dignità, che vuol dire anche la libertà con le parole, anche per capire quella Parola. Ma non solo, c’è bisogno veramente di questo impegno, di questo morso in più oggi da parte di tutti, ecco di metterci dei panni delle persone. Vi prego.

Non c’è solo la povertà economica, solo quella culturale. Ci vuole un’attenzione anche alla povertà, di quelle anoressia esistenziali di persone che hanno tutto, che stanno bene ma che sono alla ricerca di un senso, di un significato alla vita, che sono vuoti dentro. Che sono vuoti dentro.

Dobbiamo avere un’attenzione alle varie forme di povertà di persone che stanno vivendo di momenti difficili, di grande fragilità, di grande smarrimento, di frammentazione. Una delle sue ragazze chi ho ascoltato – una bambina piccola, forse una delle più piccole, oggi una signora molto anziana – disse questo “notammo che conduceva una vita molto modesta. Badava che il suo livello fosse superiore a quello dei parrocchiani”, perché a volte noi abbiamo di privilegi nella nostra vita.

Ma lui aveva fatto delle scelte, anche Papa Francesco gira con la 500, lui manda un segno. Guardate che manda un piccolo segno. È un segno. I segni sono importanti. I segni sono molto importanti. 

Lui, Lorenzo, girava con una bicicletta lassù. Ma me lo raccontavano quelli di Calenzano, lassù era molto duro. La bicicletta, una vecchia bianchi. E poi li caricava sulla bicicletta i ragazzi. Li portava di qua, riportava di là e i ragazzi si ricordano quando il c’era il giubileo a Roma lui chiese al Vescovo l’autorizzazione di poter andare coi suoi ragazzi con le biciclette senza la talare – che faccio fino a Roma con la talare? Ma il vescovo non accettò. E lui, ci sono delle foto, immaginate con tutti i suoi ragazzi dalla Toscana andare a Roma con quelle biciclette cariche di tutto. Tutta gente povera, semplice e lui con loro. Ma tutto questo per dire la sobrietà, questa attenzione che è importante, che è fondamentale, che ci consegna un tratto del nostro don Lorenzo Milani.

Ma vi consegna un altro piccolo tratto che diventa importante quando era a Calenzano. Un operaio del cementificio muore. Muore sul lavoro lasciando moglie e 2 figli. E cosa fa Don Lorenzo Milani? Va dalla sua mamma, vada alla sua zia. Era una famiglia che aveva possibilità. Lui non chiedeva cosi mai ma in quel caso si fece dare dei soldi e comprò un pezzo di terreno e costruì coi volontari una casa per quella donna coi 2 bambini. Questo gesto pochissimi lo conoscono. Ma vi do al tratto dell’uomo e della persona, del sacerdote che guarda verso il cielo senza dimenticarsi delle responsabilità che abbiamo verso la terra. E poi arrivavano questi zingari, come chiamava lui, i saltimbanchi e lui invitava la sua gente “Andate agli spettacoli che fanno”, costavano pochissimo. Prendevano un’offerta. Lui diceva “andate perché anche loro hanno bisogno di campare. Ed è doveroso aiutare il vicino”. Questo per darvi lo spessore dei piccoli gesti, dei semi. Come sono importanti. Ecco l’ora che lui badava che il suo livello non fosse superiore a quello dei parrocchiani. Perché non voleva apparire qualcosa d’altro. Il nostro don Lorenzo Milani. 

Ma c’è un capitolo e quello dell’ultimo mese di vita del priore, come veniva chiamato ch’è stato un mese fondamentale.

Don Lorenzo offrì il suo corpo malato. Anche il suo corpo malato l’offre come una lezione, ho detto lezione di vita. E ai suoi ragazzi disse che avrebbe potuto prendere un infermiere ma preferiva farsi assistere da loro perché imparassero cosa è la morte come muore un uomo.

Lui morirà il 26 di giugno e disse loro – e lo sottolineò e i suoi ragazzi lo hanno anche poi scritto – “si muore nello stesso modo in cui siamo vissuti”. Perché in realtà la morte svela un po’ parte della nostra vita. E come tutti voi ben sapete, chiede di essere sepolto vestito con i paramenti sacri ma anche con gli scarponi di montagna. Lui che arrivava dalla città quando era arrivata lassù per andare poi in quelle case sparse su quel monte a trovare le famiglie di quei ragazzi. Quella che era detta la sua parrocchia. Usava quegli scarponi e in quel pezzo di terra che aveva comprato appena arrivato lassù.

E poco prima di morire – voi lo sapete tutti perché queste parole chi sa quante volte l’avete riflettuto – ai suoi ragazzi aveva detto del miracolo, parlò così “del miracolo che stava cadendo” e citò un passo della parola di Dio meraviglioso. Ma lui parlava di lui in quel momento di sofferenza e di malattia quando disse “Un cammello sta per entrare nella cruna di un ago”. E prima di spirare lasciò con fatica queste parole che tutti quei ragazzi non hanno mai dimenticato. “Ora mi sento l’ultimo anch’io. Sì”.

I due grandi segreti di Lorenzo Milani Morendo sono stati che ha portato con sé chi ha vissuto, che ha comunicato l’amore e anche il perdono. E non dimenticatevi che don Lorenzo, facendo questo percorso della malattia quel mese, trasformò la sua morte in una occasione pedagogica. E a suo fratello, Adriano, a un certo punto, chiede “lasciatemi morire in pace. Smettetela con le trasfusioni e le terapie”. È così, esausto. C’è quindi una sofferenza, c’è una fatica, c’è un grido, ma lascerà quel testamento che vi dà la forza e ce la dà a tutti quando dice “Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo posto”. Eh sì, il nostro do Lorenzo Milani diceva che anche la Chiesa, prima di predicare il Vangelo ai lontani dalla fede, doveva viverlo lei per prima nella vita quotidiana. 

Ma vorrei terminare col suo vescovo che non è più Dalla Costa, ma perché c’è un passaggio che ci riguarda tutti. Arriverà l’arcivescovo Florit, con cui non si capiscono. E Florit prende delle posizioni dure contro don Lorenzo Milani. E lui scrive una lettera al suo vescovo, denunciando delle cose. E il suo vescovo prenderà poi delle posizioni. Devo dire, però, che il suo vescovo, quando non è più vescovo della diocesi di Firenze, avendo avuto dei conflitti incomprensioni e difficoltà reciproche andrà andrà sulla sua tomba, qualche anno dopo, a pregare. Florit era già in pensione, non era più Vescovo di Firenze e dirà delle parole importanti andando a pregare sulla tomba di don Lorenzo. Dice “Non mi hanno raccontato le cose giuste”. 

Però lui scrive un giorno al suo vescovo, che l’aveva rimproverato – per quello che poi emergeva, perché c’erano queste male lingue, queste letture – dice al suo vescovo che “le lettere che lui gli mandava per dire delle cose – cito testualmente perché è una meraviglia – il desiderio che lui sente di comunicare a tutti che “tutti dobbiamo imparare, che educare è una dimensione irrinunciabile della vita per tutti, e che tutti possiamo essere educati. E non c’è nessun ruolo nemmeno il più alto, nemmeno il più sacro, che ne sia esente. Se tutti possono essere educati, anche i vescovi possono esserlo” dice don Lorenzo Milani. E così scrive al suo vescovo. Scrive al vescovo, il Vescovo va in visita e non incontra che cattolici o comunisti travestiti da cattolici. Gente che non lo critica, che non si permette d’insegnarli nulla. 

Lo dico senza malanimo. Siamo tutti uguali, anch’io faccio così 9 volte su 10. Non vien voglia di dire al Vescovo ciò che si pensa, è più comodo trattarlo coi soliti guanti di menzogna che danno modo a lui e a noi di vivere senza seccatore. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere né maturare né invecchiare.

È un richiamo alla vita reale, quella che spesso viene scansata dalla fabbrica dei preti. Ecco perché cito questo. Perché per lui era importante. E lo dico a tutti noi. Lo dico m’è a chi ha dei ruoli di responsabilità nelle varie istituzioni. Abbiamo bisogno proprio nella fraternità di un educarci nel nostro cammino. Uno si forma convincendosi di essere diverso. No, in certe realtà c’è chi pensa di essere speciale. Poi qualcuno se ne accorge presto che la vita è un’altra cosa e che dobbiamo aiutarci reciprocamente. E lui spiega al suo vescovo che certe cose che gli scriveva, che non erano gradite, erano un atto d’amore. Era quello che lui cercava di spiegare.

E quello che credo serva anche per me. Don Milani vede la persona oltre il ruolo. Esattamente il contrario. In quel momento di quel suo vescovo che vedeva il ruolo e non la persona. E quindi per don Lorenzo Milani tacere non è rispetto, “è meglio – diceva – essere irrispettosi che indifferenti”, è una sorte d’amore, anche della ruvidezza dei linguaggi. 

Ma certe prese di posizione lo fanno soffrire tantissimo. E allora c’è un aspetto che nessuno di noi avrebbe mai pensato, della fragilità, della sofferenza e del dolore. E lui scrive a una persona cara. “Non avete pensato ch’io potevo suicidarmi? Con l’aiuto dei poveri e di Dio non è andata male come poteva andare”. Don Lorenzo Milani indica così ciò che l’ha salvato. Sono stati veramente i poveri e Dio. Ma quei linguaggi, quelle modalità l’avevano fatto tanto soffrire.

Ecco questo è il nostro Lorenzo Milani che scrisse una lettera ai cappellani militari toscani, 11 febbraio del ‘65. Scrive “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che nel vostro senso io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro”. Ma scrive anche la lettera dei giudici per difendersi dalle accuse derivate dalla lettera ai cappellani. E don Milani scrive “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia, la scuola siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi”. L’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio. Da un lato, formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico. E la legalità per don Milani è migliorare le leggi se non vanno bene e trasformarle, crearne di nuove. Ma è anche disobbedire quando creano maggiore ingiustizia. La leva ufficiale per cambiare la legge, come voi ben sapete tutti, per Don Lorenzo Milani è il voto e lo sciopero. E lo scrive proprio nella letta dei cappellani militari. E lui dice “Allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi, sono migliore di voi. Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, fare orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente. Lo sciopero e il voto”. Capite? La forza, la sintesi, il segnale e poi ancora, ancora dice “cos’è che ci rende uguali? È la parola che ci abilita ad uscire dell’avarizia. Sortirne da soli è avarizia, sortirne insieme è politica”. 

Ma pensate che forza. Scrive ai preti e dice parlando di giornali “Siete di quei preti che leggono La nazione, che è un quotidiano che considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo?” Sono dei piccoli flash che vi danno la forza di quel coraggio che lui aveva.

È impressionante qui la sintonia con Papa Francesco perché don Lorenzo Milani aveva detto parlando in modo diretto e impetuoso, senza peli sulla lingua che di fronte a certi modi di essere religiosi del nostro mondo è meglio l’ateismo, almeno è più schietto e coerente. È impressionante la sintonia con Papa Francesco perché come molti di voi non dimenticheranno il nostro grande Papa – meraviglioso questo nostro grande Papa – ha detto e sembra che si parlino, ha detto “Per Dio, è meglio non credere che essere un credente ipocrita”, capite? 

E il Papa è andato a Barbiana e ha pregato anche lui sulla tomba di don Lorenzo Milani. E poi andandosene papa Francesco ha detto “pregate per me, per chi anche io sappia prendere esempio da questo bravo prete”. E allora anche noi, anche per tutti noi ricordare a cento anni dalla sua nascita don Lorenzo Milani vuol dire cogliere quello stile, quei gesti, quelle espressioni, quelle scelte tradurli oggi, prendere coscienza oggi di tutto questo. E noi siamo chiamati oggi a tirare fuori tutte le nostre forze e le nostre energie per portare il nostro contributo al Paese che amiamo, che ha bisogno, ha bisogno di tutti noi.

E soprattutto ha bisogno dei nostri ragazzi. E i nostri ragazzi han bisogno di adulti veri, coerenti e credibili. I nostri ragazzi han bisogno di essere ascoltati, accompagnati intercettati, devono trovare in noi dei punti di riferimento che comunicano valori contenuti. Ma dobbiamo offrire anche loro delle opportunità, dobbiamo offrire anche loro la possibilità. E quando trovano questo esplodono esplodono, ci portano una linfa nuova, ci comunicano la loro passione. Guardate, io ci vivo da tantissimi anni coi ragazzi e quando trovano dei riferimenti veri ah, è una meraviglia! Allora non scoraggiamoci. In certi momenti non è semplice. Non è facile.

Allora voglio farvi per chiudere un piccolo augurio. Un piccolissimo augurio da parte mia molto sincero, abbiate pazienza. Il mio augurio.

Io vi auguro di tutto cuore – e mi spiego, pensando a Don Lorenzo Milani – vi auguro di morire. 

Mi sembra che voi capite il senso del mio augurio. Vi auguro di morire perché c’è un morire ch’è necessario alla vita, al suo infinito rigenerarsi. Perché se non c’è una rinascita, se non c’è un rigenerarsi oggi, oggi è una rinascita e un rigenerarsi lo dico me alla mia coscienza, la mia vita presuppone un momento di passaggio, di morte, in questo senso di tutta una serie di idee, di pratiche che si sono rivelate inadatte a costruire il mondo che sognavamo per chi ha più anni.

Io ne compirò 78 a settembre, ma ognuno per la fascia di età, le cose che abbiamo fatto nella nostra adolescenza, il nostro percorso della vita da persone adulte, sono state cose importanti, meravigliose. Alcune sono state delle conquiste che hanno cambiato, hanno portato un contributo immenso al nostro Paese, ai nostri contesti, alla nostra terra, alle nostre realtà.

Dobbiamo accogliere queste positività, dobbiamo essere orgogliosi delle cose belle che abbiamo realizzato. Ma poi, nel tempo, oggi prendere coscienza che molte di queste cose non reggono più l’urto del tempo, sono inadatte oggi. Avere il coraggio oggi di far morire tutta una serie di linguaggi, di tecnicismi, magari accurati, parole accurate ma sterili, vuote, anche una serie di prassi buone che sono state importanti ma utili a perpetuare lo status quo piuttosto che ad affrontare i problemi alla radice. Affrontare i problemi alla radice.

Allora dobbiamo avere il coraggio di morire un pochino noi stessi, di lasciarci alle spalle tanto nostro agire, tante parole d’ordine ormai abusate, tante incomprensioni, tante frammentazioni. Dobbiamo lasciarci alle le spalle, dobbiamo unire di più le nostre forze per diventare una forza. È il noi, un elemento vitale per la società, per la Chiesa, per la scuola, per tutti i nostri contesti. È noi, un elemento vitale per rinascere noi stessi e anche per far sì che altri possano rinascere.

E in questo senso che c’è un morire dentro di cose che non vanno più bene. C’è una lettura oggi che deve esser fatta di don Lorenzo, questa strada l’ha tracciata.

Allora alcune di quelle scelte si ripropongono con forza, come il tema della scuola, della cultura, come il tema fondamentale delle politiche sociali. Politiche sociali vuol dire la vita, la carne delle persone. Le politiche sociali non possono essere considerate sempre come un costo, rincorrere i problemi sociali dopo costa 100 volte di più oltre i danni umani e ai danni sociali. Politiche sociali sono il lavoro per tutti, la dignità del lavoro e la casa, il sostegno alle famiglie, alle persone più fragili, sono i servizi, la scuola, la cultura, la sanità, primo diritto. Perché se io non assolvo quel diritto, non posso assolvere gli altri. E noi abbiamo un paese e guardate che tutto questo, oltre 75 anni fa, c’è stato donato è scritto lì – ma non può star solo scritto lí deve diventare vita – nella nostra Costituzione, che dobbiamo farla vivere. Bisogna farla tradurre la nostra Costituzione. Allora sono fondamentali quei diritti. I diritti rispondono ai bisogni delle persone e i diritti non possono essere in balia solo di dati economici o degli umori politici. Sono diritti fondamentali, come la salute, l’istruzione, la scuola, la dignità che passa. È fondamentale unire le nostre forze, collaborare con le istituzioni. Se fanno le cose bene, dobbiamo sentirci corresponsabili. Vi prego. Dobbiamo accogliere e valorizzare di positività. Ma se non fanno le cose bene, dobbiamo essere una spina nel fianco per chiedere ciò ch’è giusto per il bene di tutti. Per il bene di tutti. E Don Lorenzo Milani, quando scrive ai cappellani militari, quando scrive ai giudici, quando apre quella scuola, non l’ha fatto come qualcuno pensava perché è un egocentrico, l’ha fatto con amore. Vi prego, un atto d’amore, questo tocca anche noi collaboriamo con le istituzioni, si fanno le cose giuste.

Anche noi doniamo un po’ morire a certe cose che ci hanno accompagnato nel percorso della vita. Vi prego, questo è importante.

Ma c’è un altro augurio che vi faccio. Vi auguro tanta, tanta, tanta solitudine. Ma voi l’avete capito il senso e il senso io l’ho ritrovato in questo sacerdote con le sue fatiche, anche coi suoi limiti, il suo temperamento, il suo carattere. Ma questa testimonianza e quel gesto “voglio essere sepolto nella bara con gli scarponi e con i paramenti sacri”. Che meraviglia!

Perché nella solitudine che vi auguro a me innanzitutto, che ne sento profondamente il bisogno, è nella solitudine che noi scopriamo il nostro mondo interiore, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo. Non bisogna confondere le solitudini con l’isolamento. Perché la solitudine di noi che siamo qui per riflettere è dialogo, intimo, l’isolamento è monologo. La solitudine è relazione con la vita, l’isolamento è fuga dalla vita.

Allora attenzione che oggi c’è il sequestro della solitudine. E quando vedi qualcuno, sempre con questo telefonino dire “Ma io sono solo”. No, tu non sei, solo, tu sei sempre lì. Non è uno strumento, quello non è uno strumento, è utile, è una finestra aperta sul mondo ma bisogna usarlo col giusto equilibrio. Lo dico sempre i ragazzi col giusto equilibrio, perché le connessioni, perché quei telefonini sono uno strumento di comunicazione. Ma noi abbiamo bisogno di relazioni, non di connessioni, solo la relazione è l’essenza della vita.

E nei nostri territori dobbiamo recuperare tra di noi, dentro di noi, più relazioni, più capacità di ascolto. Vi prego, anche per chi già sta facendo questo, perché c’è un clima molto diffuso, che si allarga molto attorno a noi, in cui si sta passando giorno per giorno, sempre di più dall’ecosistema “all’egosistema”, all’individualismo, all’egoismo, a pensare il proprio problema, a pensare alla propria sicurezza, a chiuderci dentro i nostri recinti. Noi dobbiamo e tocca noi, questo scatto in più, non scoraggiarci.

Dobbiamo lottare questa malattia terribile che è la delega, il pensare che tocca sempre altri fare, ognuno ha il suo ruolo, le sue competenze e come lui scriveva al suo vescovo che possiamo aiutarci reciprocamente tutti. Non dobbiamo temere tra di noi, non fermarci ai ruoli, nessuno si nasconde. 

Detto questo c’è un modo di aiutarci che diventa importante. Vi prego, vi prego. Dobbiamo recuperare l’essenziale, abbandonare le cose superflue. Dobbiamo non dimenticarci che l’accoglienza, la vita che accoglie, la vita che dobbiamo recuperare questa dimensione più forte cominciando dalle nostre realtà ecco, ma che non basta accorgersi che gli altri esistono attorno a noi, perché che gli altri esistono attorno a noi. Dobbiamo sentirli dentro di noi. E allora aveva ragione il mio caro amico che morendo m’ha lasciato in dono – Pensate che dono – la sua stola sacerdotale, don Tonino Bello.

M’ha lasciato la stola che ha indossato l’ultimo anno di vita, verso la morte. Questa stola me l’ha lasciata in dono, io piccolo piccolo con tutti i miei limiti che sono tanti, sapete? Ma proprio tanti. Quella stola così pesante di un santo – si è aperto il processo che lo porterà certamente sugli altari. 

Il vostro caro vescovo, che ho già conosciuto come direttore del seminario tanti anni fa, lui m’ha ricordato tutto, ha una memoria eccezionale, davvero posso dire tenetevelo stretto perché si sente l’amore che sente per le due diocesi, io l’ho ascoltato prima, siamo stati a parlare e ve lo dico non perché è qui, perché non uso maschere, non ne ho mai usate, le parole devono essere quelle che 1 sente nella profondità: vi vuole un sacco di bene il vostro pastore e promuove questi momenti perché sente il bisogno di dare quello ch’io chiamo – di chiedere anche a Dio – che Dio ci doni una bella pedata per andare avanti. Io dico quando do la benedizione in chiesa ai fedeli: adesso c’è la benedizione di Dio ma vi prego, traduciamola nella dolce pedata di Dio perché nessuno si senta mai a posto e mai arrivato. Perché abbiamo bisogno sempre di essere scossi, mossi. 

L’ultima parola la dedico i ragazzi che ci sono, ai più giovani. Ma è una piccola cosa, sapete, non ho nessun titolo se non che vi voglio un sacco di bene, tanto, perché voi rappresentate il presente e anche un futuro. Voi siete il presente che incalza, che chiede la possibilità di esprimersi e di farsi moltiplicatore di vita. La vita che sentite così forte e urgente dentro di voi. Ma ve lo dico da da grande che vi vuole bene ai più giovani: Diffidate diffidate di chi non vi ascolta, di chi parla di voi, ma non parla con voi. Diffidate. C’è troppi che parlano di voi, ma non parlano con voi. E decidono sulla vostra pelle e dall’alto decidono leggi, meccanismi, interventi, senza ascoltare la vostra voce. Diffidate di tutto questo e sappiate distinguere, occhio, tra i seduttori e gli educatori perché di seduttori ce ne sono tanti e passano anche attraverso forme di pubblicità che sono studiate ad arte per catturarvi. I seduttori vi vogliono suggestionare, rapire con mille parole studiate, parole scintillanti, vuote. Gli educatori penso, gli animatori, i catechisti, i vostri genitori, gli educatori vogliono rendervi persone libere. Sappiate distinguere questo e forza! Forza, anche voi – vi sarà capitato come a tutti noi nella nostra adolescenza momenti di fatica –  non scoraggiatevi mai, ne vale la pena. Costruiamo una nuova forza generatrice, giovani e adulti insieme. Abbiamo bisogno della vostra linfa, della vostra passione, del vostro impegno. Non mettete la vostra libertà in vendita lasciandovi tentare dalle lusinghe di una società delle merci, una società che è molto, molto spacciatrice di illusioni. Allora forza, ne vale veramente la pena. E combattiamo insieme quella malattia terribile che è una sorta di rassegnazione in tante persone, che pensano che le cose non cambieranno mai, non è vero, oppure i neutrali – i neutrali sono molto pericolosi ma ancora di più i mormoranti, sono quelli che non dicono mai niente, ma sono magari anche presenti. Poi nei salotti vari devono giudicare, attaccare, semplificare, e distruggere.

Noi dobbiamo essere chiari, puliti, trasparenti, umili, coi piedi per terra e chiedere sempre per chi crede a Dio che ci dia quella bella pedata per andare avanti. 

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