Il piatto piange, l’asporto non tira

La settimana scorsa è andata in scena la protesta, ma nonostante le poche adesioni alla campagna #ioapro contro le chiusure serali, il disagio dei ristoratori italiani è reale. Le maggiori organizzazioni di categoria, Confcommercio e Confesercenti hanno stigmatizzato la protesta, mettendo in guardia dai rischi dell’illegalità (anche ai fini della licenza) e ne hanno preso le distanze, annunciando un incontro con il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, al quale intendono presentare “un piano per la ripartenza”.


Nell’attesa anche in città i conti non tornano. «Siamo in mano al governo, che ora non c’è – dice Franco Fenu del Ristorante enotecaCiusa –. Navighiamo a vista ma sembra che quando c’è lavoro ce lo tolgano». L’estate è andata bene, si è lavorato anche grazie allo spazio all’aperto, in uno dei punti panoramici più belli della città poi le nuove restrizioni. «A Natale, la sera, solo asporto, ma non è lo stesso – dice lo chef – non ha la stessa qualità. Ora il ristorante è aperto anche il sabato e la domenica a pranzo, la speranza è che arrivi una parvenza di normalità dopo Pasqua». Il Ciusa ha avuto accesso ai tre ristori previsti dal Governo ma i dipendenti, conferma Fenu, sono in cassa integrazione. 

«Il 2020 è stato un anno pessimo, voglio resistere perché non mi va di mollare – afferma Silverio Nanu del Ristorante Il Rifugio – ma se ci mettono in condizioni di lavorare, lavoriamo. Per noi – spiega – è normale lavorare con l’asporto, lo facevamo anche l’anno scorso, ma abbiamo avuto poche richieste, non c’è questa cultura a Nuoro». I ristori governativi, arrivati anche qui, sono serviti per il personale, «per il resto – aggiunge Nanu – accumuliamo debiti». Soprattutto regna l’incertezza, non si capisce che fare, siamo legati ai colori. C’è poi il problema delle forniture, si rischia di sbagliare – spiega ancora lo chef – compri e non vendi. Noi andiamo avanti giorno per giorno con merci fresche, che spesa dobbiamo fare?». Eppure la soluzione per i ristoratori è chiara: «Se si lascia aperto, con le dovute attenzioni, all’interno dei nostri locali non si crea alcun assembramento, si controlli chi trasgredisce. Se si dà sicurezza al cliente si può andare avanti – conclude Nanu – speriamo che in generale la gente capisca che si deve fare attenzione».

In piazza Sebastiano Satta ecco la boutique, caffetteria, ristorante Monti Blu di Battistino Menneas ed Egidia Carta. Per loro il servizio catering è abituale ma è legato ad eventi, «senza matrimoni, cerimonie, senza neppure riunioni tra amici in cantina non si fa molto. Il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio si è lavorato bene come ogni anno – racconta Egidia – il ristorante è piccolo e i nostri clienti abituali ci chiedono il servizio da asporto. Ora il ristorante è aperto ma senza grandi numeri, è come se agli aerei fosse permesso volare ma con gli aeroporti chiusi. Il lavoro nel periodo delle feste è servito più per l’umore ma economicamente non risolleva, neppure i ristori del Governo aiutano a coprire le spese. Il danno economico potremo monitorare tra un po’ – stima una perdita tra il 60 e il 70% –, i ragazzi sono in cassa integrazione, abbiamo tenuto tutti e cerchiamo di formarne qualcuno per quando si potrà. Nell’incertezza – prosegue ancora Egidia Carta – non si può programmare. Quello che dà noia è l’impossibilità di gestire una attività con questo apri e chiudi. Ma credo nella ricerca – conclude – per questo sono fiduciosa».

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