Il mondo della precarietà

Pubblichiamo la testimonianza di un giovane lavoratore precario a Nuoro.
Buon Primo maggio.

Tutto è iniziato il giorno del diploma. Sì, perché è in quel preciso momento che devi fare i conti con l’ambiente che ti circonda. Non capisci quanto la situazione è grave fino a quando sei lì, in prima persona, in mezzo alla strada e non sai dove girarti. Certo, fino ai 19-20 anni hai sentito le notizie al telegiornale, la crisi, la disoccupazione giovanile che sale alle stelle, ma non capisci fino in fondo.
Capii che sarebbe stato difficile quando, il mese prima del mio diploma, mio padre dopo 25 anni da dipendente presso una ditta nuorese, venne licenziato in tronco. Decisi che era il momento di mettersi d’impegno, fino ad allora mi ero solo preoccupato di finire gli studi senza avere un vero programma per i mesi successivi.
Così è iniziato il mio periodo di precarietà. Ho lavorato nel settore dello spettacolo che mi aveva sempre affascinato da amante della musica, ricoprendo il ruolo prima di operaio e poi di tecnico del suono presso una società di un amico che aveva bisogno di una mano e di persone fidate. Essendo un lavoro stagionale soprattutto in Sardegna, la collaborazione durò circa due estati. Durante l’anno però rimasi, quasi sempre, disoccupato, cercando di studiare e di mettermi d’impegno in questo settore e quando vidi che non c’era nessun futuro in questo campo, decisi di abbandonare l’idea e iniziai a lavorare come commesso in diversi negozi, prima di genere alimentare, poi di strumenti musicali. Sempre assunto tramite tirocini regionali che non mi permettevano né di avere una busta paga, né di poter versare un minimo di contributi, lavorando per 400 € al mese, che bastavano giusto per comprare qualche pacchetto di sigarette e un paio di giri al bar.
Ho continuato cosi fino a poco tempo fa, dovendo ricorrere addirittura all’adesione al Servizio civile che, diciamocela tutta, è un’esperienza bellissima, ma quasi nessuno lo farebbe avendo qualche alternativa lavorativa valida.
Finito il Servizio civile l’anno scorso, è scoppiata la pandemia ed è allora che mi si è aperta la possibilità di iniziare a lavorare come “Delivery man” presso una pizzeria del mio quartiere. Mi è sembrata subito una buona idea, visto il periodo. Tantissime aziende chiuse, la maggior parte della popolazione a casa senza sapere quando e se sarebbe potuta tornare a lavoro, per me era un’ottima occasione, considerando che io amo guidare e che perlomeno avrei avuto un’entrata sicura ogni mese.
In realtà da qui è iniziata la parte più difficile del mio percorso fatto finora, perché nonostante mi trovi bene con i miei principali, che conosco fin da quando ero bambino, il lavoro è abbastanza limitante. Innanzitutto si è costretti ad utilizzare la tua macchina personale perché la pizzeria non ha un mezzo destinato alle consegne a domicilio. Questo significa – avendo una macchina per tutta la famiglia, come nel mio caso – lasciare tutte le sere a piedi qualcuno come mio padre che lavora tutti i giorni dall’altra parte della città e che ne ha bisogno spesso. In secondo luogo, non si ha nessuna sicurezza sugli infortuni o sui possibili incidenti che, essendo in macchina per molto tempo, potrebbero diventare molto frequenti. Inoltre, qualsiasi giorno di lavoro si perda, per malattia o problemi personali non si viene pagati, qualsiasi festività o qualsiasi chiusura (vedi Covid) non si è pagati. Ma la cosa che secondo me è più importante è che ci si trova a fare un lavoro che non ha nessuna possibilità di crescita o soddisfazione. Qual è il senso di lavorare così? Tutti mi dicono “Non lamentarti, sei fortunato, pensa ai soldi”. Certo che penso al fatto che mi aiuta tantissimo economicamente e mi dà modo di poter soddisfare qualche sfizio, ma io non riesco a pensare che sia un lavoro che potrò fare ancora per molto.
Ogni mattina mi alzo pensando che qui non sto bene, che qui non ho nessuna possibilità di fare qualcosa che mi piace davvero, che mi faccia sentire orgoglioso di me stesso; sono costretto ad accontentarmi, ad accettare quel poco che c’è senza fiatare, perché sono fortunato. Ma io non voglio accontentarmi, non voglio essere solo fortunato, io voglio costruirmi una possibilità concreta di poter crescere professionalmente e umanamente, voglio poter andare a lavoro con il sorriso, voglio poter tornare a casa dopo una giornata estenuante di lavoro senza il malumore dettato da una situazione che diventa sempre di più insostenibile.
Come si può essere in questa situazione?
Tutti si chiedono perché i giovani vanno via da realtà piccole come Nuoro o da paesi come l’Italia che ha un sistema ormai obsoleto. La risposta è semplice: i giovani non hanno più la possibilità di avere ambizioni, sogni e obiettivi, perché sono stroncati sul nascere, cercando di convincerli che è meglio accontentarsi di lavorare come operaio occasionale o senza avere la speranza di poter raggiungere un contratto vero che dia una parvenza di tranquillità.

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