La guerra delle parole
di Angelo Sirca
17 Maggio 2022

Si dice che la prima vittima di una guerra sia la verità, ma anche le parole non ne escono bene. Detto delle vere e proprie falsità che le parti propalano, dei volenterosi spacciatori di tesi precostituite, non si può non stigmatizzare il florilegio di scemenze a buon mercato che anche presunti esperti sciorinano a tutte le ore. In un famoso film di Verdone una ragazzetta alternativa apostrofa quale “fascio” il padre del suo amichetto, il genitore replica stizzito: «Fascio a me? Io so’ comunista così». Ecco certi dialoghi cui assistiamo impotenti, a meno che saggiamente non decidiamo di cambiare canale o spegnere la tv, farebbero sorridere, se non trattassero di vita e di morte, quanto il suddetto scambio di battute.

Secondo il ministro degli esteri russo anche Hitler avrebbe avuto sangue ebreo, la shoah sarebbe per farla breve una resa dei conti fra spilorci ebrei dal naso adunco.

C’è poco da sorprendersi: Stalin prima di passare a miglior vita, (quando, detto en passant, L’Unità lo definì: l’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità), tra le sue ultime paturnie aveva quella di esercitarsi nella deportazione e nell’eliminazione degli ebrei abitanti nell’Urss. Ci sono “vittime” di censura che imperversano a tutte le ore, sapendo di scandalizzare l’uditorio quanto più le raccontano grosse. Fra non molto si arriverà a sostenere che gli ucraini si sono autoinvasi, già è stato detto che le esecuzioni sommarie sono pantomime. Il presidente Zelenski non è certo un’anima pia, ex comico (è un Beppe Grillo che ce l’ha fatta), ha un patrimonio di origine dubbia, ma non lo si può definire, a buon mercato, un nazista. Tra l’altro, lui sì di origine ebraica, oggetto di vignette, del Vauro di turno, in cui vengono messi in evidenza i caratteri somatici che caratterizzerebbero i perfidi figli di Sion.

Nelle città conquistate dall’esercito di Mosca sventola la gloriosa bandiera simbolo della resistenza ai tedeschi a Stalingrado e non solo, ma anche emblema delle mattanze d’innocenti perpetrate dal regime sovietico.

Le parole sono importanti affermava, in un film, Nanni Moretti rivolgendosi a una giornalista che si esprimeva per luoghi comuni e frasi fatte.

Le parole possono essere pietre, ma per molti di quelli che popolano i media ci pare abbiano il peso del vento, e per parecchi di costoro vale il prudenziale “O Roma o Orte”, che in altri tempi coniò il geniale Mino Maccari.

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