Abbiamo il morto in casa

Questa l’ha raccontata don Mariani, nella redazione dell’Ortobene.
Ero con mio nipotino Francesco, seconda elementare, che oggi è uscito subito da scuola per via della neve di ieri. «Non funziona il riscaldamento», la motivazione ufficiale.
È tornato in mente di quando, ai nostri tempi, di questo periodo e nei giorni immediatamente a seguire una delle giustificazioni riportate in quaderno, allora non usavano molto i diari, oppure detta a voce era: «Ieri non sono potuto venire a scuola perché abbiamo ammazzato il maiale». La giustificazione in quaderno era debitamente siglata da firma genitoriale.
Il racconto, don Francesco Mariani lo ha sentito dalla viva voce del protagonista, don Giuliano Calvisi, conosciuto come don Giulianu, de sos Chinos, quando era studente di teologia a Cuglieri.
Un giorno, di questo periodo tra fine novembre e primi di dicembre, arriva in seminario un telegramma, destinatario Giuliano Calvisi, che testualmente recita: «Abbiamo il morto in casa. Devi tornare. Urge tua presenza». Nessun’altra aggiunta né spiegazione. A quel tempo l’arrivo di un telegramma era sempre cattivo segnale, annunciava cosa indesiderata, disgrazia improvvisa, morte: come in questo caso. Non c’è telefono per chiedere ulteriori spiegazioni o se c’è il suo utilizzo richiede la messa in movimento di un apparato: avvisare il centralino pubblico che a sua volta avrebbe dovuto inviare un messaggero nella casa dell’interessata o interessato dalla telefonata, che si sarebbe dovuto recare al centralino pubblico eccetera. Ma c’è il telegramma. Qui abbastanza chiaro nella sua essenzialità.
Sono gli stessi superiori che impongono a Giuliano, cuore in tumulto e mente piena di ubbie, di prepararsi e partire. Deve essere stato un viaggio complicato a quei tempi, da Cuglieri a Bitti. Chi sa, deve aver soccorso anche qualche mezzo di fortuna.
Arrivato a Bitti, forse in pullman, Giuliano scende da Piazza Nova a casa sua, abitavano vicino a casa di mia nonna, vicino alla casa di Crapinu, il padre di Michelangelo Pira, tra la parte bassa di Putajola e quella alta di Via ‘e Josso.
Giuliano prende la salita che da ‘e do’e Donedda, superata la corte dei Rana a sinistra e a destra quella de sor de Morette porta a casa sua, una corte su un rialzo. Giuliano è davanti al portale di casa sua ma da dentro non arrivano né pianti di donne, né teju. Solo voci forti, perlopiù maschili, urla, risa, tintinnar di vetro, ampullas, fiascos, tassas. E voci che si alzano ancor più forti, come di sfida. Nell’aria c’è ancora odore di uscratura mischiato ad altro di aspro odor di vini. Da dentro l’odore caratteristico de sumene cottu, arrustu impare chin icatu oppure a budditu, chin vasolu, patatas, ava. Il contesto è tutt’altro che di morte. C’è festa a casa sua, altro che. Avevano ammazzato il maiale e lui Giuliano, pure a un passo dal diventare prete, non poteva mancare. Ecco dove stava l’urgenza. Il morto in casa era il maiale fino al giorno prima, con amorevole cura, come in quasi tutte le case del paese, allevato.