A 50 anni dall’apocalisse che devastò il Monte

Il 26 agosto 1971, tre giorni prima della festa del Redentore, cinquant’anni fa, l’Apocalisse si materializzò a Nuoro: due terzi del Monte Ortobene andarono a fuoco. Un attacco criminale, premeditato ed eseguito con lucida follia, come documenta Michele Tatti nel suo dettagliato opuscolo Unu Monte de chisina, scritto nel 25° della tragedia.
Come antipasto, il 25 luglio bruciarono gli oliveti confinanti con la strada per Orosei e tutto il costone fino a Punta Pala Casteddu; il 2 e 3 agosto nuovo allarme nella zona di Sa ’e Muredda dove il fuoco raggiunse le campagne già desertificate il 25 luglio (25 ettari di pineta e 13 di macchia alta mista a leccio inceneriti); a Ferragosto le fiamme appiccate dai tornanti della strada per Siniscola nei versanti sottostanti le vallate di Farcana, arrivarono alla cresta rocciosa fra Punta Fumosa e Cuccuru Sinnurtui.
Il 26 il fuoco, alimentato da un forte vento caldo, partì da cinque punti diversi, distruggendo ogni cosa soprattutto nelle zone della Solitudine, Milianu, Solotti e Farcana. Il bilancio fu spaventoso: gli ettari divorati dalle fiamme furono 800, di cui 300 coperti da conifere. Il danno, oltre che economico, fu soprattutto ambientale, in quanto, come affermarono i tecnici e gli esperti, compromise l’equilibrio biologico di alcune zone, insieme a una parte del paesaggio. Morirono un centinaio di capre, diverse decine di maiali e alcuni bovini, senza contare il disastro provocato alla fauna selvatica. Le fiamme erano ben visibili dai paesi circostanti dai quali erano accorse le squadre antincendio a dar man forte alle centinaia di forze istituzionali e volontarie impegnate a domare le fiamme.
Perì il pastore Francesco Catgiu mentre cercava disperatamente di mettere in salvo il suo gregge di capre. 15 le persone rimaste ferite.
Una tragedia impressionante che doveva servire di lezione per il futuro. E invece i piromani ce li troviamo in azione anche oggi, con la devastazione delle campagne periferiche alla città. Allora, come oggi, per taluni, le persone el’ambiente non sembrano valere alcunché. Eppure basterebbe andare sul posto dove morì quel capraroeroe per ricevere una lezione grande e silenziosa di umanità. Non a caso l’allora sindaco Peppino Corrias deliberò il lutto cittadino.
Molto è stato fatto ma molto resta da fare per l’Ortobene. Sotto la direzione dell’ispettore superiore forestale Antonello Mele si èprovveduto ad un imponente intervento di forestazione; è stata realizzata a Farcana la stazione della Forestale con annessa base per gli elicotteri; sono stati acquisiti al patrimonio comunale centinaia di ettari di proprietà privata; si è detto un no chiaro e tondo alle speculazioni edilizie; sono state rifatte le condotte idriche e fognarie; realizzata la piscina di Farcana e altri impianti sportivi. Resta il problema delle vie di fuga qualora l’Apocalisse si ripresenti; la scarsa o inesistente cura del sottobosco; la non fruibilità di grandi porzioni di terreno alberato; l’inciviltà di chi (e sono tanti) scambia il Monte per una discarica. Segno che il vero cambiamento parte dalle nostre teste oppure resterà sempre un’incompiuta.

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