Vivere il presente

Giovanni Battista riceve il “battesimo di sangue” nell’oscurità della prigione dove viene decapitato, passando dal plauso delle folle alla tragedia della solitudine. Gesù, dopo il silenzio e l’anonimato dei 30 anni di Nazareth, inizia la sua missione nella Galilea che il profeta Isaia indica come “Galilea delle genti” ( Is 8,23); parte dalla periferia ove sono presenti diverse popolazioni straniere cui va incontro col respiro della universalità. Dopo che il Padre ha parlato dal cielo squarciato, Gesù assicura l’umanità che non resterà orfana della parola di salvezza. Si presenta come Parola: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» ( Mc 1,15). Non c’è da aspettare nessuno, arriva Lui, pienezza dei tempi e presenza di Dio vicino. I primi due verbi sono al presente, perché Gesù è contemporaneo di ogni uomo e solo nel presente si vive, non nel passato o nel futuro. La vita eterna non viene dopo, nel presente viviamo ciò che è eterno: l’amore di Dio e del prossimo. «Chi non ha trovato il cielo quaggiù mancherà lassù» (E. Dickinson). «Convertitevi e credete al Vangelo». (v.15) Gesù chiede di camminare dietro di lui, tornare indietro quando si prende una direzione sbagliata, credere nella sua misericordia da dire con umiltà non: io mi converto, ma io mi lascio convertire da Te.
Gesù cammina lungo una spiaggia affollata da un campionario umano che è chiamato a traghettare, oltre il nuovo Mar Rosso, verso la libertà del Vangelo. Inizia l’avventura col vedere, oltre la filigrana delle reti e la pelle bruciata dal sole, il cuore di Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Non cercano niente se non di aggiustare le reti in vista di una pesca che tenga alta l’asticella della economia familiare. Gesù li conduce con sapienza amorevole, più che a cercare Dio, a lasciarsi trovare da Lui. Al vedere, Gesù fa seguire il dire: «Seguitemi» (v.17). È un invito o un ordine?
L’audacia di Gesù salta le premesse: sondare il parere di Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, o della moglie di Pietro forse lì ad augurare una pesca abbondante. Non amministra neppure test attitudinali perimpostare un progetto di chiesa-azienda efficiente. Chiede quella obbedienza pronta ad una scelta di libertà e di amore, con la vita afferrata all’aratro di Cristo senza voltarsi indietro.
Anche oggi Dio viene nella spiaggia del quotidiano, ove si intrecciano reti di vita e di fatica, di speranze e delusioni, di sorrisi e lacrime. Senza ascolto non c’è incontro né sequela. Per questi uomini di mare la prospettiva di Gesù: «Vi farò pescatori di uomini» (v.17) non sembra così strana. Il mare nella loro cultura, permeata di bibbia e di esperienza, è il regno del male e della morte. Nessun uomo può vivere dentro il mare, deve uscire all’aria aperta. Gesù con questa immagine marinaresca presenta la missione alla quale li chiama a collaborare: liberazione dalla schiavitù del male, dono della vita sulla morte, perdono sulla quotidiana fragilità, orizzonti eterni sullo stanco respiro del cuore umano. I quattro pescatori conoscevano le tragedie del mare e la solidarietà nei soccorsi.
La sorpresa di Gesù, fermo davanti alle loro barche, l’impronta inconfondibile dei suoi passi sulla spiaggia, e la potenza della sua parola nuova hanno determinano un sì che, al di là della fragilità altalenante, li accompagnerà tutta la vita. Non una marcia trionfale, ma un gioioso e sofferto cammino di amore.

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L’immagine: Chiamata di Pietro e Andrea, Champlevé su rame dorato, 1160-80 circa