Il vescovo Marcia: «Era come una reliquia vivente»

«Era trattato come una reliquia, con ammirazione, rispetto, gratitudine…». Con questo flash personale il vescovo Mosè Marcìa ricorda don Diego Calvisi, conosciuto in Argentina lo scorso novembre quando ha accompagnato don Antonello Tuvone a Oran, diocesi grande due volte la Sardegna, 370 mila abitanti, 19 parrocchie per 25 sacerdoti, con tanti, troppi, lebbrosi esclusi, emarginati. In molti domenica 11 febbraio, alla Messa celebrata per la Giornata del malato a Nuoro nella parrocchia di San Paolo, già ascoltando l’omelia e riflettendo sul passo del Vangelo del lebbroso guarito, mentre a migliaia di chilometri di distanza si stavano concludendo i funerali, hanno pensato proprio al sacerdote bittese che ha veramente toccato i lebbrosi.
Alla fine della celebrazione, con voce rotta dalla commozione, il vescovo ha voluto riservare una preghiera particolare a don Diego Calvisi: «Aveva deciso di ripartire a 60 anni e per altri 37 anni ci ha dimostrato quanto abbia ragione papa Francesco quando denuncia la “cultura dello scarto”. Don Diego, 97 anni, una vita spesa per il Signore. A sessant’anni molti cercano il riposo, invece per lui la vita si apriva. Non c’è un tempo per il Signore, siamo noi che dettiamo i tempi e quando non rendiamo più ci ritroviamo tra lo scarto».
Sempre domenica 11 febbraio una Messa in suffragio è stata officiata dal parroco don Salvatore Orunesu a Siniscola. In contemporanea con i funerali, la sua Bitti ha pregato per don Diego Calvisi nella chiesa di San Giorgio con una celebrazione presieduta dal parroco don Totoni Cossu, profondamente legato al sacerdote scomparso conosciuto nei due anni di missione in Argentina.

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  • Nel numero del settimanale in edicola i contributi di don Ciriaco Vedele e don Antonello Tuvone

 

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