Verità e libertà
di Pietro Puggioni

22 Novembre 2021

4' di lettura

Nel pretorio si confrontano tre concetti di regalità: quello politico-militare di Pilato governatore romano, quello teocratico e insieme politico dei Giudei, quello soprannaturale di Gesù. Pilato e Gesù: due concezioni e due forme di potere antitetiche. Due oggetti si richiamano plasticamente: il catino d’argento in cui Pilato si lava le mani chiudendosi alla verità e alla giustizia, e quello di argilla del cenacolo che Gesù usa per lavare i piedi degli apostoli. Solo quest’ultimo, come lo sarà la croce, è trofeo di vittoria e di regalità, simbolo di un luminoso protagonismo che non viene distrutto né dall’immenso potere romano, né da quello religioso giudeo. L’amore del Condannato vince la morte che prosciuga in Pilato la ricerca della verità, e nella gerarchia religiosa e nella folla sobillata l’apertura al dono della salvezza. Quando Gesù proclama: «Io sono re» vive una solitudine e un abbandono da parte del cielo e dei pochi discepoli. Lontana la epifania al battesimo nel Giordano eapparentemente spenta la sua potenza dei giorni dei miracoli, della tempesta sedata, dei demoni sottomessi. Eppure quella parola “re” ha una luce e una verità che attraversa i secoli, che continua a sfidare la libertà umana. «Pilato disse a Gesù: Sei tu il re dei Giudei?» (Gv 18,33), «Cos’è la verità?» (v. 38). Lavandosene le mani dà origine alla espressione familiare “lavarsene le mani”, che è diventata il manifesto programmatico dell’indifferenza di fronte alle tragedie che hanno decimato milioni di vittime, alle disuguaglianze che hanno il volto dei popoli della fame, dell’egoismo che oscura il tu di chi incrociamo nel nostro quotidiano. «Il mio regno non è di quaggiù». Gesù conferma la sua visione escludendo il ricorso alla violenza e al potere delle armi e quando sarà sulla croce saranno i capi dei sacerdoti e gli scribi a riconoscere la verità dell’affermazione: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso» ( Mc15.31). Non c’è neppure la dinamica della vendetta sui nemici e della repressione, ma la tensione della salvezza e del perdono. La regalità di Cristo è la testimonianza della verità. Verità non è un semplice concetto filosofico ma una realtà che richiama la Parola del Padre celeste che consacra i discepoli; è l’Io sono di Cristo, via, verità e vita; è lo Spirito Santo, Spirito di amore e guida alla verità. Accogliere la regalità di Cristo comporta un atteggiamento, ascoltare, e un dono, la libertà. «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Alla fine dell’anno liturgico sentiamo il flusso dei giorni passati tra la grazia e il peccato. Contempliamo la gioia della grazia nella nostra vita e in quella degli altri, consegnati ogni giorno alla tenerezza del Padre. Sentiamo le ferite del peccato che avvelena la vita, ma insieme l’apre alla misericordia e al perdono. Proseguiamo il cammino sotto lo sguardo di Cristo che penetra profondamente le fibre più intime della nostra coscienza. Fiorisce così il dono della libertà che ci rende cittadini di questa regno, operai di questa vigna del Signore. Chiamati a una risposta di amore a Dio e ai fratelli dentro un impegno sempre più urgente di fronte al male del mondo, senza ripiegamenti nel comodo disimpegno. «La sola cosa necessaria perché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla» (E. Burke). *** Concludo con questa puntata il dialogo con voi, cari lettori, ringraziandovi dell’attenzione, grato al Direttore per la fiducia.

donpietropuggioni@gmail.com

L’immagine: Antonio Ciseri, Ecce Homo (1871 ca), Palazzo Pitti, Firenze  

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--