«Un’opera che ricordi la solidarietà degli uomini»

Chi propugna l’abolizione dell’8Xmille a favore della Chiesa cattolica, avrebbe dovuto presenziare domenica 7 gennaio a Bitti alla cerimonia di inaugurazione del teatro parrocchiale ‘San Giorgio’ ristrutturato grazie a un finanziamento della Caritas (150 mila euro) stanziato dopo l’alluvione del novembre del 2013. Come ha spiegato don Francesco Mariani, la Caritas diocesana ha gestito per affrontare quell’emergenza 600 mila euro in tre progetti. A Bitti è arrivato un altro segno di quell’impegno come ha spiegato don Andrea La Regina, responsabile nazionale dei macro-progetti (Caritas nazionale) che ha partecipato alla cerimonia insieme al vescovo di Nuoro Mosè Marcìa, il sindaco Giuseppe Ciccolini, il parroco don Totoni Cossu (con un commosso riconoscimento all’opera del suo predecessore don Mario Mula, trasferito un mese fa a Orani), il progettista Christian Giovannetti, i tenores “Bitzichesu” e “Remunnu ’e locu”. Una festa per un bene riconsegnato al paese che ha offerto l’occasione per un’intervista a tutto campo con don La Regina.
I Re Magi hanno portato in dono ai bittesi il teatro “San Giorgio”, rinnovato e finalmente riaperto al pubblico. Un bel regalo per l’Epifania…
«Ha detto bene: un dono più che un regalo. Deve spingere la comunità che lo riceve a costruire “luoghi di solidarietà” come questo, frutto di ricchezza e di rapporti umani».
Un intervento che viene incontro alle esigenze di sicurezza, ma al contempo si è salvaguardato un bene socio-culturale importante della comunità.
«Come Caritas, oltre alle normali attività, interveniamo in tutta Italia dove riscontriamo emergenze che richiedono risposte immediate e di ampio respiro. Qui il “San Giorgio” appariva luogo significativo, simbolico, per tutti coloro che hanno vissuto indimenticati momenti culturali, religiosi e di aggregazione sociale. Mi sono reso conto, peraltro, che è molto presente nell’immaginario collettivo della comunità. È così vicino al sentire della popolazione che abbiamo ritenuto di dargli l’ulteriore significato di “Opera Segno” che nell’emergenza ricordi non solo la sofferenza, ma sottolinei la solidarietà e carità degli uomini.
Dal suo osservatorio di direttore nazionale dei macro progetti della Caritas che idea si è fatto della Sardegna?
«Credo che la vostra sia una regione che, a partire dalle emergenze del lavoro e di ricerca di un benessere inteso solo in senso economico, debba passare ad una concezione di un nuovo modello di sviluppo, autenticamente umanistico e umanizzante. A questo proposito mi fa piacere testimoniare l’impegno delle Caritas diocesane sarde, per esempio, nella promozione del “Prestito della Speranza”, un’iniziativa di accesso al credito, promosso con un fondo di garanzia della Conferenza Episcopale Italiana. L’ascolto, l’attenzione rivolta alle “famiglie” delle piccole e medie imprese, sono usati in maniera veramente umana, così da ridurre, in modo significativo, l’esclusione dal credito. È uno strumento di fiducia, da cui si può ripartire per superare la grave crisi economica, attivando processi di inclusione seguendo semplici regole come appunto l’ascolto, l’accompagnamento, il monitoraggio costante. Poi ci sono gli interventi straordinari come la risposta all’alluvione del 2013 attuati nei paesi colpiti delle diocesi di Tempio-Ampurias (Olbia), Ales e in quella di Nuoro, oltre a Bitti, a Torpè, Lula, Orgosolo, Posada».
Spesso, troppo spesso, la risposta dello Stato, delle Regioni, degli Enti intermedi, tarda ad arrivare. Nei momenti immediatamente successivi al verificarsi delle calamità, si parla di immediatezza, velocità, pronto intervento. Ma passare dalle parole ai fatti, come ha fatto la Caritas a Bitti, è difficile. Perché?
«Le istituzioni civili hanno la responsabilità di rispondere alle esigenze di sicurezza e di aiuto alle popolazioni. Le Chiese locali, in maniera sussidiaria, tengono conto delle esigenze delle fasce più deboli durante la prima emergenza e, in seguito, di sostenere economicamente le famiglie con un’integrazione al reddito, e le imprese con aiuti concreti, che si dimostrano più tempestivi data la penetrazione capillare delle parrocchie e delle Caritas diocesane nel tessuto sociale».
Tra eventi sismici, sconvolgimenti climatici sempre più frequenti, il vostro ruolo è ormai riferimento obbligato della macchina dei soccorsi, una spalla importante della Protezione Civile…
«La Caritas Italiana è parte della Consulta Nazionale del Volontariato di Protezione Civile, e al suo interno sottolinea l’importanza della vita delle comunità in emergenza. Oltre all’intervento attraverso mezzi e uomini che devono soccorrere le popolazioni attraverso il recupero delle vittime e cura dei feriti, operiamo affinché la vita delle comunità colpite non perda i momenti di aggregazione sociale, le sue attenzioni. Perché, per superare momenti difficili e ritornare alla vita, non basta un “piatto caldo”, ed è molto importante, direi indispensabile, che le comunità ritrovino lo spirito del sociale, per ritornare prima possibile, alla quotidianità persa. Ecco perciò la scelta di dedicare da subito le nostre energie, i nostri pensieri, ai “centri di comunità”, luoghi che aiutino ad affrontare i problemi di soccorso e che diventino spazi di condivisione e decisione attraverso un discernimento comunitario».
Oggi la Sardegna è al centro di flussi migratori di portata universale, una porta aperta verso il continente africano e, più in generale, verso il sud del mondo. Come vedete e interpretate il ruolo che può, o potrebbe svolgere, la nostra isola?
«La Caritas è convinta che la Sardegna, e i sardi, siano dotati di un tessuto umano di grandi tradizioni cristiane, e in questo scenario possono svolgere un ruolo strategico, importantissimo. Teniamo bene a memoria i quattro verbi, “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, al centro dell’esortazione che papa Francesco pronuncerà nel messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Questo messaggio passa anche nella salvaguardia dei luoghi interculturali e intereligiosi».

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Bitti, l’inaugurazione dello storico teatro “San Giorgio”

A Bitti, le festività di fine 2017 e inizio 2018, si chiuderanno nel pomeriggio di domenica 7 gennaio, con l’inaugurazione del nuovo saloncino parrocchiale, completamente ristrutturato e riadattato dopo circa un anno di intensi lavori.
L’opera è stata resa possibile grazie ad un cospicuo finanziamento, messo a disposizione dalla Caritas dopo il funesto passaggio di “Cleopatra”, la disastrosa alluvione che il 18 di novembre del 2013 aveva colpito con estrema violenza il centro barbaricino. Già il salone era stato comunque riaperto al pubblico, con una festosa anteprima, il 12 novembre scorso, quando Bitti aveva accolto il nuovo parroco don Totoni Cossu, giunto in paese per prendere le consegne da Don Mario Mula, al quale tanto è dovuto per la “nuova vita” del glorioso locale. Il teatro “San Giorgio”, questo il suo nome originario, rappresenta per i cittadini bittesi, un importante punto di riferimento socio-culturale, e certamente non da oggi. La sua gloriosa storia è indelebilmente legata agli esaltanti decenni della seconda metà del secolo scorso, anni di rinascita, crescita e apertura mentale. Allora il teatro, diretto dal pievano Respano e gestito da spigliati “cinematografari”, era ancora l’unica sala per proiezioni del paese e, a parte qualche sporadica eccezione, lo rimase sino alla fine del 1958, anno in cui aprì i battenti l’Ariston. Questo però non impedì al San Giorgio, grazie anche alla sua centrale e felice posizione, di continuare la sua preziosa attività, alternandosi versatilmente tra proiezione di film, cineforum, feste patronali, convegni e tante altre manifestazioni. Come dimenticare, ad esempio, il “Festival dei ragazzi”, che dal 1969 è un appuntamento improcastinabile del carnevale bittese, dove intere generazioni di ragazze e ragazzi hanno provato l’emozione della “prima canzone” eseguita dall’alto di un palcoscenico. Insomma, come si dice in questi casi, “roba da film”. E ancora, le rappresentazioni teatrali, che contribuiranno a dare nuovo slancio all’attività del nuovo teatro parrocchiale. Per questo, facendo seguito alla munifica donazione dell’associazione culturale “Akimus”, che ha regalato il nuovo impianto sonoro, sarà molto importante partecipare alle prossime iniziative, al fine di raccogliere ulteriori fondi, necessari a completare l’allestimento del palcoscenico.
Il progettista e direttore dei lavori, l’architetto Christian Giovanetti, è riuscito comunque a coniugare l’esigenza di salvaguardare i diversi utilizzi che da sempre caratterizzano il locale, ideando al contempo nuove possibilità per i tanti spazi a disposizione. Una di queste è stata l’aver ricavato una nuova sala di circa 130 metri quadri dall’ex galleria, ora indipendente dalla platea principale, che costituirà l’ambiente più importante per il futuro museo parrocchiale. Ma non dimentichiamo i lavori di restauro e sistemazione del giardino adiacente alla struttura, ora diventato un elegante, e oltremodo utile, disimpegno tra sala e gli ulteriori locali dell’ex asilo; uno spazio che nelle calde serate estive potrà essere utilizzato per piccole manifestazioni culturali all’aperto. Ma ciò che più colpisce, e che da subito salta piacevolmente all’occhio del visitatore, è l’avvolgente e calda struttura in legno, che da oggi costituisce la caratteristica principale del nuovo salone. Ma non è solo una questione squisitamente estetica. Le travi in legno lamellare, attraversando in lunghezza l’intera sala, hanno migliorato di molto l’acustica, la climatizzazione e contribuito, insieme agli interventi nei solai, alla messa in sicurezza dell’edificio nella sua interezza. In conclusione, una ristrutturazione e ottimizzazione di un importante luogo comunitario, nella migliore tradizione bittese peraltro, da sempre attenta a salvaguardare e proteggere gli spazi culturali e di aggregazione sociale.
Alla cerimonia di inaugurazione, prevista per le ore 18.30, presenzierà il Vescovo di Nuoro, monsignor Mosè Marcìa, il responsabile nazionale dei macro progetti della Caritas, Don Andrea La Regina e il neo-direttore della Caritas diocesana, suor Pierina Cadeddu.

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