Un’ode per i caduti della Grande guerra

«Sas mamas a disconsolu, son pianghenne sos fitzos. In carta sos assimitzos, mannan pro vaches su dolu. Non bolan pius a bolu, sos tzovanos de valore. Custa gherra sambenosa, la tresset su Redentore ». È il verso iniziale di un ode scritta nel 1916 da una prèfica di Bitti, tale Efisina de Grimenta, e dedicata ai valorosi soldati impegnati – e tanti furono i caduti – sul fronte della Grande Guerra. Come scrive Francesca Pittalis nel suo – fondamentale per l’argomento – Rituali di morte e canti di prèfiche in Sardegna, a Bitti si sono sempre cantati i morti, e sino a non molti anni fa era ancora viva la tradizione de “s’attittu”. Ancora oggi, soprattutto in Barbagia, rimane viva la convinzione che non c’è manifestazione di dolore laddove non vi sia il lamento funebre.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Bitti fu colpito da una lunga catena di lutti che interessò quasi tutte le famiglie del paese. Efisina de Grimenta, che malgrado fosse cieca era la prèfica più celebre di tutte, veniva allora chiamata affinché il defunto fosse onorato nella forma più solenne; a maggior ragione se si trattava di un giovane, caduto eroicamente sul fronte austro-ungarico. «Totu nche sono a lontanu, in Trieste e in Trentinu. Abagnatu est su terrinu, tintu de sambene umanu. Divorat su cristianu s’Austria traitora». La particolarità dei versi dell’ode-attittu sulla Grande Guerra, un’autentica rivelazione in quanto scritti per tutti i caduti sul fronte e non esclusivamente per un soldato in particolare, vennero appresi da giovani e adulti, uomini e donne. Racconta Francesca Pittalis che le ragazze, recandosi nelle chiese campestri per pregare, la recitavano per invocare la potenza divina affinché intervenisse per far cessare i disastri della guerra. «Santu Michelli divinu, difennite sa battaglia pro intrare a sa muraglia. A su portu triestinu tanno su Re Vittorinu lis dat in artu s’onore».
La guerra imperversava, e nonostante le preghiere, le odi e le invocazioni, molti giovani bittesi – ben 111 – caddero sul fronte. Quando arrivava il funesto annuncio della morte di un soldato, la parentela si preparava a celebrare “su teju”, e se in famiglia non vi era qualcuno con il dono della poesia, zia Efisina veniva chiamata perché “attittasse” il loro caro. Lei rispondeva subito al mesto invito, accorrendo alla casa del defunto, dove veniva fatta sedere “in riga”, ovvero tra i parenti stretti. A lei era riservato il posto d’onore, “in conca”, quello cioè che avrebbe dovuto occupare la madre del morto o, nel caso l’estinto fosse sposato, la moglie. «Pro distruire sa tzente custa gherra est generale. Guerrieris, caporales, capitanos e tenentes, lassan sa vita presente coronnellos e maggiores».
Nel libro di Francesca Pittalis è descritta molto bene la scena che si presentava a chi si recava a dare le condoglianze e a partecipare al rito funebre. La prèfica sedeva per terra, “a pedes a ruche”, con le gambe incrociate, accovacciata attorno ad una “vressata”, il tipico tappetto sardo, dove era collocata la fotografia o il ritratto del defunto. A volte, al centro della scena, veniva stesa “sa este de su mortu”, gli abiti del morto. Dondolandosi a destra e a sinistra, avanti e indietro, “a chilliu”, intonava il canto cadenzando ritmicamente la voce, per essere seguita da tutti i parenti che sono in riga “e in palas de riga”, dietro cioè la fila dei parenti stretti. Con accenti di accorata nostalgia verso il defunto, ne cantava la bellezza, l’avvenenza, la personalità e il coraggio, rievocando tutto ciò che egli non avrebbe più potuto fare in vita. Quando con il suo canto si rivolgeva al defunto, chiedendogli se avesse visto questo o quel parente morto precedentemente, il pianto allora diventava corale. «Sas isposas istimatas, son pianghenne de coro pro sos amantes issoro. Ca no ischin si s’accatana, circunnatos de granats, senne in su mentzus fiore. Custa gherra sambenosa, la tresset su Redentore».
Purtroppo, dopo la fine del conflitto mondiale, un’altra grande sventura si abbatté su tutto il Continente: la terribile epidemia della “spagnola”, che fece ancor più vittime. Efisina de Grimenta continuò così a scrivere e cantare odi per i defunti. In un arco temporale che va dal 1915 al 1920 partecipò praticamente a tutti i lutti e dolori della comunità bittese. Era reputata, e lo è tuttora, una grande poetessa, la prèfica di tutto il paese, e poiché viveva essenzialmente della carità pubblica, la comunità la considerava come “una de intro”, una facente parte della famiglia. Ancora oggi, per qualcuno che si accinge a cantare, a Bitti si usa dire con scherno: «ca asa a parrere Efisina de Grimenta », «non somiglierai di certo a Efisina de Grimenta». Continuò a cantare fino al giorno della sua morte, e quando questa la colse improvvisamente, tutto il paese le rese omaggio. Il suo nome, così come quello di tante altre poetesse bittesi, continua comunque a vivere nell’immaginario collettivo, e ogni qual volta si parla di canti funebri e di attittos, il nome di Efisina de Grimenta si fa sempre presente.

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