Un’oasi felice nel deserto industriale

“Il cambiamento è il motore della vita”: monsignor Mosè Marcìa nell’ottobre di due anni fa non si aspettava di leggere su un grande striscione quella frase di John Fitzgerald Kennedy che troneggia al centro dei reparti produttivi de L’Antica Fornace.Il vescovo di Nuoro in visita pastorale a Ottana, grazie al parroco don Sebastiano Corrias, scoprì in quella fabbrica dove a dispetto del nome si “cucinano” guarnizioni in gomma, un’oasi nel deserto industriale. E da quel giorno, davanti alla quotidiana disperazione della crisi economica, ai pastori alle prese con siccità e prezzo del latte, disoccupati, artigiani e commercianti strangolati dalle tasse e ragazzi che preparano la valigia per emigrare, monsignor Mosè cita proprio quell’esempio. Perché stabilimento (insieme alla “ Four Snails” Emanuele Lai che sempre all’ombra delle ciminiere spente alleva lumache per venderne la bava per usi farmaceutici e cosmetici), per dire che anche in provincia di Nuoro non mancano le buone pratiche e c’è chi, nonostante tutto, si rimbocca le maniche e «non si fa rubare la speranza».
Sarà, infatti, una coincidenza ma lo scorso 20 marzo l’accavallarsi delle notizie ha confezionato la classica medaglia dalle due facce contrapposte: l’annuncio della Giunta regionale dell’approvazione di un progetto da parte di imprenditori decisi nell’area industriale Ottana-Bolotana ad ampliare la produzione con l’assunzione di altri 69 lavoratori, mentre la consigliera regionale del Pd Daniela Forma denunciava l’ennesimo fallimento delle politiche industriali. Testa o croce? Croce, perché purtroppo non fa rumore l’albero che cresce (purtroppo non la foresta) e si sente solo il fragore di quello che cade senza però riuscire a schiacciare la pianta solitaria, piantata e cresciuta rigogliosa anche se praticamente rimasta sola nel bosco delle fabbriche fallite. E, infatti, l’esponente politica di Borore ha dovuto faticare (richiesta dati sbloccata grazie a una formale interrogazione) per ricostruire il «quadro desolante» che nelle aree di Ottana, Macomer-Tossilo, Nuoro- Pratosardo e Siniscola emerge dai risultati del Bando Progetto di Filiera e di Sviluppo Locale nelle aree di crisi e nei territori svantaggiati (PFSL): rispetto alle 117 domande ammissibili (per un totale di investimenti pari a oltre 27 milioni di euro di cui quasi 17 milioni di contributi richiesti), in 90 hanno superato la fase istruttoria per circa 22 milioni di investimenti di cui 13 milioni e mezzo di contributo. Di quelle novanta, solamente 12 imprese (investimenti per 2.806.459 euro di cui 1.822.448 di sovvenzioni) hanno concluso l’intervento e che tutte le altre, a parte due rinunce, sono ancora in fase di rendicontazione. Alla fine dal 2014 a oggi risultano effettivamente erogati appena il 10,7% delle somme a disposizione, mentre oltre un milione e mezzo si è perso perché liquidati a imprese che non hanno portato a termine l’investimento. Nel chiedere ragione alla Giunta regionale delle difficoltà che hanno determinato il ritardo e come sia possibile che solamente 12 imprese sulle 90 che avevano superato la fase istruttoria siano riuscite a concludere gli investimenti di un Bando risalente all’anno 2014 sul quale sono state riposte tante attese, forse la stessa Daniela Forma, lanciando la monetina in aria dovrebbe soffermarsi anche sulla testa, su quella fabbrica tanto in salute da firmare con la Regione un Accordo di programma che sfocerà in 69 posti di lavoro da sommare alle 113 buste paga che già distribuisce.
L’Antica Fornace Villa di Chiesa, figlia di quel famigerato Contratto d’area concepito, con la richiesta presentata dalle parti sociali il 9 giugno 1997, per sei iniziative industriali da finanziare con i fondi stanziati dalle leggi nazionali 488 e 221 e dalle leggi regionali 15-’94 e 14-’96 per un investimento iniziale complessivo di circa 39 miliardi di vecchie lire e una occupazione a regime di 180 posti di lavoro, cresciuto il 18 febbraio 1999 con la sottoscrizione del primo Protocollo aggiuntivo per l’insediamento di 29 nuove aziende (363 miliardi, sempre di vecchie lire, di fondi pubblici per, indotto compreso, quasi tremila posti di lavoro di cui 1.184 diretti. Si sa come quel Contratto d’area è andato a finire: praticamente, come testimonia l’area di Bolotana trasformata in un cimitero di capannoni vuoti e cadenti, solo Antica Fornace, tra le iniziative di maggiore impatto sociale ed economico, è sopravvissuta a quel Contratto d’area «per l’insediamento di iniziative che interessano settori produttivi caratterizzati da innovazione tecnologica, in grado potenzialmente di innescare un processo virtuoso di aggregazione di nuove attività e una ripresa dell’occupazione».
L’AFVC prima del Duemila produceva laterizi al riparo dell’ombrello pubblico dell’EMSA, Ente minerario sardo messo in liquidazione che nel 1998 vendette quella società boccheggiante a Antonio Duci e Osvaldo Paris, due imprenditori arrivati dal bergamasco, dal distretto della gomma e della plastica del Sebino, che, pur passando dai mattoni cotti alle guarnizioni, decisero di mantenere il vecchio nome ritenendolo «ben augurante ». Così la fabbrica sarda è stata modellata su quella lombarda (250 dipendenti) esportando da Bolotana in tutto il mondo 1400 tonnellate all’anno di guarnizioni in gomma (15 milioni di euro di fatturato) fornite alle principali industrie automobilistiche, e accessori per orologi, pistoni, impianti idraulici con il 70% esportato all’estero. L’acronimo AFVC evidentemente ha portato fortuna a leggere il comunicato ufficiale del 20 marzo 2018 che annuncia l’approvazione «dello schema di Accordo di programma tra Regione, ministero dello Sviluppo economico e Invitalia, per la realizzazione del contratto di sviluppo presentato dalla società Antica Fornace Villa di Chiesa di un programma di ampliamento nell’unità produttiva di Bolotana. Il valore complessivo dell’investimento da parte dell’azienda è di 50 milioni di euro, le agevolazioni concesse ammontano a 25 milioni, di cui 20 di fondi nazionali e cinque di cofinanziamento regionale. Con la realizzazione del programma proposto – spiega ancora la Regione – l’impresa intende ampliare l’offerta commerciale e ammodernare la struttura produttiva e la propria organizzazione, introducendo nuove linee produttive di anelli di gomma circolari, impiegati come guarnizioni meccaniche o sigilli».
Per scoprire le radici di questa svolta positiva basta visitare il sito web della società. Non si parla di una zona industriale senza infrastrutture dove è difficile anche navigare su internet, costi dell’energia fuori mercato, spese per i trasporti insopportabili e altre quisquilie simili. Niente piagnistei, commentando la decisione di investire a Ottana-Bolotana Antica Fornace Villa di Chiesa scrive testualmente: «Non poteva esserci scelta migliore. Dal 2000, anno della sua rifondazione, la società ha sempre avuto ampie soddisfazioni, vedendo progredire in ragione geometrica il suo sviluppo e il suo consolidamento sul territorio. Nonostante il mondo industriale abbia attraversato e ancora sia nel mezzo di una crisi profondissima, i sacrifici e le inventive sul piano industriale- commerciale degli amministratori, unitamente ad uno straordinario attaccamento all’azienda di tutto il personale stanno governando la rotta verso acque tranquille».
A fugare il sospetto, visti i tempi e il luogo, di una fake news, è lo stesso assessore regionale competente: «Un investimento importante – garantisce infatti Raffaele Paci – che dà ampie prospettive di sviluppo a una zona profondamente colpita dalla crisi industriale, e allo stesso tempo dimostra che impresa di eccellenza qui da noi si possa fare, non solo in termini di attrazione di investimenti ma anche di consolidamento e ampliamento».
Trattandosi dell’Antica Fornace nessuno insomma sembra dubitare sul rispetto degli impegni assunti e non solo perché una buona parte dell’investimento è a carico degli imprenditori. La società bergamasca, infatti, ha dimostrato di volere e poter contare sulle sue forze e, soprattutto, sui suoi dipendenti: «Consapevoli che il nostro patrimonio più importante sono le 113 persone che muovono l’azienda, con impegno costante, dedizione e serietà professionale», si legge nella didascalia della foto di gruppo di lavoratori e dirigenti pubblicata nel sito web. A leggere poi le dichiarazioni dei dirigenti, anche queste corredate con tanto di immagine, si ha davvero l’impressione di trovarsi davanti a un caso unico in Italia dove l’operaio sembra parlare da padrone anche perché in 18 anni di attività mai si è avuta notizia di una vertenza, uno sciopero, una causa di lavoro, né sembra che in fabbrica si senta la necessità di tutele sindacali anche se ovviamente i problemi non mancano e resta la fatica derivante da una produzione a ciclo continuo scaglionata in tre turni giornalieri.
All’AFVC però i panni sporchi si lavano davvero in famiglia. E a questa filosofia dovranno adeguarsi anche i 69 nuovi assunti previsti dal progetto giunto ormai in dirittura d’arrivo. Bisognerebbe vedere la loro espressione quando visiteranno per la prima volta lo stabilimento e si ritroveranno davanti a una biblioteca con oltre mille testi inaugurata due anni fa in una sala a forma di barca disegnata dall’artista di Irgoli Pina Monne dove troneggia il ritratto di Grazia Deledda.

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