Un’amicizia nata sull’Ortobene

Il rapporto tra le famiglie Corda e Jerace, nato nel segno del Redentore.

Il mio incontro con Luisa Jerace.

di Giovanna Mura Corda

A distanza di qualche anno dalla sua scomparsa, sento il piacere di ricordare la sua indimenticabile persona. Fu a Genova nel 1976 in occasione di un congresso internazionale di associazione di donne, professioniste in diversi campi, di cui eravamo entrambe socie. «Sei di Nuoro? – disse –, io sono la figlia di Vincenzo Jerace, Luisa. Mio papà mi inculcò l’amore per la vostra terra, specie per Nuoro a cui dedicò una fra le più importanti opere d’arte da lui scolpite, per l’alto significato spirituale che aveva animato tutta la sua vita. Papà era molto credente e quella spiritualità si sprigiona in tutte le sue opere di carattere sacro». Ci lasciammo con la promessa di rivederci a Nuoro perché era fortissimo il desiderio di vedere il grandioso monumento di suo padre Vincenzo.
Raccontai del singolare incontro con Luisa a mio marito (Elettrio Corda ndr), il quale maturò l’idea di conoscere a fondo la storia del Redentore.
Nel fine maggio 1977 Luisa passò per Nuoro, per poco tempo, con tre amiche e con la grande voglia di vedere la statua del Redentore. Giunse verso le tredici, ci rifocillammo presso l’albergo Esit poi salimmo verso la statua: lo stupore fu grande, intensa la commozione, per l’opera situata nel punto più bello del Monte con un panorama irripetibile. Pathos, commo- vente fu il commiato con la promessa che ci saremmo riviste presto.
Intanto mio marito telefonò a Luisa a cui propose di collaborare per la realizzazione di un libro sulla storia del Redentore. Lei accettò con grande piacere la proposta e iniziò ad inviare foto, carteggi interessantissimi, coinvolgendo anche i fratelli Luigi (che viveva a Torino) e Fortunato (che viveva a Trento). Vennero pubblicati con successo due libri, Una montagna chiamata OrtobeneDall’Aspromonte all’Ortobene.
Iniziò un rapporto di amicizia intenso con tutti e tre i figli di Vincenzo Jerace che andammo a conoscere di persona nelle rispettive città. Il mio rapporto con Luisa ebbe un seguito quasi ininterrotto fino alla fine dei suoi giorni, un rapporto epistolare intenso e prezioso come un «filo d’oro indistruttibile», diceva, che ancor oggi custodisco gelosamente perché costituisce un arricchimento interiore indelebile.
Non era osservante Luisa, poco credente, ma nell’ultimo periodo della sua vita – «più di là che di qua», diceva – era piena di perplessità, «sono sprofondata nello smarrimento senza risposte…», scriveva. Ma pian piano intravvedeva una luce che la induceva alla riflessione: «Penso a mio padre, lui sì era profondamente credente (…), ti ringrazio papà, ti sono grata di questa tua presenza costante, luminosa, che mi sta accompagnando».
Luisa, stai certa, sei sempre nelle mie preghiere.

© riproduzione riservata

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn