Una repubblica fondata sul divieto di lavorare
di Francesco Mariani

7 Febbraio 2021

3' di lettura

Mario Monti, non contento dei non lusinghieri risultati ottenuti quando era al timone del Paese, ha dettato le sue condizioni per dare il voto favorevole a Conte. Lo ha fatto dalle pagine del Corriere della Sera, giornale che sempre risponde ai padroni nazionali ed internazionali. Senza veli ideologici, ogni lettore del nostro settimanale giudichi, in scienza e coscienza, quanto da lui proposto e poi decida da che parte vuole stare. L’invito è ad una considerazione, valutazione politica, non di simpatia o di mal di pancia. Per ognuno di noi non varrà comunque la scusa “io non sapevo”. Monti scrive su quanto «abbia senso continuare a “ristorare” con debito, cioè a spese degli italiani di domani, le perdite subite a causa del lockdown, quando per molte attività sarebbe meglio che lo Stato favorisse la ristrutturazione o la chiusura, con il necessario accompagnamento sociale, per destinare le risorse ad attività che si svilupperanno, invece che a quelle che purtroppo non avranno un domani». Questo è darwinismo sociale. Le piccole e medie imprese sono l’ossatura della nostra economia e della nostra cultura. Monti salvaguarda Alitalia, Ilva, FCA, pagate con le nostre tasse, ma non certo il fabbro o il falegname di Nuoro (figurarsi dei paesini). Perché sperperare tutti questi fondi per aziende decotte, si chiede. Meglio lasciarle perdere e ripulire il mercato da questi operatori in fastidiosa aggiunta. Ossia dare ancora una volta la parola finale alle multinazionali e alle potenti imprese estere (vedi supermercati). Tu piccola impresa non hai un domani, togliti di mezzo e facciamola finita. In Italia, liberalizzare significa strangolare le piccole realtà a favore dei nuovi corsari. Svendere il patrimonio pubblico, consegnarci alle scorribande dei finanzieri internazionali. Questo è successo prima con il Governo Prodi e poi con Monti, protagonista di una stagione lacrime e sangue imposta in nome dell’Europa. Ma non basta. L’ex premier chiede una riforma fiscale che, oltre a salvaguardare la competitività, dovrebbe affrontare «senza pregiudizi in alcuna direzione, temi che solo in Italia sono considerati tabù e che tutti i partiti, pavidi, non osano nemmeno pronunciare: imposta ordinaria sul patrimonio, imposta di successione, imposizione sugli immobili e aggiornamento del catasto, imposizione sul lavoro, ecc.». I partiti sono senza dubbio pavidi su questi ed altri temi. Fa specie che lo dica Monti, diventato Presidente del Consiglio, senza essere eletto alle urne e nel frattempo nominato, a prescindere, senatore a vita, per poi fondare un suo partito tanto politicamente patetico quanto privo di consenso. Sarebbe il caso, al di là dei colori ed odori di schieramento, discutere su queste proposte che investono l’oggi ed il domani. Scegliere e prendere una posizione chiara, dire cosa vogliamo. Poi votiamo pure “partiti pavidi”, ma almeno partecipi alle urne e non espressione di personaggi illuminati ed illuminanti. Quelli che stanno trasformando l’Italia in una repubblica dove è vietato lavorare. © riproduzione riservata

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--