Un giardino per ricordare don Graziano Muntoni

Perdono, Giustizia, Pace. Sono state queste le parole protagoniste dell’incontro tenutosi oggi, 18 dicembre, nella sala conferenze della Camera di Commercio di Nuoro, per ricordare don Graziano Muntoni; sacerdote fonnese, barbaramente assassinato ad Orgosolo nella vigilia di Natale di 20 anni fa. L’incontro è stato organizzato dal Liceo delle Scienze Umane e Musicale “Sebastiano Satta” di Nuoro, che ha intitolato il giardino della propria scuola a don Graziano. A dibattere sul tema sono stati chiamati il dirigente scolastico del Liceo Satta Carla Rita Marchetti, il Vescovo Mosè Marcia, l’avvocato Basilio Brodu e Caterina Muntoni, sorella del sacerdote ucciso; a coordinare gli interventi è stato il direttore de L’Ortobene Michele Tatti.
Chi era don Muntoni? Ripercorriamo la sua vita e il suo operato attraverso le parole della sorella Caterina: «Graziano è stato definito in vari modi: il prete coraggio, il prete in trincea, il prete scomodo. Lui era tutto ciò insieme. È divenuto prete a 49 anni, dopo una vita dedicata all’insegnamento di lettere nelle scuole medie, con alle spalle un’esperienza in campo ecclesiale, sociale e politico: presidente dell’azione cattolica, consigliere comunale ed assessore a Fonni, presidente della Pro Loco, impegnato nelle associazioni sportive e di volontariato. Questa sua esperienza gli consentiva di essere un prete un po’ particolare: con quel marchio di laicità, nel senso positivo del termine, che da un lato gli consentiva di essere accettato da tutti, ma dall’altro lato, per le sue ferme condanne alla violenza, all’ingiustizia e all’omertà, lo esponevano a più rischi e lo rendevano più vulnerabile. Le sue migliori energie le ha impiegate ancor prima che diventasse prete, sempre per i giovani, gli ultimi e gli emarginati. Innumerevoli i campi scuola, le escursioni in montagna e le pedalate in bici organizzate da lui. Stando vicina a Graziano, ho potuto vedere come operava: la sua attenzione era sempre rivolta ai ragazzi, cercava di raccoglierli attorno a sé anche per strapparli a realtà locali di microcriminalità, riusciva a radunare, magari per mangiare insieme una pizza, anche con 40 giovani in una sera. La sua è stata una pastorale di strada, concepiva il territorio come una risorsa, come un’opportunità. Usciva dal “tempio” e andava in quei luoghi abitati da chi in chiesa non avrebbe mai incontrato. Qualcuno forse non ha gradito questa invasione di campo, si è sentito minacciato da quel prete che voleva offrire a quei ragazzi un’alternativa al bar, alla strada, alla piazza, all’alcol. E questa l’alternativa era un centro giovanile dove i ragazzi avrebbero potuto riunirsi, discutere dei propri problemi, divertirsi, sentirsi come a casa propria. A volte penso che questo abbia dato fastidio a chi, invece, aveva altri programmi per questi ragazzi».
Per la sua esperienza di vita, a Caterina è stato affidato il compito di parlare del concetto del “Perdono”, una delle parole chiave di questa giornata. Spiega agli studenti che l’ascoltano come il perdonare sia un cammino tanto difficile quanto necessario: «Quando Graziano è stato colpito, io da casa ho sentito lo sparo, ma ho pensato ad un petardo. Poi hanno suonato alla porta e vedendo quelle espressioni preoccupate, ho pensato Graziano si fosse sentito male. Nemmeno quando mi hanno detto che l’avevano sparato ho pensato fosse morto, mi sono detta “l’hanno ferito”. Ma arrivando in quel viottolo scuro vidi il corpo di Graziano senza vita: un’immagine che mi ha tenuta sveglia per tanto tempo e che porto sempre con me. Però il mio pensiero correva anche a quello sciagurato che gli aveva sparato e che andava ramingo, che correva, che voleva nascondersi. E ho subito pensato “anche lui si è rovinato la vita”. Quella è stata una reazione emotiva, ma con gli anni c’è stata una fase di elaborazione del lutto e profonda riflessione, e sono riuscita a spostare l’attenzione dalla nostra offesa alla persona che ci ha offesi, e vedere anche lui come un infelice. Il Signore mi ha concesso anche il dono del perdono, che è un cammino molto faticoso, perché sdegno, rabbia e indignazione sono sentimenti sempre pronti a risalire per impossessarsi del nostro animo». Prosegue Caterina: «A me è stato chiesto di dare a voi ragazzi una testimonianza, io penso che perdono e giustizia siano la via privilegiata per la pace. Il perdono è un cammino faticoso. Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma non nascondo il travaglio che questo cammino comporta. Perdonare non significa scusare o trovare attenuanti al male, nemmeno dimenticare. Il perdono non si oppone alla giustizia, ma alla sete di vendetta, non è un atto di viltà o debolezza, ma di coraggio e forza interiore. Come tutti i doni ha un costo: costa un pezzo di noi stessi, delle nostre ragioni, del nostro senso di giustizia, del nostro desiderio di rivalsa. Quasi mai il nostro perdono è incondizionato, invece dovrebbe essere un dono, un regalo da fare senza chiedere niente in cambio, come fa il Signore ogni giorno con noi: un atto d’amore gratuito che consente a chi ha sbagliato di rialzarsi».

Sul concetto di Giustizia, è intervenuto l’avvocato Basilio Brodu che insieme a Michele Tatti ha aperto una riflessione sui tanti casi di omicidi irrisolti e rimasti senza un colpevole nelle nostre comunità, toccando il tema dell’omertà, piaga che da troppo tempo imbruttisce il territorio del Nuorese. Secondo Brodu «ci sono strumenti a disposizione degli inquirenti, che potrebbero fornire le così dette “prove scientifiche”, ma la soluzione a casi come questo passa attraverso chi sa, è un antico discorso di “testimonianza”. Dopo 20 anni nessun processo, nessun responsabile. La mancanza del movente e la particolarità dell’ambiente non hanno permesso una svolta nel caso e l’indagine è stata archiviata. Il valore della giustizia è qualcosa che ci deve appartenere e toccare nel profondo, non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono».

È intervenuta anche l’ex sindaco di Orgosolo, Maria Antonia Podda, prima cittadina all’epoca dell’uccisione di don Graziano, che ha spiegato come sia stato difficile sentire il peso di rappresentare la comunità in quel momento così difficile: «Io e tutta la giunta comunale decidemmo di costituirci parte civile, scelta sentita e condivisa». Ovviamente, anche dopo tutti questi anni, la famiglia di don Graziano aspetta ancora di sapere il nome del colpevole. Prosegue Caterina Muntoni: «Ogni anno, per l’anniversario della morte di Graziano, alla stessa ora, facciamo un piccolo pellegrinaggio e riponiamo fiori e preghiere nel punto dove è stato ucciso, e poi assistiamo alla Messa. La comunità di Orgosolo si stringe ancora intorno alla mia famiglia chiedendo sempre il perdono, e vivendo questa tragedia in maniera collettiva con un senso di vergogna. E io dico loro “Il dolore non può essere cancellato, ma la vergogna sì. Indicate chi è l’assassino di Graziano e anche la vostra comunità potrà rialzarsi.” Sono parole forti, ma non in contrasto con il perdono».

La riflessione sul concetto di Pace spetta invece al Vescovo Mosè Marcia, che spiega come il cammino della pace deve partire da un dialogo interiore, non si può essere costruttori di pace all’esterno se non siamo sereni con noi stessi. Sono intervenuti anche il Sindaco di Nuoro Andrea Soddu e il Sindaco di di Fonni Daniela Falconi che hanno ribadito l’importanza della memoria da tenere viva, soprattutto nei giovani. A Fonni, il Centro di aggregazione sociale è stato dedicato a don Graziano e il sindaco Soddu ha annunciato che anche a Nuoro verrà presto intitolata qualcosa alla sua memoria. La Preside Marchetti ha sottolineato come quelli analizzati in questo incontro siano principi umani che vanno anche oltre di fuori della cristianità, ma sono, passando anche per Immanuel Kant, di un’umana bellezza universale. Al termine del dibattito tutta l’assemblea si è recata nel giardino dedicato a Don Graziano, in un clima di gioia e armonia. Ci dice la referente Francesca Canio: «La nostra scuola aderisce da tanti anni al progetto “La mia scuola per la pace” che è un progetto nazionale indetto dal Miur. Nel 2009-2010 la collega Chironi, insegnante che mi ha preceduta, aveva fatto tutto un progetto sui concetti di pace e perdono, e avevano invitato nella scuola persone che avevano vissuto episodi particolari in questo senso, come appunto Caterina Muntoni. Inizialmente a don Graziano è stata dedicata un’aiuola del nostro giardino, insieme ad altre personalità come Vittorio Arrigoni e Peppino Impastato. Per il ventennale dalla morte, abbiamo ritenuto opportuno che tutto il giardino venisse dedicato a Don Graziano». Francesca Canio e l’altra collega di Religione Caterina Serra, hanno lavorato con i ragazzi sul tema del perdono e soprattutto hanno presentato loro la figura di don Graziano. Hanno letto buona parte degli articoli usciti su questa vicenda durante gli anni, non solo a livello di cronaca, ma anche riflessioni sull’operato di don Muntoni, per far capire conto quali ripercussioni ha avuto la sua morte, non solo come sacerdote ma come educatore. Il suo grande maestro era Don Bosco, sul quale aveva svolto anche la sua tesi di laurea in Pedagogia dal titolo “L’amorevolezza in Don Bosco”. Un punto di riferimento della sua azione educativa sia a scuola che in parrocchia. Caterina associa il sacrificio di Don Graziano all’immagine evangelica del chicco di grano che, caduto a terra, muore per dare molto frutto. L’immagine del martirio ricorse anche nelle parole di don Antonio Bussu, caro amico di don Muntoni, durante il suo funerale: «Graziano, sei un martire! Ti hanno ucciso forse perché eri un prete scomodo. Ti hanno assassinato accanto alla Chiesa dove, pochi minuti dopo, avresti dovuto celebrare il Santo sacrificio della Messa. Non ci sono spiegazioni e motivi, eri al di sopra di ogni sospetto, eri il sacerdote dei ragazzi, dei giovani, di tutti. In te ci sentiamo trafitti e umiliati. Valga il tuo sangue, unito a quello di Cristo, a bonificare questa terra tormentata».
Don Graziano, nella sua ultima omelia, ci ha lasciato un grande insegnamento che oggi possiamo vedere come consiglio da utilizzare di fronte alla sua ingiusta morte ed ogni altra ingiustizia: «Siate allegri, gioiosi, riempite la vostra vita di grandi sogni, ma non invocate mai la strada della violenza».

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