Il travaglio del docente Salvatore Satta

Il Salvatore Satta nuorese, giurista e scrittore, niente c’entrava con il Salvatore Satta che nel 1956 da Napoli chiedeva al presidente delle Repubblica Antonio Segni di tumulare il corpo di Mussolini a Predappio. Chi si aspettava le scuse di Sergio Luzzatto, che in base a questo abbaglio bollò l’autore de Il giorno del giudizio e de il De profundis come “vecchia camicia nera”, non solo resta deluso ma i familiari di Satta, a partire dal figlio Gino, devono sopportare anche nuove accuse da parte dello storico basate su presunte prove da esibire come quella che attesta avere il giurista insegnato “Storia e dottrina del fascismo” nel 1938 a Padova.
Particolare conosciuto e interpretato nel quadro della torbida e intimidatoria temperie di quegli anni, ma che tuttavia ha spinto gli amici di Satta, in primis il professor Francesco Mercadante e il suo già allievo Giuseppe Gangemi (docente ordinario di Scienze dell’amministrazione a Padova) a far emergere in pubblico tutti i dati presenti negli archivi della Università patavina. Da dicembre del 1936, Satta prende cattedra a Padova (Diritto processuale civile) e il 14 gennaio del 1937 dal ministero dell’Educazione Nazionale viene promosso Ordinario, perché «valente maestro nella propria disciplina, procacciandosi con la stima l’affetto e la simpatia di colleghi e allievi» (verbali Consiglio di facoltà, pp. 344-5). Quando il Consiglio di Facoltà gli chiede di insegnare una delle nuove discipline istituite di recente (1935-36), “Storia e dottrina del fascismo”, Salvatore Satta si rifiuta, dopo che anche altri professori avevano opposto “scuse” gravi o di salute o di altro, finché resta il solo, in qualche modo “costretto” ad accettare. Dopo però aver resistito a lungo. Tra la proposta e l’accettazione un mese di pressioni incalzanti. Certamente in seguito all’intervento decisivo del rettore Carlo Anti. Intervento di prassi dopo il rifiuto al Consiglio, ma decisivo, forse per un gioco di ricatto (come suggerisce Gangemi dopo aver esaminato i documenti); in particolare perché la Prolusione polemica contro il pensiero del suo predecessore in cattedra Carnelutti, aveva lasciato più di un dubbio sulla sua fedeltà al fascismo, dubbio che doveva in qualche modo essere risarcito o corretto, pena forti provvedimenti disciplinari. Di tali provvedimenti si hanno esempi eloquenti, come quello da infliggere a Bobbio nel ’43, solo per essersi rifiutato di firmare in favore di una lampada votiva da mettere nel sacrario dei caduti della rivoluzione fascista, propiziatrice di vittoria: trasferimento d’ufficio all’Università di Cagliari (esisteva ancora la minaccia del “obbedisci o ti caccio in Sardegna!”).
Costretto, quindi. A tal punto che Gangemi conclude che «Satta tenne il corso di Storia e dottrina del fasci- smo come se indossasse un cilicio a sua mortificazione». Prova ne sia che lavora da subito, in incognito, per trasferirsi in altra università per riuscire con molta difficoltà a ottenere il trasferimento a Genova nel dicembre del 1938.
Dopo la pubblicazione del “Manifesto della razza” del 14 luglio del 1938, una serie di vergognosi Decreti, in discriminazione crescente degli ebrei, fino alla negazione del loro diritto di esistenza, si susseguono anche in Italia: 5, 7, 23 settembre; 6 ottobre e 15, 17 novembre del ’38; e poi 29 giugno e 13 luglio del ’39. Dopo l’approvazione di tali leggi, nell’Università patavina si è creato disorientamento e scompiglio. A Padova, rovesciare una tradizione di accoglienza e di stima culturale nei confronti dei docenti ebrei era inaccettabile, anche per i simpatizzanti del fascismo, immaginarsi per Satta. Tre stimatissimi professori ebrei vengono esonerati dal servizio. Le conseguenze: alcuni colleghi sono “richiesti” e altri chiedono trasferimento a diverse Università. Un’emorragia irreparabile. Il rettore Carlo Anti (un “funzionario” ritenuto “illuminato” – come lo si poteva essere dentro la luce opaca e sinistra di una dittatura – all’interno della istituzione, ma al momento di chiudere il cerchio diventava inflessibile) cerca di correre ai ripari, impedendo i trasferimenti. Nel verbale del 16 giugno compare il nome di Salvatore Satta abbinato all’insegnamento di Diritto corporativo per l’anno successivo; nessuno evidentemente è a conoscenza della sua richiesta di trasferirsi a Genova. La cui risposta positiva dal Ministero giunge il 23 dicembre (data del protocollo): Diritto processuale a Genova. Decorrenza immediata. Stavolta la decisione è irrevocabile. Satta è già fuori sede e non vi farà ritorno. Al rettore non resta che mandargli una lettera come da prassi, ma molto asciutta e risentita.
Il disagio morale sofferto a Padova viene confidato per lettera a Laura (4 gennaio 1939) nel vivo del trasloco: «Sono stato in questa triste plaga senza praticare altro che zanzare… e solo negli ultimi giorni ho avuto modo di conoscere qualche persona quasi degna di me (certamente si riferisce al professor Concetto Marchesi, latinista col quale strinse amicizia, il quale nel ’43 lascerà l’Università dandosi alla macchia in Svizzera), mi vien da piangere sulla mia mala ventura». La “mala ventura” allude all’insegnamento di Storia e dottrina del fascismo?
A Genova però Salvatore Satta non si sente ben accolto, percepisce anzi una diffusa ostilità che lo turba ben più di quella aperta, soprattutto da parte dei vertici, constatata a Padova. Ma forse ciò che lo angustia in particolare, e di più, è l’umiliazione di avere scelto l’effettivo declassamento ad una Università meno prestigiosa e priva di vera storia. Si sentirà presto come pesce fuor d’acqua, spaesato e confuso fino a pentirsi del passo compiuto. Solo dopo due mesi (3 marzo 1939) confiderà a Laura il suo scoramento: «Senso di morte… Perché rimango qui? Non è meglio che io ritorni a Padova, mi faccio richiamare?».
Non si trova documentazione sui passaggi che Satta ha compiuto per trasferirsi da Padova a Genova e neppure per poter riprendere l’insegnamento a Padova, né si conosce la lettera ministeriale concernente il trasferimento. Si è invece rintracciata la minuta con cui uno dei pro rettori (a nome evidentemente del rettore Anti) gli comunica il trasferimento a decorrere dal primo dicembre. Tale lettera è intestata “Al Camerata Prof. Salvatore Satta”, è del 21 novembre del 1940, quasi due anni dopo la fuga da Padova.
Ma qui sorgono effettive difficoltà di interpretazione per afferrare il significato di una lettera indirizzata “Al Camerata Prof. Satta…”. In nessuna delle varie lettere del Rettorato di Padova a Satta si trova l’appellativo di “camerata”; al massimo i saluti fascisti (di prassi) a fianco della firma e solo però nei biglietti augurali. Indecifrabile il nome del pro rettore che la redige. Introvabili la lettera di comunicazione del Ministero sul decreto di nomina e la lettera di comunicazione del rettore alla Facoltà di Giurisprudenza.
Dalle carte dell’archivio si evince che l’iniziativa del ritorno sia partita dalla stessa Università, cui quasi certamente si deve essere rivolto Satta stesso per allontanarsi dalla delusione di Genova.
Logicamente bisogna pensare anche agli incontri e ai consigli che può aver chiesto e avuto dagli amici con cui era in contatto continuo. In particolare da Capograssi, entrato a Padova proprio quando Satta ne era uscito, e in grado quindi di informarlo sull’evoluzione dell’ambiente. Sappiamo che lo poteva incontrare sia a Padova (quando vi si recava per gli esami residui dei propri studenti), sia a Roma, dove Capograssi risiedeva e dove spesso Satta andava per lavoro. Sappiamo anche di relazioni epistolari e di incontri con Calamandrei sempre a Roma. La presenza di Capograssi potrebbe averlo motivato a tornarvi. In aggiunta a Marchesi, altre persone amiche, il presagio di un clima diverso.
Ciò che segue però stupisce ancora, perché il 9 dicembre il rettore Anti informa la Facoltà di Giurisprudenza del ritiro del decreto di nomina da parte del Ministero a causa del rifiuto di Satta a trasferirsi, per ragioni di salute. Il precipitare degli eventi politici e il consiglio dei colleghi fidati potrebbero averlo convinto alla ulteriore marcia indietro, visto che anche i due amici da Padova stavano per allontanarsene (Capograssi nel ’40 a Napoli e Marchesi nella clandestinità lo stesso anno).
Che cosa esattamente sia avvenuto per decidere in così breve tempo una tale inversione di marcia può essere oggetto solo di ipotesi. Sullo sfondo e la più probabile sembra essere la scossa infertagli dal tono di quella lettera del Rettorato (“Al Camerata prof. Salvatore Satta”), prefigurante il ritorno all’Università di Padova di una persona docile e sottomessa alla disciplina del Fascismo. Più un ricatto e una rivincita che un’accoglienza.
Insomma a Padova nulla è cambiato e Genova, nonostante tutto, è meglio. Tanto vale non partire. Sono però ipotesi, anche se non prive di una certa plausibilità. È comunque chiaro che la documentazione rigorosa del contesto, qualsiasi riflessione sui dati certi e sul particolare travaglio della vicenda umana non posseggono alcun valore, se il presupposto di ogni giudizio sul fascismo di Satta continua a fondarsi su quella lettera al presidente Segni. Parafrasando l’affermazione apodittica di Luzzatto, «pochi documenti testimoniano, meglio di una lettera, quella che il grande giurista sardo ha indirizzato al conterraneo Antonio Segni…» l’ottica con cui “non” si deve leggere il De profundis e “non” si deve interpretare “la morte della patria”.
Un presupposto falso, fonte di giudizi sfacciatamente “spacciati” per veri. (4. Continua)

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