Tracce di lezione dal “De Profundis”

Oggi più che mai non può essere tollerata l’etichetta di fascista ingiustamente appiccicata a Salvatore Satta, autore del Il giorno del giudizio e del De profundis di cui ci siamo occupati nelle scorse settimane. Anzi questa vicenda, proprio mentre ricordiamo il 71° anniversario della nascita della Repubblica, contribuisce a smentire il pensiero ufficiale dominante sull’unico antifascismo rappresentato dal partito comunista. La tessera del Pci certificava una verginità magari ricostruita, emarginando intellettuali come Satta che si è visto rifiutare da Einaudi la pubblicazione del libro.
Eppure l’insussistenza del timbro comunista sull’opposizione a Mussolini è dimostrato dal 1926 al 1943 dalle pene inflitte dal Tribunale Speciale contro appartenenti ad un antifascismo popolare, anarchici, insegnanti, scrittori, giornalisti, gente comune. E non è vero che l’antifascismo fosse tutto da identificare come democratico. La storiografia ha preso la strada dell’inchiostro rosa per disegnare una storia che avrebbe avuto bisogno di tonalità realistiche a mostrare la verità di episodi gravissimi, su cui, nonostante sbrigative sentenze, sono stati stesi veli ancora ingombranti. Come sappiamo la Resistenza è un fenomeno europeo, ma in Italia, a parte la Jugoslavia di Tito, ha avuto un carattere unico per la commistione di elementi militari e sociali dove lo scopo principale dello scacciare l’invasore si intreccia con la lotta di classe e il nemico, in alcune frange comuniste dopo il 25 aprile del 1945, diventa la borghesia. La “guerra civile” profondamente esaminata da Claudio Pavone, ha avuto deviazioni nette che miravano ad altre finalità e a liberazioni di altra natura. Le eliminazioni degli avversari toccarono cifre spaventose, fuori da ogni legge e da ogni procedura: duecentomila persone di cui molti innocenti o per motivi insignificanti, tanti solo perché anticomunisti o non appartenenti al Pci, o per vendetta, o addirittura, come dalla fine degli anni Novanta ha mostrato clamorosamente Pansa, per sottrarre loro case e beni.
Chi ha denunciato e documentato tali fatti è stato accusato di “revisionismo”, termine dispregiativo che dimentica il vero disprezzo dovuto a chi “revisiona” la verità adattandola ad uso politico. In questo scenario, per fortuna circoscritto, va inserita anche la strage di Porzùs. La brigata Garibaldi comandata da Mario Toffanin (poi condannato e rifugiatosi in Slovenia), composta da comunisti alleati della comunista Jugoslavia, contro la brigata Osoppo, formata in gran parte da cattolici. Una strage, a prima vista inspiegabile, di resistenti da parte di resistenti, giovani giustiziati da giovani connazionali coi quali fino al giorno prima si combatteva fianco a fianco contro il nemico comune.
Per la “Garibaldi” evidentemente la lotta contro fascisti e nazisti aveva un altro fine: combattevano per un’altra patria. Anche l’eccidio delle “foibe” (il tentativo di “pulizia etnica” da parte dei partigiani slavi di Tito smaniosi di annettersi Istria e Venezia Giulia), è stato reso possibile da provate connivenze italiane che costarono la vita a migliaia di italiani. Un’altra strage ignorata intenzionalmente e colpevolmente per lunghissimo tempo che impone una doverosa rilettura della storia che oggi può spaventare solo chi ha paura della verità. La Resistenza è stata «un movimento di minoranza che non riesce …ad assicurarsi, nel corso dei 20 mesi in cui si svolge, un consenso unanime e una partecipazione convinta e maggioritaria» (Aldo Agosti). Questo rende comprensibile il “passaggio rapido” alla pacificazione forzata nel dopoguerra scolpita dal “Ponte” di Calamandrei con queste parole: «Dalla resistenza alla desistenza». Sorvolare, lasciar perdere, dimenticare. Insomma, tornare al “come eravamo”, mettendo in evidenza piuttosto quella “resistenza diffusa” senza fucile, che in fondo ha reso possibile la stessa resistenza armata. Tale atteggiamento ha rimesso a posto qualcuno dei tasselli, omessi per favorire un mito che poi era in fondo un mito di legittimazione dei partiti estremi al nuovo tavolo della politica. Solo dopo gli anni Novanta viene scrostata questa patina mistificatoria perché «resistettero tanti, troppi che sono stati espunti dalla nostra storia nazionale ed è bene farveli tornare», come scrive Elena Aga Rossi ( Una nazione allo sbando, il Mulino).
Dopo l’8 settembre divenne resistenza non solo l’attività dei partigiani alla macchia, ma anche il rifiuto di cedere le armi ai tedeschi da parte dei militari italiani – nota Della Loggia – a Corfù, Piombino, Lero, Cefalonia, con il sacrificio di oltre ventimila soldati uccisi in combattimento o fucilati dai tedeschi. Sintetizzo dalla recente ricerca di Aldo Cazzullo ( Possa il sangue, Rizzoli, 2015): cattolici, socialisti, liberali, monarchici, apolitici. Donne, militari, ebrei, civili. I contadini che non amavano i partigiani, che avrebbero preferito essere lasciati in pace al loro lavoro dei campi, ma che di fronte alla scelta, aiutarono quei giovani talora a prezzo della vita, nascondendoli e nu trendoli come figli. Resistettero suore, preti e religiosi che ospitarono ebrei e patrioti, talora camuffandoli da frati e da religiosi dentro i conventi. E ancora i militari renitenti, i passati alla clandestinità o alla macchia coi partigiani, i dep orportati nei campi di concentramento. La follia nazi-fascista ne stroncò 500 mila.
I giovani meditino quelle pagine di storia perché siano pronti a non ripeterle, a scoraggiare ogni velleità di dittatura che oggi tende a ripresentarsi col passo felpato di un falso populismo. Nella neonata Repubblica poi si sono verificati dei fenomeni sconcertanti. Solo qualche esempio da una letteratura ormai straripante e documentata (Franzinelli, Boni, Serri, Pansa, Woller, Cazzullo, Oliva, Aga Rossi…). Ma i conti con quegli anni sono, però, in parte rimasti aperti. Dopo la Liberazione, in questo magma indistinto, la resa dei conti è stata frettolosa, sommaria, o giustizialista o assolutoria, lasciando comunque fantasmi appostati a riemergere nei tempi successivi. Un esempio emblematico e sconvolgente: Gaetano Azzariti. Magistrato presente negli archivi del regime in 45 volumi come autore di leggi su misura per il Duce e di caccia agli ebrei, che passa dal Tribunale della razza alla Corte Costituzionale. Non solo, ma in morte, a Napoli, gli intestano anche una via. Solo nel 2013 viene rimosso il suo busto dalla sede dell’Alta Corte e solo nel 2015 il Comune di Napoli sostituisce il suo nome intitolando la via a Luciana Pacifici, bambina ebrea morta a Auschwitz.
Ante e post liberazione, ci furono le tecniche piuttosto ambigue per le quali molti dei protagonisti del Regime – per esempio quelli della Rivista fascista “Primato” – passarono quasi senza soluzione di continuità, come sottolineato da Canfora, all’egemonia culturale gramsciana, missione prioritaria del Pci. Oppure famigerati giustizieri, al di là di ogni legge e diritto, hanno scalato le alte cariche dello Stato repubblicano. A scuola nessuno per decenni ha informato della verità: i testi ubbidivano al solito “inchiostro rosa”, evidentemente funzionale ad occultare i misfatti. La verità è comunque, anche se dopo lungo tempo, venuta a galla, senza riverenze per nessuno, dai primi anni Novanta e non sempre con sorpresa da parte di tutti se alcuni, come Bobbio e pochi altri, ne confessarono pubblica vergogna. È stata usata con grande successo in particolare la tecnica di trasformare la “connivenza” (col fascismo) in “competenza”. Gli intellettuali che si erano prestati a discorsi e studi (per esempio in favore del razzismo) lo avrebbero fatto “solo” perché “tecnici competenti”. Altra tecnica, eliminare gli archivi o cancellare le prove o omettere i fatti che avrebbero potuto delegittimare o almeno smorzare i requisiti democratici.
In realtà l’antifascismo non era, per sé, una garanzia di democrazia, né essere riconosciuti sarebbe dovuto bastare ad accreditarsi difensori della patria. Lo dimostrarono gli antifascisti che smaniavano, preparandosi con le armi a costringere gli italiani a una dittatura non meno feroce e disumana di quella nazista, avendo di mira un’altra patria da quella italiana. Resta, strutturale, una frattura sociale non ancora ricomposta. Un passato che non riesce a passare. Resta il conflitto latente fra i due estremismi insoddisfatti, come forza carsica periodicamente riaffiorante al presentarsi di condizioni favorevoli. Se questo va tenuto presente, è perché le nuove generazioni siano capaci di ripristinare una vera armonia democratica nella società italiana, ai giovani – cui la scuola riduce sempre più i curricoli di storia, di convivenza democratica e di educazione civica – va urgentemente ricordato quanto sangue è costata la libertà: gioiello non da proteggere e custodire in cassaforte, ma da curare, nutrire come una fragile vita esposta a crescere o a deperire.
Molti tratti del disagio prodotto dalla globalizzazione attuale sono analoghi a quelli da cui sono sorti quasi cento anni fa comunismo, nazismo e fascismo. Quando si manifesta drammaticamente l’impotenza delle democrazie ad affrontare inediti disagi e disuguaglianze, spuntano i sostenitori dell’autoritarismo, singoli individui o singoli partiti, a reclamare il monopolio della ragione e del potere in nome della patria da salvare. Oggi non siamo più protetti dei popoli europei che nel secolo scorso videro le democrazie cedere alle dittature di destra e di sinistra.
Il giovane Giuseppe Capograssi (riconosciuto da Satta come “la mente più alta del secolo” e come il proprio maestro) già nel 1926 in una lettera alla fidanzata Giulia scrisse così di Mussolini, senza nominarlo: «Quest’uomo che si è arrogato il tremendo diritto di dirigere un popolo… è separato dagli altri da un abisso…». Abissalmente distante, impenetrabile, incapace di «riconoscere gli altri», quando nel riconoscere gli altri «è tutta la morale, è tutta l’etica, è tutta una legge fondamentale della vita umana». La storia delle tirannie inizia sempre così. Per evitarle ci vuole un’eterna vigilanza. Per uscirne non basta tutto il sangue di un solo popolo.

(5. Fine)

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