“Touch me not” al Ten Cinema

“Ognuno ha diritto ad amare” potrebbe essere uno slogan da rilanciare in tempi come questi, contraddistinti dal ritorno di un certo oscurantismo di pensiero e di pratiche; in realtà, è anche un limite proprio di chi, accecato dalla gioia del proprio amore verso un’altra persona o una determinata fede, tende a dimenticare quanto anche gli altri debbano avere la possibilità di accedere a questa grazia.
Ma “Ognuno ha diritto ad amare – Touch me not” è anche e soprattutto un insolito film, vincitore del premio Miglior Opera Prima al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2018, girato dalla regista e sceneggiatrice rumena Adina Pintilie, e proiettato in prima visione assoluta in Sardegna al TEN – Teatro Eliseo Nuoro nel corso del terzo appuntamento della rassegna “Il Cinema al Centro”.
«Dimmi come mi ami, così che possa capire come amare»: questa è la frase che guida la regista, vincitrice dell’Orso d’Oro per il Miglior Film, ed i suoi personaggi nel corso del film che si configura come progetto di ricerca, performance artistica e documentario sperimentale sulle declinazioni dell’amore, dell’intimità e della sessualità.
I percorsi emotivi seguiti sono quelli di Laura, Tudore Christian: attraversando il sottile confine tra realtà e finzione e mantenendo un punto di vista empatico nonostante lo spazio ripreso, costantemente bianco, possa straniare il pubblico, la narrazione si snoda passando per la difficoltà dei tre nell’avere un contatto fisico, seppur da loro tanto desiderato, e sul lavoro fatto per superare vecchi schemi, meccanismi di difesa e tabù, al fine di ritrovare la libertà di esprimere i desideri più o meno inconsci.
Laura non può sopportare di essere toccata e, nonostante i tentativi di approcciarsi al contatto, non riesce a superare il problema; Tudor appare molto vulnerabile, ma deciderà di superare i suoi imbarazzi, finendo per condividere con gli altri le proprie sensazioni.
Le loro situazioni sono opposte a quella di Christian il quale, pur soffrendo di una grave disabilità, riesce ad affrontare con grande ottimismo e voglia di riscatto la vita affettiva e l’amore per la propria compagna.
Tutti loro prendono parte ad un incontro al quale partecipano persone di svariate età, esperienze familiari, relazionali, sociali ed intime.
I limiti nell’espressione dell’intimità dei sentimenti viene mostrata agli spettatori anteponendo la parola all’azione come scelta filmica che finisce per rispecchiare la realtà dei fatti, ossia quanto sia difficile descrivere l’enigma del desiderio, quanto questi ultimi siano complessi ed imprevedibili, quanto esistano forme di intimità meno ortodosse e normativizzate, seppur naturali ed insopprimibili quanto le altre e quanto, nonostante la retorica della disinibizione, della liberazione dei costumi e dai pregiudizi, sia sempre molto difficile avvicinarsi allo spazio personale delle persone che ci circondano.
La regista Adina Pintilie ha descritto “Ognuno ha diritto ad amare – Touch me not” come «volontà di riflessione, tanto personale quanto generale, e di trasformazione che spinga chi guarda ad approfondire la propria conoscenza della natura umana.
Il film intende valutare in modo diverso le esperienze e le idee a proposito dei rapporti intimi con un focus particolare sulla de-oggettivizzazione e personalizzazione dello scambio umano, stimolando la nostra curiosità sul diverso, sull’altro, e la nostra capacità di metterci nei panni altrui».
Tuttavia, nel corso dell’osservazione del film, qualsiasi spettatore sensibile può notare con rammarico la falla aperta tra l’intento della regista e sceneggiatrice e la riuscita effettiva della sua produzione: la presenza costante della telecamera, mostrata persino nelle stesse istantanee del docu-film, finisce per aumentare le distanze tra i personaggi, la loro apparente incredulità dinanzi ad una situazione volutamente creata ma alquanto surreale, e la loro imbarazzata ritrosia nel mostrare agli altri partecipanti le proprie nudità intese non nel senso fisico, bensì in quello morale ed affettivo.
I nobili intenti della Pintilie sembrano dunque scontrarsi con gli esiti del suo stesso operato che, nonostante la lunga durata della pellicola, non riesce a scardinare stereotipi e pregiudizi perché, paradossalmente, sembra fermarsi alla fase del disvelamentodelle inibizioni.
Quest’ultime restano tali, cristalizzate nell’ambiente asettico ripreso nel corso del workshop che vede i protagonisti riuniti, dimostrando al pubblico quanto sia complesso rivelare le proprie debolezze, inquietudini, paure, aspirazioni e desideri più o meno reconditi, con le eccezioni rappresentate dalle testimonianze verbali di Christian, le uniche in grado di offrire uno spiraglio di sfumata positività e sincerità nel bianco accecante che circonda Laura, Tudor e, forse, tutti noi.

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