Tornare sulla strada
di Pietro Puggioni

27 Marzo 2021

4' di lettura

Un asinello ha l’onore della cronaca nel primo giorno dell’ultima settimana della vita di Gesù che entra a Gerusalemme. Dei 10 versetti ben sette sono dedicati a questo animale umile e pacifico. Così il profeta Zaccaria, annunzia il Re promesso per la fine dei tempi: «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9,9). L’asino, un animale che serve l’uomo trasportando lui e i suoi pesi, è immagine di Gesù che sulla croce vince il male con il bene, facendosi carico di noi e dei nostri mali. Con l’incarico agli apostoli di procurargli questa cavalcatura, Gesù inizia il compimento delle Scritture sul suo ruolo di Messia, e nell’ingresso a Gerusalemme segue la volontà del Padre. L’asino non appartiene a Gesù, lo chiede in prestito per poche ore e ne assicura la puntuale restituzione. Non dispone neppure della sella e la gente vi stende dei mantelli. Abbiamo una immagine toccante di povertà, «Il Signore ne ha bisogno» (Mc 11,3), e insieme segno profetico inconfondibile della sua regalità. Una festa straordinaria segna l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. La folla lo acclama come colui che doveva ristabilire il regno di Davide e guidare Israele verso traguardi luminosi di libertà politica e potenza nazionalistica: idee che Gesù in nessun modo favoriva. Ogni particolare della cronaca ha richiami biblici, spontanei in coloro che avevano familiarità con le Scritture. Ma la visione errata del Messia degli ultimi giorni li predispone alla delusione e al rifiuto nei riguardi di Gesù. La grande differenza tra l’ambiguo favore popolare e la sofferta fedeltà alla volontà del Padre porterà Gesù alla solitudine e alla bruciante provocazione ai discepoli di tutti i tempi: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Il Vangelo conferma la facile instabilità delle folle e la dipendenza dai burattinai di turno. In pochi giorni lo scenario cambia completamente. «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mc 11,9) è l’acclamazione del popolo al re che entra trionfalmente nella città. «Crucifige!» (Lc 23,21) è la violenta condanna di un bestemmiatore. Siamo alla prefigurazione del Regno di Dio che viene per le nostre comunità, le nostre famiglie e ciascuno di noi. In questa ultima settimana di quaresima, nella notte della nostra fragile fede, dobbiamo raccogliere l’invito di Gesù a Nicodemo a camminare nella luce della sua verità e ad affrontare i dolori del parto di una nuova nascita alla vita di Dio. Le due parole – Osanna e Crucifige – risuonano ancora oggi, nonostante il clima di crescente secolarizzazione. Ce le hanno riproposte le telecronache del recente viaggio di Papa Francesco in Iraq. La prima Osanna è il canto di quelle comunità, uscite dal clima terribile della persecuzione dell’Isis che ha decimato famiglie e comunità, e ora rinnovate dal canto della risurrezione e dalla fede vibrante e coraggiosa. Nell’occidente Osanna è confinato in flebili liturgie o nel privato della devozione. La seconda parola Crucifige ce l’ha raccontata la serie delle chiese distrutte, delle immagini profanate, dei volti segnati dal ricordo recente di familiari martiri della fede. In occidente Crucifigenon si sente e non mobilita le piazze, perché Cristo non è ingombrante e non disturba. È sostituita da una terza parola, indifferenza. Il Crocifisso e i crocifissi del mondo ci invitano ad entrare in tutte le città con l’audacia della fede, perché «il Vangelo deve essere vissuto sulla strada» (card. M. Zuppi).

donpietropuggioni@gmail.com

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