Testimoni coraggiosi

Tre quadri caratterizzati da altrettanti imperativi negativi compongono il Vangelo di questa domenica. « Non abbiate timore ». I detti di Gesù vanno a comporre un piccolo manuale per i discepoli esortati ad assumere nel loro ruolo di inviati un comportamento che non è semplice frutto di uno sforzo eroico, umano, ma nasce dall’avere nel cuore la verità, l’amore del Padre che tutto trasforma e rinnova. Il primo è un invito a non temere i persecutori, perché il segreto di Dio che custodisci sarà rivelato a tutti palesemente. Il riferimento non riguarda l’umana riservatezza, perché il cristiano, ed è questo che caratterizza la sua vita interiore, è chiamato a rivelare la bellezza del segreto messianico. La verità di Cristo risulta dunque scomoda, quello che dice in intimità parlando direttamente al cuore perché le sue parole si fondano nel profondo, dovrà essere proclamato con forza e a voce alta.
Si può dunque rivelare solo quello che si conosce. Gesù, sempre nell’odierno Vangelo di Matteo, ripropone la bellezza di una intimità e di una “segretezza” che forma il cuore del discepolo alla conoscenza e all’amore del Signore: «Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». E ancora: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà ». Il segreto, l’intimità, hanno un’importanza ma come luogo dove si forma la coscienza e l’amore del discepolo. Solo dopo questo tempo di gestazione può nascere la capacità di testimoniare. Al contrario, chi non testimonia, chi vive la sua fede nel timore dell’altro, non lo fa tanto per una forma di rispetto ma perché non ha conosciuto Dio. Chi conosce la bellezza del Signore non può tacere: se sai chi è Dio, il minimo che tu possa fare è gridare la gioia di quell’incontro dai luoghi più alti, perché tutti possano sentire, passando dall’intimo a una dimensione più visibile, il corpo.
Il secondo invito di Gesù è quello di non aver paura di chi è intenzionato a uccidere il corpo. Quanto si dice nel Signore, quanto come cristiano si testimonia, non può essere strappato da quell’intimità dove trova il suo senso: il persecutore si può solo rifare sul corpo. Gesù rivolge il suo invito piuttosto ad aver timore di coloro che possono uccidere anche l’anima, capaci di annientare e distruggere quanto il Signore nella pazienza e nell’amore ha seminato. Perdere il corpo è conseguenza di questo: la vita terrena può essere strappata, la vita eterna per chi rimane fedele è sempre donata.
Il terzo quadro completa i primi due, aprendo il cuore del discepolo alla speranza che il Signore provvederà a lui in ogni modo. Gli inviati non devono ne possono aver timore di niente, sono nelle mani di Dio. Il suo sguardo non li distoglie dal pericolo che anche il più piccolo e insignificante passero può subire, a maggior ragione il Signore veglia su di loro perché siano capaci di testimoniare e annunciare il Vangelo. Il Signore trasmette fiducia al discepolo ricordandogli il suo grande valore misurabile nel cuore del Padre dall’offerta della vita. Affermava papa Francesco ancora cardinale in Argentina nel giorno del Corpus Domini: «Il Sangue di Cristo, quello che versò per noi, ci fa vedere quanto valiamo. A volte noi – continuava l’allora arcivescovo di Buenos Aires, riferendosi ai suoi concittadini porteños – ci valutiamo male. Prima ci crediamo i migliori del mondo e poi passiamo a disprezzarci, e così andiamo da un estremo all’altro. Il Sangue di Cristo ci dà la vera stima di noi stessi, la stima di sé nella fede: valiamo molto agli occhi di Gesù. Non perché siamo di più o di meno degli altri, ma perché siamo stati e siamo molto amati».
Questi tre quadri sembrano riassunti nell’ultimo versetto del Vangelo: « Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli ». Non bisogna temere di accogliere un’identità che si rinnova continuamente. Noi riconosciamo che il Signore è la mia forza e la mia salvezza: Cristo Gesù è venuto per salvarmi e la consapevolezza di essere nelle mani di Dio infonde nel discepolo la certezza e il coraggio necessari per la testimonianza.

 

Penitenza e conversione

Per Francesco d’Assisi, la bellezza della testimonianza passa prima di tutto attraverso un riconoscimento dei benefici che il Signore opera in ogni creatura, soprattutto in quelle toccate dal peccato e dal limite. La conversione corrisponde alla penitenza e la penitenza non è mai vista come realtà fine a se stessa ma per trasformare l’anima e conformare il corpo al Signore, riconoscendolo così come tutto della sua vita. Ecco che San Francesco rivede in quella « grazia di incominciare a fare penitenza » la possibilità di essere creatura nuova in Cristo riconoscibile così nei fratelli, nei poveri, negli esclusi, e poi in maniera mirabile e efficace nell’eucarestia intimamente legata, come abbiamo visto domenica scorsa, al mistero della incarnazione. Quando l’ordine si caratterizza per la sua dimensione missionaria, nella predicazione semplice ma efficace, il primo invito francescano è quello di esortare alla penitenza, che significa giungere all’essenziale delle cose e della vita di fede. « Quando veniva da loro qualche ricco di questo mondo, lo ricevevano lieti e affettuosi, lo invitavano a strapparsi dal male e lo incitavano a penitenza », ci narrano le Fonti. La conversione segno primario della nostra predicazione rinnova quella che per sempre sarà una duplice fedeltà parte dell’identità dell’Ordine: fedeli al mandato di Dio e fedeli all’uomo. La conversione trova una concretizzazione in quelli che diventano i “frutti degni della penitenza”: amore a Dio, al prossimo, ai fratelli che erano ormai radunati. Sempre nelle Fonti dal 1453 al 1456, si raccontano le prime esperienze di vita insieme dei frati, dove bene si esprime quale è lo slancio che muove questi fratelli. Così ritroviamo proposto nella leggenda dei tre compagni: « Erano felici nel Signore, sempre, non avendo dentro di se o tra loro nulla che potesse in qualche modo contristarli. Quanto più erano separati dal mondo, tanto più si sentivano avvinti a Dio. Avanzavano sulla via della croce e sui sentieri della giustizia ». Nella prima esperienza francescana la penitenza corrisponde a pieno alla conversione che significa affidarsi per essere presi per mano dal Padre di ogni bontà e provvidenza ecco perché le parole del Vangelo di Matteo di questa domenica risuonano nella esperienza di vita del Poverello di Assisi come via da percorrere: non temere, il Signore provvederà a voi, voi valete molto di più. Parole che hanno entusiasmato San Francesco diventando tanto vere da essere miracolo continuo nel cuore della sua prima e piccola fraternità.