Il tempo della cura

La cronaca è prodiga di dati, ne sciorina a decine tutti i giorni tanto da stordirci, e a indurci a lasciarli scorrere nella sostanziale indifferenza. I media più attenti a non perdere il contatto con le domande della gente – e «L’Ortobene » è di certo tra questi, radicato com’è nella comunità cristiana – dovrebbero invece cerchiare con la matita rossa alcune cifre che possono aiutare a individuare le coordinate del punto cui è giunta la navigazione della nostra società. Tre, in particolare, andrebbero tenute in attenta considerazione mentre celebriamo la Giornata nazionale per la Vita che la Chiesa italiana volle 42 anni fa per dissodare e coltivare – e ancor prima comprendere – il terreno culturale sul quale tutti ci troviamo a spendere la vita.

Il numero più noto è 18mila: sono i bambini in meno nati nel 2018 rispetto all’anno precedente, un calo che ha portato le nascite in Italia a quota 439.747, con un saldo negativo tra morti e nati di 193mila unità. È la fotografia ormai consolidata di un Paese che vede crescere celermente la quota di coloro i quali vivono una lunga vecchiaia – in Sardegna anche più lunga – sovente in buona salute grazie al progresso della medicina ma sempre più spesso afflitti da una o più patologie, con esigenze di cura crescenti. È una fascia di popolazione italiana che si va ampliando rapidamente e che esprime una domanda di assistenza raccolta in prima (e troppo frequentemente unica) istanza dai familiari, ai quali è di fatto demandata un’opera di sostegno umano, materiale e clinico che le istituzioni non sarebbero in grado di fronteggiare. A farsi carico di padri, figli, fratelli e madri infermi assistiti in casa sono oggi 7,3 milioni di «caregiver» (ecco la seconda cifra da memorizzare), termine col quale oggi si indicano i familiari che accudiscono a tempo pieno o parziale un proprio congiunto a domicilio nella sua malattia o disabilità. Lo Stato gli è a tal punto riconoscente da non aver neppure trovato il tempo per una legge che ne riconosca status e diritti, oltre a denari sufficienti a dare il segno di aver chiaro quanto gli costerebbe dover fare fronte alle esigenze di tutti questi italiani «fragili». Se poi la loro condizione diventa senza più speranza, le famiglie oggi possono contare sulla miseria di 240 hospice – terza e ultima cifra da segnarsi – per dare dignità all’ultimo tratto della vita, con un totale di 2.777 posti letto in tutta Italia. Una vergogna. Non c’è altro termine per definire questa macroscopica sproporzione tra attese e risposte.

Con un messaggio che esorta gli italiani a essere ancora accoglienti – «Aprite le porte alla vita» – la Chiesa parla ancora una volta un’altra lingua: quella delle domande più vere della gente, che chiede di essere incoraggiata e sostenuta nell’aprirsi alla vita, a tutta la vita, in ogni condizione, dal grembo materno all’ultimo giorno. A noi cristiani spetta animare ogni possibile alleanza perché la porta torni ad aprirsi quando la vita chiede di essere accolta. Così com’è.

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