Taglio dei parlamentari? Gli sprechi della politica sono il vero problema

In questi ultimi mesi, uno degli argomenti che ha maggiormente fomentato il dibattito politico, è stato il referendum sul taglio dei parlamentari. Gli schieramenti politici in questi ultimi giorni prendono contorni sempre più precisi tra chi appoggia la riforma e chi invece intende respingerla. Il Movimento 5 stelle, la Lega Nord/Salvini Premier e Fratelli d’Italia si sono detti favorevoli. Il Partito Democratico, Forza Italia ed Italia Viva non hanno una posizione ufficiale. Il PD ha votato 3 volte no alla votazione. I partiti minori come +Europa, Sinistra Italiana, sono predisposti al “no”. Per quanto riguarda i giuristi, qualche voce isolata è pro riforma ma 200 costituzionalisti hanno pubblicamente dichiarato che voteranno contro le modifiche.
La legge “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, è stata fortemente voluta dal M5S e prevede una riduzione da 630 a 400 seggi alla Camera, da 315 a 200 seggi al Senato. I deputati eletti dagli italiani all’estero passerebbero da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4. Il numero minimo di senatori assegnato ad ogni regione si abbassa da 7 a 3. Molise e Valle d’Aosta ne avranno sempre rispettivamente due e uno. Le province di Trento e Bolzano sono equiparate alle regioni. Inoltre il numero massimo di senatori a vita di nomina del Presidente della Repubblica non potrà più in alcun caso essere superiore a 5.
L’8 ottobre 2019 in seconda deliberazione alla Camera la legge sul taglio dei parlamentari è stata approvata con la maggioranza dei ⅔ alla Camera. Non essendoci stato il raggiungimento dei ⅔ anche in Senato, 71 senatori  hanno depositato la richiesta di referendum presso la Corte di Cassazione il 10 gennaio 2020, come prevede la particolare procedura che bisogna seguire quando si vuole modificare la Costituzione (art 138). Per questo motivo il 20 e 21 settembre siamo tutti chiamati a votare.
Il referendum non richiede il raggiungimento di un quorum per avere efficacia (essendo confermativo e non abrogativo), sarà quindi irrilevante il numero di cittadini che andrà a votare e si terrà conto solo del risultato.
Gli argomenti pro-riforma si basano essenzialmente su due punti: maggiore efficienza che garantirebbe decisioni più veloci del Parlamento e risparmio.
La possibile “maggiore efficienza” del Parlamento sarebbe però a discapito della rappresentanza dei cittadini. La posta in gioco è molto elevata perché si passerebbe dai circa 96mila abitanti per deputato a circa 151mila. Al Senato, dove i seggi sono attributi su base regionale, dato che il numero minimo sarebbe di 3 senatori e non più 7, sarebbero eletti i partiti più votati con un sacrificio del minoranze.
Come spiega il Sole24ore (http://amp.ilsole24ore.com/pagina/ACMz73f), per evitare questo difetto è in discussione una nuova legge elettorale per modificare il sistema elettorale in senso totalmente proporzionale. Attualmente il nostro sistema è una combinazione di maggioritario e proporzionale. Se il sistema tornasse interamente proporzionale sarebbero eliminati i collegi uninominali che favoriscono i raggruppamenti più forti, la tenuta della governabilità e rafforzano i legami territoriali tra elettori e rappresentanti.  Un sistema solo proporzionale garantisce meglio la rappresentanza ma condurrebbe anche ad un parlamento più frastagliato, con accordi di governo più fluidi.
Inoltre l’Italia ha un numero di parlamentari per numero di abitanti simile a quello dei grandi paesi europei; dopo la riforma diventerebbe invece uno dei paesi con il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione dell’intera Unione Europea. (https://www.internazionale.it/opinione/alessandro-calvi/2020/08/19/referendum-taglio-parlamentari).
Per quanto riguarda il risparmio, questo sarebbe di 81,6 milioni di euro annuali (52,9 milioni di euro ogni anno per la Camera dei deputati, 28,7 milioni di euro per il Senato) circa un caffè a testa all’anno.
I costi e gli sprechi della politica sono ben altri,  il referendum da solo costa 300 milioni (fonte: quifinanza.it).
Secondo la Stampa solo fra marzo ed aprile si sono spesi 6 miliardi di euro a causa di speculazione ed appalti gonfiati, situazioni nelle quali spesso la politica è coinvolta. Se si volesse veramente risparmiare qualche milione sarebbe sufficiente selezionare in modo più accurato i propri rappresentanti, non tagliare sulla democrazia ma sul costo di ciascun parlamentare, evitando privilegi insensati.

Pubblicato su Inchiostro, giornale dell’Universtità di Pavia