Sulle nuove rotte del Man mediterraneo

Una stanza buia si riempie dei suoni della natura che pian piano vengono sovrastati dal rumore di un mezzo meccanico che distrugge, il fragore di pietre che cadono si mescola all’infrangersi delle onde del mare in lontananza. Non è una semplice installazione sonora, Due muri un cortile – questo il titolo – è un racconto nel quale immedesimarsi. L’opera di Dor Guez, cittadino israeliano che appartiene alla comunità cristiano palestinese, ci immerge nel dramma di una minoranza della minoranza: i muri abbattuti sono quelli della casa della nonna dell’artista, l’abitazione di famiglia espropriata e demolita dal governo israeliano. Si tratta di un lavoro commissionato dal Man e racchiude in sé il significato delle nuove esposizioni presentate lo scorso 8 novembre come pure del ruolo che il museo nuorese intende avere come istituzione che alle sue linee di ricerca sull’arte contemporanea unisce la produzione di pensiero. Questa è l’ambizione del nuovo direttore Luigi Fassi che si presenta curando personalmente le tre mostre che inaugurano la nuova stagione espositiva. Tre esposizioni indipendenti ma capaci di dialogare tra loro – in particolare quelle del citato Dor Guez e di François-Xavier Gbré, artisti che provengono dalle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo – nel segno di un cambio di prospettiva. Le fotografie di Gbré nella sua personale Sogno d’oltremare raccontano la Sardegna e l’Africa facendo dialogare le immagini di edifici e strutture civili del Mali, Senegal, Togo e Benin con quelli dell’Isola, dopo una residenza artistica svoltasi tra luglio e settembre di quest’anno grazie al supporto della Film commission. Chiave di lettura dell’esposizione è un’antica carta geografica della Sardegna rappresentata in prospettiva ovest-est: «Girare la carta – scrive l’artista – è un gesto semplice con cui si crea un punto di vista egualitario e, in un certo senso, tutti sono messi allo stesso livello», tanto che di fronte alle immagini diventa difficile capire dove siano state riprese.
Al secondo livello del museo è ospitata la collettiva O youth and beauty! che attraverso le opere di tre giovani artisti fa il punto sulla pittura figurativa contemporanea. Anna Bjerger, svedese, reinterpreta pittoricamente vecchie fotografie dipingendo a olio su alluminio; lo statunitense Louis Fratino racconta, specie con il disegno, momenti di vita quotidiana indagando in particolare il corpo come strumento attraverso cui mediare la vita; Waldemar Zimbelmann, artista tedesco originario del Kazakistan restituisce un immaginario extraeuropeo evocando su diversi supporti il tema della metamorfosi.
Ma è senz’altro Sabir, la prima personale italiana di Dor Guez, a lasciare il segno al termine del percorso espositivo. Oltre all’installazione sonora l’artista presenta due capitoli tratti da The Christian Palestinian Archive, una collezione di documenti e fotografie che raccontano la vita della comunità cristiano- palestinese dalla prima metà del XX secolo fino all’esodo forzato successivo alla nascita dello stato di Israele. Si tratta di scanografie, scannerizzazioni elaborate per includere differenti aspetti del materiale e poi composte in un’unica immagine, che raccontano momenti di vita della famiglia dell’artista e in particolare della nonna. Lei è anche la protagonista del film Sabir: sul video del tramonto ripreso da una spiaggia di Jaffa si snoda il racconto della vita di Samira Manayer, dall’infanzia a Jaffa all’espulsione della sua famiglia dopo la al-Nakba, “la catastrofe” del 1948 e la dispersione, infine la nuova vita nella società israeliana. Un’odissea mediterranea, una storia dimenticata narrata in lingua araba e in ebraico. L’altro video, Sa( mira), chiude come in un’ellissi la vicenda della famiglia dell’artista con la testimonianza della cugina – nipote di nonna Samira, di cui prende il nome – costretta a modificare il proprio nome in Mira perché oggetto di discriminazione in un ristorante di Gerusalemme in cui lavora come cameriera. È la scoperta del razzismo di cui è vittima la ragazza di etnia araba ma anche – come racconta l’artista – di come «il suo dolore e la sua sofferenza siano universali». E di una attualità sconcertante. Potere dell’arte.

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