«Subito le bonifiche o rovesciamo i tavoli»

«Ottana metà giardino e metà galera, viva Ottana, Ottana tutta intera». La parafrasi di una famosa canzone di Francesco De Gregori diventa la colonna sonora della rivolta che sta maturando nel cimitero industriale, in tutti i sensi, della Media valle del Tirso. Quel tutta interariassume appena mezzo secolo di storia. I due enormi comignoli che si stagliano nella piana alla fine degli anni Settanta erano simboli di vita. Oggi – Primo Maggio 2018 festa non dell’ex lavoro – sono un marchio di morte e non solo per i loculi dei capannoni vuoti, come dimostra la battaglia per riconoscere i diritti ai deceduti e ai malati dei tumori.
Lo sa bene Franco Saba, sindaco del paese che ha deciso «di rovesciare i troppi inconcludenti tavoli istituzionali ». Cinquantatre anni di cui una quindicina trascorsi alla Legler, è nato insieme al sogno industriale: «Da bambino era pericoloso giocare per strada a causa del traffico. Soprattutto nel tardo pomeriggio, quando finiva il turno dei giornalieri e, oltre alle auto, si muovevano ben 32 pullman verso i paesi del circondario. Lavoravano in tremila nello stabilimento, il Comune incassava qualcosa come un milione e mezzo di euro di tasse locali…».
E oggi?
«Amministriamo la miseria, con il 60 per cento della popolazione attiva senza futuro non possiamo che fermarci, dimettendoci non per vigliaccheria ma per inchiodare le istituzioni alle loro responsabilità. Dei 1400 residenti da 18 a 60 anni, infatti, 280 sono iscritti all’ufficio di collocamento, 120 gli inoccupati: sommati a coloro che vivono o hanno vissuto di cassa integrazione e mobilità arriviamo ad altri 500 senza lavoro. Nelle fabbriche sopravvissute, Contratto d’area compreso, sono impiegati in 400, 40 nei rimasugli ex Enichem».
Ciminiere spente da abbattere?
«No. Quelle ciminiere sono state anche un simbolo di rinascita. La fabbrica chimica ha cambiato la vita di quei 32 paesi, ha portato benessere, fatto nascere una coscienza operaia e una nuova classe dirigente, basti pensare agli oltre 200 amministratori comunali che vi lavoravano. Il problema non è stata la chimica ma il non averne saputo governare la crisi, la mancata capacità di riconvertire; la salute e l’ambiente sacrificati al ricatto della busta paga; la cultura industriale e del lavoro uccisa dall’assistenzialismo ».
Ritrovandoci con i figli degli operai in mobilità a loro volta disoccupati…
«Questa è la vera sconfitta. Per far nascere e integrare una cultura industriale sono necessarie almeno due generazioni, con i padri che consegnano professionalità ai figli. Nella Sardegna Centrale invece la prima generazione è morta prematuramente e ci ritroviamo con ex pastori diventati ex operai che non lasciano in eredità né il mestiere del pastore né quello degli operai. Da qui dobbiamo ripartire con una lotta che non è di Ottana ma di tutto il territorio, ritrovando lo spirito degli anni Sessanta della Commissione Medici perché si è ripiombati nella povertà di allora ma per fortuna siamo cresciuti culturalmente e non registriamo i fenomeni di criminalità di metà del secolo scorso. Attenzione, però: la disperazione è una brutta bestia, non possiamo aspettare che una bomba sociale esploda per essere ascoltati a Cagliari, Roma e Bruxelles».
Insiste spesso sulla questione territoriale, ma è Ottana a pagare il prezzo più alto, soprattutto ambiente e salute pubblica.
«Certo, ma il problema non è solo nostro. Ci sono almeno 32 Franco Saba pronti a dimettersi. Per quanto ci riguarda ci poniamo un solo obiettivo: cancellare un bollino nero, disinquinare quei 250 ettari del recinto industriale».
L’eterno problema delle bonifiche. Cerchiamo finalmente di fare chiarezza?
«Siamo in presenza di una caratterizzazione (i sondaggi in profondità) a macchia di leopardo, fatta da più soggetti con dati disomogenei che non consentono una lettura d’insieme. Ognuno ha operato nel suo orticello, rimpallando le responsabilità sulla ex fabbrica confinante per di più con capannoni passati dall’Eni a Montefibre, Inca, Lorica, Minitow, Gruppo Clivati, Consorzio industriale, Invitalia. Non abbiamo ancora, per fare un esempio, un parametro delle acque pulite da confrontare con le falde interne. Come ci ritroviamo con la discarica di proprietà della Sindyal che non si sa cosa contiene e che ci dicono non può essere riaperta perché considerata chiusa e messa in sicurezza».
Insomma, per quanto ne sa lei, qual è la situazione reale dell’inquinamento?
«Il sindaco di Ottana, senza fare allarmismi, può affermare che è circoscritto ai 250 ettari del recinto dove il Governo ha impiantato l’industria lasciandola poi in mano a privati. Davanti a dati disomogenei possiamo dire con certezza che ci sono superamenti nelle falde. Sicuramente metalli, magnesio, cobalto. Occorre però una visione unitaria. Per questo pretendiamo un soggetto unico, un solo interlocutore, forte politicamente ed economicamente che studi, finanzi, gestisca e certifichi le operazioni di bonifica e poi, alla fine, si rivalga eventualmente su chi ha inquinato».
Una sorta di commissario straordinario?
«Chiamatelo come volete. La precondizione prima di parlare di sviluppo e togliere a Ottana quel bollino nero con un intervento unico e sostitutivo e investimenti certi garantiti dal Governo che tra l’altro consentirebbero di dare lavoro agli stessi ex operai. Sull’inquinamento nel recinto industriale c’è un’indagine della Procura di Nuoro, i magistrati mi hanno chiesto un’ordinanza alle singole imprese per una prima bonifica ma poi mi ritrovo Montefibre che ricorre al Tar contro quella stessa ordinanza chiedendo, senza ottenerla, addirittura la sospensiva».
Il classico cane che si morde la coda…
«Ora basta. Abbiamo il dovere di recuperare il tempo perduto consci che l’errore non è stato di chi quella fabbrica l’ha impiantata, ma di chi non l’ha salvaguardata. Due esempi che dimostrano come Ottana e i suoi operai sono realmente, come avete scritto a suo tempo, figli di un Dio minore: nel 1993 i consulenti Inail hanno certificato che non c’era l’amianto ma oggi – contando i morti e i malati – sappiamo grazie all’impegno dell’Aiea che non è così, quindi quella relazione va cancellata e vanno garantiti risarcimenti, benefici pensionistici e sorveglianza sanitaria riconosciute nelle altre fabbriche gemelle di tutta Italia. Sa di doppia beffa sentire che un collega sindaco e ex operaio a Ottana come Nannino Marteddu di Orotelli, deve rivolgersi ai giudici per vedere riconosciuto il suo diritto alla salute. Poi c’è la grande questione del Sito di interesse nazionale perché nel 2001 abbiamo perso il treno quando sono stati riconosciuti per legge i “Sin” Porto Torres e il Sulcis dove sono state finanziate le bonifiche».
La Regione si è svegliata dopo la minaccia delle sue dimissioni e ha finalmente deciso di chiedere al Governo il riconoscimento di Ottana come Area di crisi industriale complessa di valenza nazionale.
«È un primo passo, solo un primo piccolo passo. Chiediamo a Pigliaru – e su questo ci misureremo nei prossimi giorni – una determinata azione politica perché stando ai parametri economici, con il nostro Pil insignificante rispetto ad altre aree quella richiesta sarà bocciata dal Governo. Serve quindi una mobilitazione istituzionale ai vari livelli. Sollevare, com’è successo con la Commissione Medici 50 anni fa, la questione sociale secondo un concetto che deve essere qualitativo e non quantitativo. Su questo tutti i sindaci del territorio sono disposti a rovesciare i tavoli anche a Roma, portando le popolazioni in piazza. Con o contro la Regione, sia chiaro».
Intanto però Pigliaru e Paci annunciano altri interventi regionali.
«Reddito di inclusione sociale o Lavoras sono azioni necessarie in tutta la Sardegna per combattere le estreme povertà e la fame di lavoro. Investimenti emergenziali giusti e doverosi ma qui poi serve ben altro di provvedimenti-tampone come una decine di operai da assumere per otto mesi in cantieri comunali».
Cosa?
«Innanzitutto cancellare il bollino nero dell’inquinamento che impedisce qualsiasi sviluppo industriale ed agroalimentare. Poi con la Regione ci confronteremo, pretendendo già nelle prossime settimane risorse certe, partendo dall’esistente, da iniziative imprenditoriali in atto legate che possono avere un enorme impatto territoriale sulle risorse locali. Pensiamo al manifatturiero, al polo della gomma…
“Antica Fornace Villa di Chiesa” che sta varando un investimento di 50 milioni di cui 25 di incentivi pubblici, che porteranno altre 69 assunzioni da sommare agli attuali 113 occupati?
«Sì, è la dimostrazione che in presenza di imprenditori seri, da noi già oggi, nonostante i problemi, è possibile fare industria. Dare un lavoro a tempo indeterminato a un giovane significa far ripartire realmente l’economia perché quel ragazzo potrà impostare un progetto di vita, chiedere il mutuo per la casa, spendere in loco».
E poi?
«Pensiamo all’espansione delle produzioni di materiali isolanti sia naturali che artificiali. Abbiamo la realtà di “Costirene” per i pannelli di polistirolo, la “Centralsughero” che somma valore aggiunto alla materia prima dei nostri boschi; allevamenti premiati di capre e pecore, cinque aziende familiari di elicicultura (lumache, in uno si estrae la bava considerata tra le migliori d’Italia per uso farmaceutico e cosmetico). Incoraggiante è la decisione di investire in un oleificio che vuole valorizzare con tecnologia modernissima la rete dei piccoli olivicoltori. Mi fermo qui con una domanda: si può offrire al consumatore un prodotto biologico certificato ma segnato nell’immaginario collettivo col bollino nero dell’inquinamento? ».
Ottana fa parte con i paesi della Comunità montana del progetto “Su Suercone” che unisce otto paesi, dalla piana del Tirso al mare di Dorgali, passando per il Gennargentu.
«È una bella sfida che ha dimostrato la nostra capacità progettuale unitaria. Noi puntiamo a finanziare il percorso naturalistico di Sa punta ’e sa citade, il sito archeologico con la grande muraglia, porta della Barbagia costruita dai nuragici per difendersi dagli invasori. Siamo inoltre parte attiva della rete museale e, sul piano culturale, giochiamo la carta del carnevale con i nostri Merdules, maschere etniche sorelle dei Mamuthones di Mamoiada e dei Thurpos di Orotelli».
Uniti anche nel nome del Carnevale?
«Nel nome dello sviluppo complessivo. Industrie o, penso alla vicina Orani, miniere comprese. Questa volta la Regione dovrà scegliere facendo per intero la sua parte: o con noi, al nostro fianco anche contro lo Stato, o nostra controparte ».
Finora è stata al vostro fianco?
«Parliamo di oggi e domani: lo scopriremo tra poche settimane».
Intanto, il Partito dei Sardi con Paolo Maninchedda, ex assessore di Pigliaru fino a otto mesi fa, ha girato un bello spot elettorale con l’assemblea che si è tradotto in un processo anche per la maggioranza di centrosinistra.
«Al di là delle militanze, vale la risposta precedente. Misuriamoci sull’oggi, costruendo il massimo dell’unità soprattutto ora che si lavora per il nuovo governo. Se poi il Pds riesce a portare in assemblea a Ottana mille persone credo che sia l’ennesima prova della drammaticità della situazione».

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