Studenti, da vittime a protagonisti nella lotta alla droga

Ripartire dalle scuole con messaggi chiari, coerenti e attendibili. Nella lotta alla droga non basta più il controllo da parte delle forze di Polizia, pure imprescindibile, ma è sempre più necessaria un’azione formativa che coinvolga e renda allo stesso tempo protagonisti i ragazzi. I dati sono drammatici se è vero che sono in aumento le segnalazioni e le conseguenti convocazioni in Prefettura, per lo più di giovani, per possesso di droga: sono state 286 nel 2017, sono 391 al 7 novembre del 2018.
Il Prefetto Carolina Bellantoni, che ci ha accolto nel palazzo del Governo, riconosce che su questo tema si è negli ultimi anni «abbassata la tensione» ed è per questo che la Prefettura si è fatta promotrice e capofila di un progetto che la vedrà collaborare con l’Ufficio scolastico provinciale, i Serd della Assl, la Consulta degli studenti.
Dottoressa la cronaca delle ultime settimane conferma una sempre maggiore diffusione di stupefacenti con conseguenze drammatiche, cosa si può e si deve fare?
«La recente direttiva del Ministero dell’Interno “Scuole sicure” è tesa a prevenire il fenomeno nei pressi delle scuole, parliamo di spaccio diretto anche ai ragazzi delle scuole medie. Il Serd ci conferma che si è abbassato il target di chi fa uso di sostanze, sempre più soggetti minorenni e in età preadolescenziale, per questo è necessario attivarsi. Riteniamo che la scuola sia un luogo da tutelare non un luogo di Polizia, non ci può essere equiparazione tra piazza e scuola, per questo entriamo in punta di piedi. Soprattutto è necessario entrare con l’informazione cercando di rendere gli stessi studenti protagonisti di questa azione informativa, formarli e renderli informatori nei confronti dei loro compagni. Attendiamo le ultime elezioni della consulta studentesca e quando ci saranno gli ultimi rappresentanti abbiamo intenzione di coinvolgerli e di realizzare progetti nel territorio, non solo in città ma anche in quei luoghi in cui ci sono veri e propri comprensori scolastici come Tortolì, Siniscola, Macomer, considerato anche quello che è successo recentemente, una storia che è lo specchio di quello che sta succedendo e l’esempio di come si debba lavorare diversamente tutti per evitare questo. Il disagio si verifica proprio in questi territori più che in città dove torna sì l’eroina ma è proprio nei territori isolati, deserti, di una desertificazione che è anche sociale e valoriale dove bisogna lavorare.
Coinvolgiamo diversi soggetti e i comuni interessati, i sindaci possono fare molto poco con i mezzi che hanno, è importante ricreare una rete che sia fatta non solo per reprimere il reato ma per evitare che si possa configurare il reato. È necessaria una nuova botta informativa, è parecchio che di droga si parla troppo poco, la poca informazione è il nemico maggiore per i ragazzi. Si parla poco di droga, di Aids, ed è importante riprendere il filo fermo restando che la repressione è necessaria. Va dato l’esempio, il segnale che la Polizia c’è, si è parlato di omertà all’interno delle scuole, è necessario che i ragazzi che vogliono parlare possano farlo in sicurezza e sappiano che hanno istituzioni alle spalle che li aiutano. Questa situazione si unisce spesso a forme di bullismo, chi sa ha paura di parlare e denunciare, la presenza discreta di forme di Polizia può essere aiuto per superare questi muri».
Sul fronte della prevenzione come si lavora? Sono sempre più frequenti anche i sequestri di grandi piantagioni di cannabis nelle nostre campagne.
«Lavoriamo su tutti i fronti, la prevenzione si svolge attraverso il controllo del territorio, con l’azione coordinata di Polizia e Carabinieri, con il supporto della Guardia di Finanza. C’è un servizio mirato alla scoperta delle coltivazioni, anche le persone più insospettabili sono coinvolte, questo sistema si sta affiancando alle attività agricole e pastorali. L’azione via aerea con elicotteri ha dato grossi risultati. Abbiamo anche una grande fascia costiera, ci sono controlli nei porti, in particolare nel periodo estivo, e questa estate ci sono state operazioni di grande entità. Il problema è che la delinquenza che una volta era specificamente dedita ad altro tipo di criminalità, grandi rapine o sequestri, si è riconvertita sul traffico di sostanze stupefacenti. C’è una forte correlazione tra mala locale e criminalità organizzata come soggetto di riferimento per l’acquisto e il traffico. Su questo si sta lavorando».
Ritorna periodicamente una polemica su carenze di organico, avete risorse sufficienti?
«Mi stupisco sempre. Che gli organici sono al ribasso è vero, lo sono perché a lungo tempo a livello nazionale è mancato il turnover, nei prossimi due tre anni però si va verso il ricambio. In provincia di Nuoro non ci sono gravi carenze. Qui in Prefettura siamo al 50% dell’organico previsto, negli uffici di Polizia la carenza non è eccessiva. Il territorio nuorese, forse per sua vecchia tradizione, è molto più presidiato di altri in Sardegna, qui ci sono più compagnie e commissariati che nella provincia di Cagliari.
Non posso non chiederle un commento della famosa classifica del Sole 24 Ore che ci pone ai primi posti per gli omicidi, ma che forse è basata su dati errati.
«L’anno scorso ho reagito, ho fatto un comitato apposta per smentire proprio perché va contestualizzata la situazione. Parliamo di reati. L’omicidio è sempre il reato più grave, spesso non assurge agli onori della cronaca nazionale, la stessa popolazione locale – è gravissimo dirlo – in alcune fasce lo considera un fatto sociale più che criminale ed è l’elemento più grave che dobbiamo combattere, più dell’omicidio. Questa è l’analisi che possiamo fare contestualizzandola: dietro c’è un discorso di legalità che in alcune zone non passa.
Dall’altro punto di vista l’analisi statistica probabilmente è errata, si riferisce alla provincia regionale di Nuoro non quella amministrata dalla Prefettura e quindi dalle forze di Polizia, in quel caso la percentuale si abbasserebbe. A noi interessa lavorare sull’incapacità di riconoscere il luogo istituzionale come l’unico in cui si fa giustizia. Lo si vede ad esempio con la guerra alla peste suina e con questioni falsamente legate alle tradizioni. La mentalità è spesso quella di farsi giustizia per conto proprio non riconoscendo il valore della giustizia istituzionale. Su questo disvalore dobbiamo impegnarci non sulle statistiche».
C’è un dato significativo però sulle truffe informatiche.
«Questo sì, però anche questo va spiegato tecnicamente. Più che il reato qui si deve porre l’accento sulla vittima del reato. La maggioranza delle vittime è nuorese, viene truffata via internet e denuncia la truffa a Nuoro ma il fatto non si è verificato qui. Il dato è più indice di quanti nuoresi vengono truffati ma il reato non avviene qui, non siamo la capitale dei reati informatici».
Nella sua carriera lei si è occupata di immigrazione. Ha la percezione che ci sia realmente una emergenza?
«In questo momento siamo a zero, gli sbarchi si sono ridotti già da gennaio di quest’anno».
Siamo mai stati in emergenza?
«Sì, lo siamo stati, ma non per colpa dei migranti che arrivavano ma per una fortissima incapacità di organizzare con una visione a lungo termine l’accoglienza. Vengo dalla Lombardia e lì l’immigrazione è cominciata forse con 15 anni di anticipo rispetto alla Sardegna, operavo in una provincia dove c’erano il 36% di migranti e sono arrivata in Sardegna dove l’immigrazione era al 3%. Nel Nord gran parte erano inseriti e questo significa che quella prima ondata è stata gestita attraverso quote, lavoro, c’era interesse: ci sono tantissime aziende in Italia che non potrebbero andare avanti se non ci fosse manodopera straniera. Questo tipo di secondo flusso degli ultimi anni è determinato invece da situazione geopolitica internazionale che ci ha trovato impreparati, questo lo dobbiamo dire. Nella fase degli sbarchi in Sardegna ho avuto difficoltà, la Regione non era pronta. Se guardiamo i numeri non abbiamo accolto neppure un quinto di quanti ne ha accolti la Germania ad esempio ma è vero che siamo paese di frontiera con grandi difficoltà per gli sbarchi. A Cagliari ho gestito l’arrivo di 1200 persone, quanto un paese medio della Sardegna, dal punto di vista della distribuzione è stato difficile. Nella fase di picco l’ho avvertita come emergenza perché non c’era una rete che abbiamo dovuto creare. C’è la necessità di costruire un percorso, forse la comunicazione è stato l’elemento più trascurato che non ha consentito di far metabolizzare il fenomeno e questo crea intolleranza».
In passato (e con risultati riconosciuti) ha dovuto affrontare emergenze ambientali, alla luce anche degli ultimi eventi e dei danni causati dal maltempo, qual è il punto sulla prevenzione nel nostro territorio?
«La Regione è cresciuta moltissimo rispetto al passato nella realizzazione del sistema della protezione civile. Io dico sempre che il sistema si deve basare sulle tre P: previsione, prevenzione e protezione.
Previsione del rischio innanzitutto, c’è molto da fare, il territorio è fragile, per fortuna qui il territorio non è fortemente urbanizzato e solo questo fa sì che non ci siano eventi gravi. Dobbiamo analizzare il territorio capillarmente e poi verificare i punti di criticità. Stiamo discutendo il nuovo Piano regionale di rischio idrogeologico che verrà presto presentato, la Regione ha fatto un buon primo lavoro perché ha analizzato tutti i punti di criticità però è un lavoro che va fatto nel territorio, i singoli sindaci, i singoli paesi devono essere sensibilizzati».
Non tutti i comuni hanno un Piano di protezione civile però.
«Devono averlo, non dipende dai Prefetti, è stato spiegato che non occorre spendere e esternalizzare, bastano pochi elementi per farlo, la Regione ha messo a disposizione un modello».
Torniamo alle tre P.
«La prevenzione si fa mettendo in sicurezza il territorio. C’è da fare, ci sono fasce di territorio idrogeologicamente complesse, la provincia di Nuoro ha 18 dighe c’è un discorso di pianificazione da fare. È un settore che richiede tantissimi soldi e finanziamenti. Non voglio richiamare una frase del Prefetto Gabrielli che ha creato polemiche ma è un discorso di scelte: nelle piccole cose spetta ai sindaci che sono autorità locali di Protezione civile, è in vigore un codice che individua i ruoli di ognuno.
Per quanto riguarda la protezione il problema grosso della Sardegna è la carenza di associazionismo della Protezione civile e nella mia esperienza ho visto quanto sia importante poter contare sui volontari qui al massimo abbiamo qualche barracello. Se ogni comune avesse una formazione pronta avrebbe risolto la metà dei problemi, occorre promuovere l’associazionismo perché è la base, crea educazione al territorio, chi lo protegge impara a rispettarlo, è poi importante per l’intervento nella prima fase dell’emergenza».
Un cenno su Oloè, ad oggi?
«La questione è determinata dal fatto che non è stata fatta buona prevenzione. È un ponte soggetto a sommersione perché è costruito prima della diga di Preda ’e Otoni. Va delocalizzato, la mia idea è questa. Se viene ristrutturato rimane comunque a una quota di rischio perpetuo, non possiamo vivere in eterna apprensione. Il luogo non era sbagliato perché la diga è venuta dopo ma ora lo è. A mio avviso sarebbe opportuno lavorare tutti insieme per trovare finanziamenti per uno nuovo. Poi ora la decisione è della magistratura che l’ha posto sotto sequestro, noi stiamo seguendo il caso ma il problema è ora dei lavori che il giudice ha chiesto per valutare se riaprirlo. Ho proposto di fare un ponte militare come soluzione temporanea, va valutata la morfologia del posto. Le decisioni spettano alla Regione, la Provincia è commissariata con scarsissime risorse, ha ottenuto fondi per interventi richiesti dal magistrato, poi vedremo il parere dei tecnici».
In conclusione può tracciare un bilancio di questo primo anno e mezzo a Nuoro?
«È stata una scoperta questa parte del territorio, vivevo già da sei anni in Sardegna ma era come se vivessi in un’altra regione. Scoprire un diverso modo di vivere, diversa mentalità, diverso modo di relazionarsi, già questo è stato un primo traguardo raggiunto. C’è tanto da fare ma ho collaboratori bravissimi tra le forze di Polizia persone professionalmente preparatissime che ci tengono a lavorare bene, c’è una armonia e sinergia che non ho trovato in nessun altro posto, dove le cose sono più difficili si crea più unità e si pensa alle cose importanti, stiamo lavorando bene. Non so cosa arriva all’esterno ma lavoriamo su tantissimi fronti e mi sembra che i risultati stiano arrivando. Anche sul fronte della cultura delle istituzioni, nel creare rete istituzionale, fare educazione civica, riportare alla loro dignità alcune cerimonie pubbliche che devono essere fatte non perché formali ma perché hanno alle spalle dei valori, su questo ho trovato entusiasmo. Si tratta di dare una svegliata ma è un territorio culturalmente e intellettualmente vivo che deve solo essere valorizzato».

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