Sovrapproduzione latte, la non smentita dell’assessore

Oltre sessantamila quintali di Pecorino romano lavorati in più rispetto al piano produttivo del Consorzio di tutela che sommati al non venduto dello scorso anno porterebbe a oltre 100 mila quintali la sovrapproduzione? «Non esiste nessuna sovrapproduzione», smentisce l‘assessore regionale all’Agricoltura al termine del Tavolo del latte ovi-caprino convocato oggi a Cagliari. Pierluigi Caria si scaglia «contro quelli che, sbagliando, vorrebbero speculare sul comparto e quindi sul futuro di tanti lavoratori e delle loro famiglie. Siamo tutti uniti da un unico obiettivo: tutelare il prezzo del latte da speculazioni ignobili che spesso, alimentate da chiacchiericci o discutibili informazioni rilasciate pubblicamente o agli organi di stampa, mettono a rischio un precario equilibrio che per decine di migliaia di pastori può provocare danni economici gravissimi». Un giudizio severo che sarebbe condiviso da tutti i componenti della filiera accomunati – parole sempre dell’assessore riportate in un comunicato ufficiale della Regione – da «compattezza e necessità di lavorare assieme per superare le criticità. Dall’incontro arriva un messaggio forte e deciso. Riconosciuto ormai da tutti che non esiste alcuna sovrapproduzione di latte, come abbiamo dimostrato alcuni mesi fa con dati ufficiali elaborati da Agris, bisogna mettersi subito al lavoro per regolamentare la trasformazione lattiero-casearia e la commercializzazione». Attenzione all’ultima frase, perché in realtà quella di Caria è una non smentita, se riferita almeno alla denuncia di ieri di Tore Piana, presidente del Centro Studi Agricoli: «Più di 341 mila quintali di pecorino romano dop prodotti,  secondo i dati in possesso del Csa quella del 2018, appena conclusa, è stata una produzione record. A confermarlo sono i dati – in possesso al Centro Studi Agricoli- dell’Ente certificatore e dallo stesso Consorzio di Tutela. Una differenza sostanziale rispetto al piano produttivo approvato dal Consorzio stesso, all’inizio dell’anno. Si parla, in sostanza,di un’eccedenza che raggiunge la cifra di 61.600 quintali».

Dov’è l’inghippo? Semplice, Caria parla di produzione del latte in generale, Piana concentra la sua attenzione sul Pecorino romano. Come dire che un economista parla ddi un mercato d’auto in crisi è l’altro controbatte affermando che la Fca (ex Fiat) sta andando bene. Una differenza sostanziale perché a determinare il prezzo del latte è proprio il Romano che assorbe oltre il 60% del latte prodotto in Sardegna e interessa un sistema produttivo di quasi 11 mila allevatori che fanno capo ai 34 trasformatori caseari soci del Consorzio di tutela che ha sede a Macomer: 21 cooperative (60% della produzione totale) e 13 imprese private che nonostante lavorino il 40% del formaggio hanno avuto finora in mano i canali di commercializzazione.

Superata la grande crisi del 2016, nel 2017 sono cresciute vendite in Italia (+12,6% contro il 0,6 degli altri pecorini) e esportazioni soprattutto negli Usa (più 30%) con un rialzo del prezzo di cui i pastori hanno beneficiato solo in parte: «Il prezzo del Pecorino romano è passato dai 4 euro e 20 centesimi della primavera 2017 agli 8 euro e 50 centesimi di gennaio 2018, mentre il prezzo del latte ovino sardo, pagato nella campagna casearia 2016-2017 al massimo 60 centesimi, viene ora pagato 85: una differenza abissale tra il trend di crescita del Romano (+102,4%) e quella del latte fermo al 41,7% che in proporzione andrebbe pagato 1,21 euro», denunciò lo scorso gennaio Coldiretti Sardegna segnalando che ai pastori incassavo almeno 36 centesimi in meno al litro (https://www.ortobene.net/pastori-perdono-36-centesimi-litro-latte/).

Proprio questi numeri dimostrato l’inscindibile legame tra prezzo del Romano venduto e prezzo del latte pagato ai pastori. Un crollo della valutazione del formaggio provoca inevitabilmente il crollo del latte ovino sardo, come – elementare legge economica – regolamentare la produzione significa ridurre l’offerta per tenere alto il valore di vendita incidendo sulla domanda. Quello di limitare la produzione di Romano è da sempre il problema dei problemi e su questo glissa abilmente l’assessore Caria nella sua smentita non smentita che per la verità dice e non dice facendo il bilancio dell’incontro odierno tra tutte le associazioni di categoria agricola e della cooperazione, le rappresentanze dei tre Consorzi di tutela dei pecorini Dop (Romano, Fiore e Sardo), il mondo del credito, i trasformatori privati e delle cooperative, l’Oilos, i direttori generali diell’assessorato dell’Agricoltura e delle Agenzie Agris, Laore e Area. «Già dalla prossima settimana – si legge nel comunicato della Regione – sarà operativo un gruppo ristretto di esperti e rappresentanti della filiera che, con il supporto degli uffici dell’Assessorato, lavoreranno sulla prossima stagione ormai alle porte. Abbiamo individuato la possibile debolezza del sistema e tutti insieme stiamo trovando le soluzioni per superarla. Il Tavolo tecnico darà inoltre un supporto in più all’avvio delle attività dell’Organismo interprofessionale latte ovino sardo (OILOS)».

Facile intuire che la possibile debolezza del sistema sia proprio la maggiore produzione di pecorino romano che rischia di sfociare in un’altra crisi di mercato da far pagare, come sempre, soprattutto ai pastori. Meglio, insomma deviare l’attenzione, anche per non prestare il fianco a speculazioni, parlando di produzione del latte e non a cosa e quanto quel latte viene destinato. D’altronde probabilmente i dati divulgati dal Centro studi agricoli sono difficilmente smentibili. Solo il Consorzio di tutela potrebbe farlo, ma Tore Piana snocciola «dati avuti in forma ufficiale: sono stati prodotti 341.600 quintali (pasta) rispetto ai 280 mila quintali (pasta) programmati, per un’eccedenza di 61.600 quintali che, sommati a una residua eccedenza di pecorino romano DOP della stagione 2017 (pari a circa 40 mila quintali) porta a oggi a un’eccedenza di formaggio di oltre 100 mila quintali». Insomma, si sfiora un surplus produttivo del 30% che se non governato fa temere davvero un crollo del prezzo. Che il problema esista è pacifico e certificato anche dall’autorevole sito web Clai.it  in una tabella aggiornata al 12 settembre che, confermando quanto segnalato in Sardegna dal Centro studi agricoli, specifica chiaramente come fonte “Consorzio di Tutela del Formaggio Pecorino Romano – dati certificati Organismo di Controllo IFCQ

Fonte: https://www.clal.it/index.php?section=produzioni_pecorino

L’analisi del Csa quindi è più che fondata: «Il latte di pecora trasformato per produrre i 341.600 quintali, secondo i nostri calcoli ammonta a 197.200 milioni di litri circa, rispetto ai 161.879.317 del 2017, con una resa di 5,78 litri per un chilo di formaggio prodotto (in pasta entro le 24 ore). Le produzioni di Pecorino Romano Dop nel mese di luglio pare risultino maggiori di circa il 100% delle produzioni dello stesso mese di luglio 2017».

Questa superproduzioni di luglio (1.649 tonnellate di formaggio lavorato contro le 806 di 12 mesi prima) è in realtà spiegabile con le condizioni climatiche favorevoli per le piogge estive (indicativo anche il dato di giugno) che hanno mantenuto i pascoli rigogliosi e che, nonostante il calo dei primi mesi dell’anno spiegabili in parte anche queste con il clima, fanno comunque segnare, rispetto alla campagna 2016-2017 un più 22,39% di latte destinato nel 2017-2018 al pecorino romano la cui produzione risulta cresciuta del 22,64. Comprensibile quindi l’allarme lanciato da Tore Piana: «Una situazione se non gestita nelle dovute attenzioni da parte della Regione e da parte di tutti gli attori della filiera del latte di pecora – denuncia il Csa – rischia di travolgere in modo irreversibile sia il settore produttivo del latte (allevatori) sia il mondo della trasformazione (caseifici, industriali e Cooperative), toccando questa volta anche il settore del credito. Il rischio è quello di andare incontro a una seconda crisi, dopo quella del 2016, dove le aziende agricole di allevamento sarde non sarebbero oggi più nella condizione di affrontare e di superare, con un prezzo del latte di pecora, che nella malaugurata ipotesi, ritornasse al prezzo dei 0,60 euro e anche meno, al litro».

Anche perché dal mercato arrivano già forti e consolidati segnali negativi con le vendite in calo negli Stati Uniti (e i dazi e la relativa guerra commerciale con l’Europa voluta da Trump moltiplicano le preoccupazioni) e, soprattutto, la diminuzione del  un prezzo del pecorino romano Dop, in continuo calo: «Le valutazioni di mercato (fonte CLAL) – rileva il Csa – nei mesi di febbraio e marzo erano di 7,70 euro al chilo per arrivare al 12 settembre 2018 a  6,10 (listini ufficiali fonte Istat e Clal dal sito Consorzio Pecorino Romano), con previsioni di gran lunga sotto tale prezzo( 4.80?) già dal prossimo mese di ottobre». Una situazione preoccupante facilmente verificabile proprio su una delle numerose tabelle consultabili su Clal.it relativa ai prezzi medi mensili del Pecorino romano stagionato a 5 mesi nella piazza di Milano da dove si evince che dalla punta massima registrata quest’anno a febbraio di 7,70 euro al chilo è iniziata una lenta discesa aggravatasi negli ultimi mesi fino a 6 euro e 25 centesimi di settembre.

Fonte https://www.clal.it/index.php?section=pecorino

Intanto gli industriali iniziano a sondare il terreno e, forse non a caso Paolo Pinna dell’omonima azienda casearia di Chiesi, intervisato da Chartabianca, ha ipotizzato un prezzo del latte a 75 centesimi, dieci centesimi in meno dell’anno scorso, per la prossima campagna. Segnali di una guerra ancora non dichiarata.

 

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