Il silenzio e la parola

L’incontro con Giovanni Carroni, attore, scrittore e regista nuorese, è anche quello con l’anima di Bocheteatro, Associazione Culturale che da trent’anni, in una Nuoro «dalle potenzialità straordinarie delle quali non è pienamente cosciente», fa «teatro che solleva temi sociali, religiosi e di genere». La cultura di un professionista come Carroni, interprete di opere tra cui La notte poco prima della foresta di Koltès, Sos Sinnos di Pira e Il condannato a morte di Genet, insegna la sensibilità, la tolleranza, l’uguaglianza, l’onestà, la dignità ed il senso di giustizia.
Data la situazione politica, sociale e culturale, che valore ha il teatro oggi?
«Il teatro deve nascere innanzitutto da motivazioni profonde, dall’urgenza del racconto e dalle passioni. Esistono due percorsi paralleli, entrambi intrapresi da Bocheteatro così come da drammaturghi storici: si tratta di un teatro d’evasione politico-poetico e di uno di denuncia. Ciò accade perché il teatro ha sempre qualcosa di politico, che si concretizza nel messaggio sociale lanciato al pubblico: la messa in scena di una pièce esplicita sempre una presa di posizione e, nel caso di un teatro aperto alle collaborazioni come il nostro, lo fa anche scegliendo quali opere presentare in cartellone. Noi raccontiamo fatti, storie e persone non per trovare risposte, ma per provocare riflessioni e pensieri razionali al fine di smarcarsi dagli slogan degli urlatori, cercando di combattere la poca capacità di confronto attraverso un percorso dialettico gramsciano in grado di favorire l’accettazione. Il teatro non deve far dormire le coscienze, non deve essere in pelliccia, non deve consistere nello sfoggio di abiti da sera durante le serate di spettacolo, bensì ha il compito di rimettere in moto la democrazia. Persino alcuni interessanti strumenti popolari come i social network, così come preconizzato dall’antropologo sardo Michelangelo Pira nel suo libro Il villaggio elettronico, possono sì rappresentare una rivoluzione per gli emarginati in quanto strumento che consente loro di esprimersi uscendo dalla subalternità, ma possono anche veicolare messaggi d’odio, intolleranza e notizie false che si propagano come epidemie. Il teatro, raffrontandosi con questi strumenti, insegna quindi una riflessione critica che affonda le radici nella storia: il primo prototipo di democrazia applicata, quella greca, considerava le opere teatrali come sunto di vita in grado di assumere funzioni catartiche».
Cos’è chiamato a fare il mondo culturale per la rinascita di un territorio?
«Siamo passati dall’essere la Barbagia criminale additata dalla cronaca nera nazionale, al divenire punto nevralgico per l’espressione di una cultura eccezionale: basti pensare ad esponenti tra i quali Marcello Fois, Michela Murgia, Salvatore Niffoi, Patrizia Viglino, a compagnie come la Shardana o alla Scuola Civica di Musica Antonietta Chironi, che danno lustro alla città ed all’intero territorio. Lungi dall’improvvisazione, per rilanciare le attività culturali come Bocheteatro sorreggendo le energie dei giovani sul territorio, servirebbe un’interazione tra settori pubblici e privati in grado di fornire garanzie al magma creativo che cerca di esprimersi. Infatti, laddove l’effer-vescenza culturale non viene appagata, sfocia in inquietudine: sono quindi necessari luoghi e spazi per esprimerla. Di fatto, il progetto libera dalle regalie e dalla distribuzione a pioggia delle risorse economiche, in quanto non serve per accontentare tutti ma per discutere ed accogliere le istanze della collettività, incanalando le professionalità coinvolte in un progetto adattato alle loro competenze, da quelle amministrative e contabili a quelle artistiche».
Quale significato assumono i 30 anni di attività di Bocheteatro, nel confronto con gli altri operatori culturali del nuorese?
«Non si può restare soli: questo vale tanto per le persone, quanto per gli enti pubblici. L’Associazione Culturale Bocheteatro è una struttura pubblica, che usufruisce di contributi regionali: è uno spazio aperto ed accogliente che appartiene anche ai nuoresi. In questi due anni abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere tanti ospiti, dall’Ente Musicale di Nuoro alle scuole di danza, passando per gli Istituti scolastici con i loro saggi teatrali, gli attori e le compagnie, i gruppi musicali e le conferenze. Il nostro sodalizio con la Chiesa, che ci ospita nei suoi locali, rappresenta uno straordinario segnale di accettazione e dinamismo per abbattere le barriere che spesso intercorrono tra noi laici, il mondo dell’arte e quello religioso. La persona, culturalmente parlando, dev’essere favorita: dunque, non dobbiamo limitarci alla calendarizzazione di rassegne o eventi, bensì puntare sul più ampio coinvolgimento di tutte le realtà cittadine, lavorando per crescere insieme».
Come si possono coinvolgere gli utenti nei percorsi artistici e teatrali?
«Attualmente, appare ben chiaro che il teatro non possa essere d’élite ma debba essere d’accoglienza, coinvolgendo ogni strato della popolazione e contaminando gli spazi cittadini. Bocheteatro collabora da sempre con le scuole di ogni ordine e grado, utilizzando il teatro come strumento educativo e di crescita personale. Abbiamo verificato reali trasformazioni delle personalità degli studenti, soprattutto in età e contesti nei quali il disagio giovanile è più forte per mancanza di punti di riferimento come le ideologie che, una volta crollate, hanno contribuito a creare un forte senso di solitudine nella moltitudine sociale. Per questo sono in programma corsi teatrali anche intensivi tenuti da validi colleghi e collaboratori di Bocheteatro, aperti a bambini, adolescenti ed adulti. Oltretutto, io e Monica Corimbi siamo teatroterapeuti, chiamati ad affrontare il disagio e le problematiche quali le disabilità, le dipendenze, il mondo delle carceri e quello delle fasce sociali più deboli, al fine di coinvolgerle nelle discipline che compongono il teatro. Ben vengano quindi tutte le proposte valide per gestire, insieme a noi della Compagnia Bocheteatro, il nostro spazio di Viale Trieste 48».
Secondo quanto sostenuto dall’ex ministro Tremonti, “con la cultura non si mangia”. Come controbattere alle polemiche sui costi della stessa, guardando ai suoi ricavi sociali?
«La cultura è come la sanità: bisogna prevenire prima di curare. Lo strumento culturale, con la sua concretezza scientifica sulla quale si deve investire, non porta reddito ma evita le malattie socio-culturali e politiche che riguardano tutti. Nessuno si illuda del fatto che l’impresa culturale sia materialmente fondata: si può giusto sopravvivere tenendo conto delle spese di gestione degli spazi teatrali, ma serve soprattutto per prevenire i mali collettivi quali la depressione, le dipendenze, le dispersioni scolastiche, le derive culturali ed i drammi sociali conse- guenti. Per rendere prioritaria la cultura, bisogna progettarla e riqualificare spazi per la partecipazione, esattamente come stanno facendo la Fondazione Banco di Sardegna ed il neonato Distretto Culturale della Camera di Commercio di Nuoro. Il teatro deve puntare verso la più completa apertura, non agendo sulla base di compartimenti stagni o di canali preferenziali per il dirottamento di risorse, bensì calandosi sempre nell’ambiente, valorizzandolo e facendosi contaminare come strumento di formazione continua. Non possiamo aprire solo bar: esistono altre forme di socializzazione e sono necessari centri sociali per far crescere la cultura, come volano ed eredità concreta per tutti i giovani».
Come nascono le opere di successo come il Mac-Bettu?
«Gli incontri fondamentali sono stati quelli con il Cedac, organismo di distribuzione, con Massimo Mancini, direttore artistico di Sardegna Teatro, e con il regista Alessandro Serra. Ma il vero premio a questa e ad altre opere lo dà il pubblico, con un passaparola che interessa tutto il mondo. Il MacBettu nasce dall’amore per la nostra terra: abbiamo traslato l’archetipo medievale scozzese in violento dramma barbaricino, traducendo l’inglese storico in nuorese asciutto dall’elevata resa recitativa. In questo modo abbiamo anche vinto l’atavico complesso di inferiorità dei sardi nell’uso della lingua, già abbondantemente superato nel teatro napoletano di De Filippo ed in quello siciliano della Dante».
Come definirebbe Bocheteatro, nel suo significato più autentico?
«Il nome deriva dal fatto che la parola non stia ferma ma suoni come rotolante, evocando il divenire. Descrive quindi una struttura la quale crea un moto tellurico di cambiamento continuo che va dal gioco alle attività più incisive. È una parola dalla sonorità dolce ma forte, un po’ come il sardo “treatu”, la quale contiene una vibrazione interiore che non la rende stagnante. Bocheteatro è quindi un’identità dentro le identità che si contaminano, scontrano e confrontano tra loro».
Com’è nata la sua passione per il teatro, e come si è trasformata in lavoro?
«È nata dalla voglia di incontrare gli altri in una dimensione sincera, che consenta di mascherarsi per smascherarsi, vivendo senza infingimenti e consentendo di essere sé stessi sul palcoscenico. L’attore deve saper fare tutto, dal teatro alla televisione, dal cinema alla radio, così come ho fatto io in 37 anni di carriera: tuttavia, il teatro differisce dalle altre dimensioni in quanto crea una tensione continua e porta l’interprete a dover gestire lo spazio, andando verso il pubblico».
Quali consigli darebbe a coloro che intendono intraprendere la carriera teatrale?
«Per crescere in questa disciplina è necessario faticare, non vendersi mai al miglior offerente, studiare e mettersi in gioco continuamente. Infatti, l’arte non può essere disgiunta dalla vita. Seguendo la metafora della pera del Pinocchio di Collodi, si deve essere pronti a mangiare anche il torsolo e la buccia, senza rinunciare ai vantaggi ed alle difficoltà che si prospetteranno nel percorso. Si tratta di un sogno che disarma e denuda: infatti, il grande attore deve essere sempre in grado di mostrare le sue fragilità. Nonostante le apparenze date dal profluvio di parole impiegate nelle opere portate in scena, il percorso recitativo è prevalentemente basato sull’ascolto: si impara l’importanza del silenzio. Molte delle migliaia di allievi che ho avuto, mi hanno detto: “non sei stato un semplice insegnante di teatro, ma di vita”. Lo si deve fare con amore, per affrontare il mondo grande e terribile di gramsciana memoria».

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