Segreti di Pulcinella sul prezzo del latte

Sono arrivati prima il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e poi il ministro del Mezzogiorno e della Coesione territoriale Paolo De Vincenti, ma evidentemente l’agricoltura in Sardegna gode di ottima salute se nei comunicati ufficiali non è stato nemmeno concesso il contentino di una citazione neanche ai pastori in rivolta per il prezzo del latte pagato quest’anno 50 centesimi al litro. Magari, come ha segnalato il parlamentare del Pd Silvio Lai, tra una veloce stretta di mano e l’altra, il presidente Francesco Pigliaru avrebbe potuto chiedere conto dell’ingiustizia che si sta consumando ai danni della Sardegna nel cosiddetto bando per gli indigenti sbandierato dal Governo con l’inserimento del Pecorino romano ma con un tetto di quattro milioni sui 14 stanziati. Nessuno dice che negli anni scorsi non è stato stabilito nessun limite e infatti lo scorso anno gran parte dei fondi sono stati destinati ad arginare la crisi del Grana padano, mentre quest’anno che dovrebbe essere il prodotto sardo a godere di questo beneficio, si fissa un tetto per garantire anche 5 milioni al Parmigiano reggiano e altrettanti al Grana.
Viene comunque il dubbio che Pigliaru non abbia parlato con il presidente Gentiloni e il ministro De Vincenti di emergenza- latte, non avendo lui per prima la dimensione del problema. Perché, mentre tutti invocano trasparenza, ancora non si sa ufficialmente quanto Romano sia invenduto. Un piccolo episodio dimostra la necessità di una rivoluzione che rompa la cappa di silenzio. Nei giorni scorsi i dirigenti della cooperativa Lace- sa di Bortigali hanno riunito i soci citando alcuni dati riportati dal sito web Marghine.net. L’articolo ha provocato un pesante intervento con minacce di querela dei responsabili della stessa coop costringendo i responsabili della testata a rimuovere il post dopo poche ore «per evitare un contenzioso legale ». Per solidarietà con Marghine. net e l’autrice Giulia Serra, riproponiamo il servizio pubblicato il 18 febbraio anche perché contribuisce a far luce sulla situazione del comparto e sulle difficoltà e le contraddizioni delle cooperative approfondite nell’ultimo numero de L’Ortobene.
Dopo l’annuncio, fatto questa mattina nell’assemblea svoltasi presso le Caserme Mura di Macomer, in sala è calato un silenzio carico di preoccupazioni: la cooperativa Lacesa ha reso noto infatti che il prezzo base del latte per la nuova stagione sarà di 50 centesimi al litro. Una notizia nefasta per il comparto, che ufficiosamente era trapelata già da mesi (ne avevamo dato conto lo scorso settembre) e che oggi si è palesata come terribilmente reale, lasciando attoniti i pastori che hanno affollato il padiglione. A dare il polso della situazione, il presidente della Lacesa Pietro Piras: «Siamo in piena crisi. Abbiamo tentato di difenderci e di tenere il prezzo sul mercato del Pecorino Romano, ma non ci siamo riusciti: ci sono aziende che vendono a 4 Euro e 20 centesimi il chilo». Un crollo del prezzo difficile evidentemente da contenere: «Se nel 2015 i litri di latte conferiti alla cooperativa sono stati 10 milioni, nel 2016 si è arrivati a 12 milioni: 100 mila quintali di Pecorino Romano in più. Su 80 mila forme prodotte nel 2016, solo 40 mila sono state vendute, la metà». Insomma, una sovrapproduzione di Romano che ha fatto collassare il suo prezzo sul mercato e, di conseguenza, il prezzo al litro del latte conferito. «Per fare un chilo di Romano occorrono 6 litri di latte. Se il formaggio costa al Kg 4,50 euro, significa che un litro di latte vale 75 centesimi, dai quali però occorre decurtare i costi di lavorazione. La decisione di pagare 50 centesimi il litro di latte è dunque una scelta prudente, sicuramente dolorosa ma necessaria per salvare la cooperativa Lacesa, che è una società sana» – viene sottolineato ancora nel corso dell’incontro. Così anche la Lacesa, che ha negli ultimi 5 anni pagato il latte ai pastori ad una media di un euro al Litro, si prepara a navigare dentro una crisi impegnativa del settore. Sullo sfondo, restano tutte le criticità legate alla diversificazione del prodotto («se crolla il Pecorino Romano crolla tutto», ha detto ancora il presidente Piras), ad un settore che non riesce a fare “sistema” e quella domanda che, anche stamattina, qualcuno timidamente ha posto: “cosa succede se Trump decide di chiudere il mercato americano?”.
Ovviamente il riferimento ai 100 mila quintali e alle «80 mila forme prodotte nel 2016, solo 40 mila sono state vendute, la metà», è un dato regionale quindi da tenere segreto e citare solo in famiglia. Domanda finale: se già divulgare notizie come queste fa scattare le richieste di censura, cosa avrebbe mai potuto dire il presidente Pigliaru a Gentiloni?

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