Se lo “smart working” dimezza i clienti

Effetti collaterali del virus e del lavoro agile – il cosiddetto smart working che ancora (nonostante l’inizio della fase 3 e nonostante il basso rischio nell’Isola) “costringe” a lavorare da casa molti impiegati pubblici – sono quelli che subiscono baristi e ristoratori. Un caso esemplare è quello della Tavola calda da Matteo, posizione strategica all’incrocio tra Tribunale, Poliambulatorio Asl e Uffici dell’Inps: dopo essere stato costretto come tutti alla chiusura per due mesi a causa dell’emergenza sanitaria, ha ripreso con il freno a mano tirato, un mese con solo servizio da asporto – appena una quindicina di pasti al giorno. La riapertura al pubblico ai primi di giugno: «Da allora sino ad oggi – dice Matteo Busia, il gestore della Tavola calda – mi trovo un calo della clientela pari al 65%». In tempi “normali” i numeri erano ben altri, «tra i 70 e i 90 coperti ogni giorno a pranzo, adesso sono tra i 15 e i 35 – racconta – il che comporta riduzione di personale, oltre a rivedere i menu ». Ma non basta, «è tutta una catena – prosegue – io lavoro meno, il personale sta a casa, i fornitori vendono di meno. Praticamente chi ha lavorato a pieno regime, forse raddoppiando il fatturato, sono stati macellerie, market e panetterie, loro hanno lavorato, noi siamo stati penalizzati al massimo».
Matteo Busia offre anche il servizio catering, anche su questo fronte il disastro è servito, «ho perso 17 cerimonie già prenotate con annullamenti di battesimi, prime comunioni e cresime e al momento non c’è nulla in vista».
Matteo insegna anche presso la Casa di carità Arti e mestieri, ha svolto delle lezioni on line ma non ha potuto tenere 25 ore di laboratorio che avrebbe dovuto fare con la classe: «Non so se riusciremo a recuperarle, non è solo un danno economico per me ma un danno didattico e culturale per i ragazzi. Sono di prima superiore, cosa vuoi che apprendano al computer, gli passa la voglia, sino a quando è teoria va bene, il resto è perso».
Tornando alla Tavola calda che gestisce dal 2011, la vera mazzata Matteo l’ha ricevuta dalla mancanza dei dipendenti degli uffici e di conseguenza da quella delle persone che a loro si rivolgono: «Accettiamo i buoni pasto di Inps, Tribunale e Asl, lavorando loro a regime ristretto siamo stati danneggiati, qualche medico viene, l’operaio non manca mai, ma non basta». Un luogo di ritrovo la Tavola calda, e di un ritrovo “democratico” data la clientela composta da medici, avvocati, giudici, operai, impiegati, persone comuni giovani e anziane, «Sono tutti affezionati, abituali, – dice Matteo – il mio cliente se lavora fa il possibile per venire a mangiare da me, ringrazio davvero tutti».
Intanto però si deve andare avanti. È stata dura, Matteo riconosce di essere stato fortunato perché ha trovato sulla sua strada una persona che per tre mesi non ha preteso affitto e costi di gestione, «da dove li avrei tirati fuori? Sono stato fortunato – sottolinea – non tutti si sono comportati così».
Il contributo dello Stato non avrebbe coperto quelle spese, Matteo è trasparente da questo punto di vista: «Ho ricevuto per due volte i 600 euro, in più l’Agenzia delle entrate mi ha versato mille euro (un bonus che poteva variare dai mille ai duemila euro nel caso si fosse dimostrato di aver fatturato nel mese di marzo 2020 meno del 50% rispetto allo stesso mese del 2019 ndr), questi 2200 euro mi sarebbero serviti appena per pagare un mese di affitto e gestione».
Le prospettive per settembre? «La vedo grigia – risponde Matteo – secondo me ora che ho perso il 65% forse posso risalire al 50 ma non credo. In più c’è possibilità che gli uffici continuino a fare smart, loro hanno incentivi per stare a casa a noi invece nulla». La crisi continuerà a mordere tutto il settore, «io guadagno poco ma ho molti clienti – spiega Matteo – immaginiamoci i ristoranti che hanno prezzi diversi, è questo che spaventa». Con 10 o 12 euro la Tavola calda da Matteo offre un pasto completo, primo, secondo, contorno, pane, acqua, vino e caffè, quanto più sarà penalizzato un ristoratore senza pensare a tutte le altre attività che offrono pasti veloci.
«La gente ha paura che esploda una nuova ondata – spiega Matteo – chi ha problemi di salute ne ha ancora di più. Noi con due sale, a pieno ritmo abbiamo 68 posti a sedere, adesso dividendo gli spazi ne ho meno della metà ma il problema non è lo spazio, non mi ha penalizzato il distanziamento – riconosce – perché qui la gente magia in fretta e torna al lavoro, il problema è che manca la materia prima: il cliente».

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