Se ascoltiamo Dio, lui trasforma la storia

Gesù partecipa con noi al banchetto della vita e lo fa portando con se anche Maria, sua e nostra Madre e i suoi discepoli, quasi a volerci dire che Lui agisce nella chiesa e con la chiesa. Spesso nel cammino della vita ci manca il vino della gioia… Nelle nostre famiglie, nel mondo del lavoro e tra chi non ha più un lavoro, nel mondo della cultura, nel mondo della politica, negli ospedali e tra i malati, tra i giovani e gli anziani, spesso anche tra i ragazzi e i bambini, nella stessa Chiesa: “non hanno più vino”. Abbiamo perso la gioia del banchetto, abbiamo perso la gioia dell’essere comunità, rischiamo di perdere la stessa fede come rapporto di un amore profondo. E Lui sembra distratto e assente, quasi non si prende cura di noi. Sua Madre Maria, come una mamma premurosa e attenta alla sorte dei suoi figli, Lo sollecita a guardare alla nostra povertà, alla nostra tristezza… «Gesù, non hanno più vino!… fai qualcosa!». «Non è ancora giunta la mia ora!», questa gente rischia di non capire il mio intervento, rischia di vedere solo un gesto magico, un Dio miracolistico e svuotato del senso della croce e della Risurrezione…». Ma lei, imperterrita, continua la sua premurosa attenzione ad una umanità sofferente: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». In questo invito di Maria ai servi c’è racchiuso tutto il senso del nostro essere preti, è presentato il senso di ogni gesto di amore della Chiesa e di ogni cristiano. Non è una magia ciò che Gesù fa, ma è un tornare alla creazione, quando, con la parola e il soffio del suo Spirito, ha trasformato il niente in vita: ecco perché quello che fa è il primo segno, cioè il tornare al progetto originario di Dio. Quelle giare di pietra, piene d’acqua, sono il segno di una religiosità svuotata di amore e di gioia, solo attenta all’esteriorità. Tante volte il prete rischia di donare alla gente solo “acqua rituale”, gesti liturgici svuotati di umanità e presenza vera del divino. Godiamo dello splendore del nostro apparire e il nostro cuore si allontana dalla realtà della gente e non permettiamo che Dio arrivi al cuore di chi ci ascolta. Lasciamo quelle persone “invitate al banchetto” senza vino, senza l’emozione e la bellezza di un incontro profondo con Dio.
Cana è una scuola prima di tutto per noi preti, ci dice che tipo di prete dobbiamo essere, se vogliamo davvero donare “il vino buono”. È anche scuola di vita per ogni cristiano.
Risuona forte in questa domenica l’invito di Maria: tornare a fare ciò che Lui ci dice, non quello che ci piace. Solo se torniamo all’ascolto di Lui e deldall’umanità sofferente, quelle giare, piene di acqua rituale, potranno accogliere il Vino Nuovo della gioia; addirittura Dio potrà donare all’uomo il vino migliore. Quel vino è il segno della novità stravolgente e diversa che Gesù porta al mondo: non più una vita insapore e incolore, ma piena di gusto e di gioia.
Cana è la vicenda perenne dell’umanità, racconta la relazione tra Dio e ogni uomo come un rapporto sponsale, amoroso e reciproco, esclusivo e per sempre. Ma sempre minacciato: il vino viene a mancare, sulla terra l’amore finisce, è così poco, così a rischio, così raro. Sembra legge a tutte le esperienze umane la diminuzione, il venir meno, il tramontare. E invece no. Chi si fa prete, chi si fa discepolo non si rassegna, chi si sposa non si rassegna a questa legge, Dio non si rassegna, Maria a Cana non si rassegna, e sente, come legge fondamentale di speranza, che le cose possono andare dal piccolo al grande, dal debole al forte, dall’acqua al vino. Con lei, ogni credente sa che è possibile ripartire. La strada è segnata dalle sue parole: «Fate quello che vi dirà». E si riempiranno le anfore vuote della nostra vita.
Maria “scatena” il miracolo e sembra forzare i tempi di Gesù. Sappiamo che in lei abbiamo una presenza, vicina a noi e a Gesù, che non smetterà di aiutarci e di garantirci l’abbondanza dell’amicizia di Dio.

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L’immagine: Miracolo alle nozze di Cana, bassorilievo in pietra dei Pirenei realizzato a mano dalle suore di San Bruno del Monastero di Bethleem