Se al Papa si fa dire il contrario di quanto pensa ed insegna

«Le persone omosessuali hanno diritto a essere in una famiglia, sono figli di Dio. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente». Queste parole di papa Francesco, rilasciate nel corso di una intervista televisiva hanno fatto il giro del mondo, riempito le prime pagine dei giornali facendo gridare alcuni, ad un superamento epocale della dottrina tradizionale della Chiesa, mentre altri, ad un tradimento scandaloso di quanto la Chiesa ha sempre insegnato nella propria dottrina morale familiare e sessuale. A leggere bene queste parole, tali reazioni appaiono esagerate e fuorvianti.
Sicuramente, un articolo di settimanale non riesce ad esprimere compiutamente la complessità della questione, in linea con l’insegnamento tradizionale della Chiesa – basti riprendere i documenti magisteriali pubblicati nel tempo recente in materia – ma offre una chiave di lettura per una corretta interpretazione.
Con questo intervento non si ha la pretesa di esprimere con sentenza definitiva ciò che il Papa intendeva dire con quelle parole, ma si cerca di comprendere quali questioni di principio sono in gioco.
Il Pontefice allude anzitutto al fatto che la persona, quando manifesta attrazione verso altre persone dello stesso sesso è, e rimane, anzitutto, una persona, non comprensibileesclusivamente attraverso il solo orientamento affettivosessuale, ma infinitamente più grande di esso. La cosiddetta “cultura gay” tende ad assolutizzare l’orientamento come fosse il solo capace di manifestare l’identità della persona: le parole del Papa, insieme al costante magistero ecclesiale, in realtà ci dicono il contrario! La persona si caratterizza per la sua natura di “figlio di Dio” che non può essere “estromesso o reso infelice” dalla famiglia, anzitutto da quella naturale.
Ogni uomo ha diritto, perché persona, a sperimentare nella famiglia il luogo dell’accoglienza e della maturazione di ciò che è, per diventare ciò che Dio gli propone di essere, indipendentemente dal proprio orientamento caratterizzante la sfera affettiva. La famiglia naturale si conferma il luogo nel quale ciascuno può comprendere se stesso e vivere ciò che egli è, con il riconoscimento e la valorizzazione delle sua capacità, con la presadi coscienza dei propri limiti da colmare e superare, comunque chiamati a conformare se stessi all’immagine di Dio impressa in ogni
uomo e ogni donna, a vivere l’aspirazione comune alla felicità.
Ma anche la famiglia ecclesiale deve consentire tutto ciò: essa costituisce la comunità in cui tutti sono a proprio agio, senza conoscere esclusione o menomazione in ordine alla vita spirituale dei propri figli, forniti solo della patente di battezzati. Il Papa parla di “legge di convivenza civile” e di “diritto a essere copertilegalmente”, senza utilizzare altri concetti ecclesiali o teologici che potrebbero essere interpretati in maniera distorta rispetto alla dottrina tradizionale della Chiesa, come il concetto di famiglia e di matrimonio, da intendersi esclusivamente in senso cristiano. Si tratta invece di una tutela legale in ambito civile, che consenta alla persona di vivere una relazione interpersonale umanizzante.
Nei diversi interventi in materia, particolarmente nel corso delle conferenze stampa di ritorno dai suoi viaggi apostolici, Francesco ha sempre richiamato quanto insegnato dal Catechismo della Chiesa Cattolica, dal quale non si è mai discostato, e che costituisce l’orizzonte entro cui comprendere quest’ultima dichiarazione.
Se ad una interpretazione autentica volessimo ricorrere, essa sarebbe solo la dottrina della Chiesa contenuta in questo fondamentale documento magisteriale.

© riproduzione riservata